La riforma dell’Articolo 18 : Pro e Contro

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di Alberto Venturi

La riforma dell’Articolo 18 : Pro e Contro

 

Non è determinante, non riguarda tutti i lavoratori ma è l’arma di Renzi per regolare i conti con la minoranza interna, con la sinistra storia e per spostare al centro l’asse di azione del suo governo. Ma una riforma organica del lavoro, c’è?

 

Sono fermamente convinto che un licenziamento possa avvenire soltanto per un valido motivo e, in caso contrario, sia doveroso il reintegro (oppure, io penso, un risarcimento ben più alto di sei mensilità). Ritengo contesualmente giusto che un impresa possa licenziare i lavoratori in eccedenza rispetto alla produzione e al mercato. Di sicuro è sbagliato finire  in un’aula di tribunale (con quello che ciò significa in Italia), ma più che arbitrati (con quel che ciò significa in Italia) ci vorrebbe una giustizia nel territorio, semplice, rapida e immediata.

Affrontare l’art. 18 significa entrare pazientemente nel merito e disegnare un sistema di pesi e contrappesi, capace di creare flessibilità e non precariato, difendere la dignità del lavoratore, punire gli abusi e le prepotenze.  Affrontare l’art. 18 del primo ministro Renzi è un’altra cosa, perché viene usato come clava e specchietto per le allodole. Non è una priorità per le imprese; interessa una parte residua dei lavoratori; si segnalano circa 3000 casi all’anno.

Solo Renzi soffia quotidianamente l’art. 18 sui media, come una Porta Pia del lavoro, abbattuta la quale la riforma è fatta: “Oggi una delle preoccupazioni delle aziende è che non sanno come va a finire un’eventuale causa di lavoro. È l’incertezza che ci frega. E siamo passati dal 7% di disoccupazione a quasi il 13%””. Quindi la disoccupazione sarebbe figlia dell’art. 18? Secondo me Renzi insiste perché sa di provocare la reazione e l’opposizione della minoranza interna del Pd, di una parte del sindacato, della sinistra storica, alimentando così divisioni e contrapposizione per arrivare alla definitiva resa dei conti.

Forse ha preso atto che il 40%  di consensi ottenuto non corrisponde all’elettorato tradizionale, ma agglomera voti del centrodestra e dei moderati in genere, tentando di conservarli, o forse vuole spostare ulteriormente al centro l’asse della politica italiana, approfittando di una sinistra in crisi di numeri, costretta a scegliere se diventare ininfluente all’opposizione, schiacciata dal M5S, che ha molti meno lacci da rispettare, o accodarsi al nuovo corso.

Quando si vuole unire, si cerca quel che avvicina, non si sparge ai quattro venti quel che divide e si costruiscono ponti, non si scavano trincee.

Così, dopo avere detto più volte il contrario, il presidente Squinzi di Confindustria si fa folgorare sulla via di Damsco; l’art. 18 “va smontato, in quanto rappresenta uno dei freni maggiori, forse il più mediatico, che impedisce investimenti di capitale straniero anche in Italia”. L’Italia sarebbe così diventata un Paese dove quando assumi un dipendente lo assumi per la vita, mentre la realtà dimostra esattamente il contrario.

Forse occorrerà dare ragione al segretario Cgil Camusso, che pure dovrebbe prendere ramazza e stracci per ripulire il sindacato da corporativismi e privilegi, quando sospetta che manchino le scelte  per determinare posti di lavoro e superare la precarietà e si preferisca perciò costruire un dibattito di questo tipo: “Infatti continuiamo ad essere molto stupiti che il Governo non ponga come priorità che cosa fare visto che siamo un paese che continua ad essere in recessione”. Di sicuro la risposta non sta nell’art. 18.

 

di Gianni Galeotti

Articolo 18: pro, contro o…perché?

 

Più che pro o contro, parlando di articolo 18 sarebbe più opportuno chiedersi, perché? Perché nel momento in cui una riforma del lavoro dovrebbe riguardare soprattutto la mancanza di tutele per chi il lavoro l’ha perso, non ce l’ha o ce l’ha precario, ci si concentra esclusivamente sulle iper tutele di chi il lavoro ce l’ha già e a tempo indeterminato? Perché in un momento in cui si dovrebbe parlare di riforme strutturali e radicali per contrastare la piaga di una disoccupazione giovanile che ha superato il 40%, ci si concentra su elementi di cui i giovani lavoratori non hanno nemmeno mai sentito parlare e soprattutto dai quali, come precari, non sono mai stati toccati? Perché di fronte al problema dell’impossibilità di assumere si parla solo della possibilità di licenziare?

Perché di fronte all’esigenza di una riforma epocale su un tema costituzionalmente fondante come quello del lavoro, il problema viene identificato e spostato ad arte su un non problema? In un Paese dove continuano a chiudere 1000 imprese al giorno, dove su 4.426.000 imprese solo 105.000, ovvero il 2,4 per cento, sono interessate dall’Articolo 18, dove milioni di precari scaduto il loro Co.co.co o Co.co.pro non hanno alcun tipo di tutela o di ammortizzatore, parlare di difesa dell’articolo 18 ovvero del meccanismo di possibile reintegro di un lavoratore dipendente dopo il licenziamento che viene dimostrato (dal giudice) non essere avvenuto per giusta causa, non può che assumere il connotato di una battaglia di retroguardia ideologica. Su questo punto anche la posizione della CEI, che di fronte al dramma del lavoro che non c’è, ha parlato di quello sull’articolo 18 come un dibattito sterile, appare alquanto significativa.

 

Ma è proprio su questo connotato ideologico, sottolineato senza mezze misure da Renzi rivolgendosi ad un sindacato accusato (per me giustamente) di predicare bene ma razzolare male (visto che è la CGIL per prima a non applicare l’articolo 18), e di condurre una battaglia ideologica fuori dalla storia, che lo stesso Premier sta alzando lo scontro; uno scontro che sembra semplicemente funzionale a spianargli ulteriormente la strada.

 

Se davvero è intenzionato a riformare le politiche del lavoro, Renzi ha bisogno di annunciare la demolizione del feticcio dell’articolo 18, ha bisogno di alzare i toni del dibattito, ha bisogno di accendere il confronto
, portandolo fino allo scontro, per continuare ad essere identificato con l’area innovatrice della sinistra che si sgancia da vecchie logiche e pronta a battersi per il cambiamento. Nulla di nuovo sotto il sole. L’articolo 18 viene utilizzato, come già hanno fatto altri prima di Renzi, a pretesto per aprire un dibattito sterile (perchè tanto poi ci si metterà d’accordo), utile solo a mantenere alta l’attenzione sulla volontà riformatrice del Premier, al di la dei meriti conquistati sul campo. Renzi, come già successo in altri governi, ha bisogno di strappi calcolati e misurati, da ricucire in maniera altrettanto controllata subito dopo, per mantenere alta l’attenzione sulle sue (fino ad ora più virtuali che concrete) capacità riformatrici. E per alimentare strappi calcolati facili da gestire ed utili ad essere identificati con chi alla fine ha ragione, nulla è più funzionale dell’articolo 18. I toni accesi sulla riforma dell’articolo 18 (si vedrà se e come attraverso un meccanismo di tutele crescenti), serve a Renzi per smarcarsi dalla cosiddetta minoranza PD, ancora cinghia di trasmissione del sindacato rosso, e rappresentata dai Bersani e dai d’Alema (che ogni volta che aprono bocca sul tema del lavoro fanno un regalo al Presidente del Consiglio) e, dall’altro, a depotenziare ulteriormente un’opposizione di centro destra che di fatto, anche grazie al patto Renzi-Berlusconi e all’assenza di personalità in grado di emergere dalla melassa, è di fatto scomparsa.

 

Per questo poco importa e poco serve essere pro o contro l’articolo 18. Serve però parlarne, se questo è utile a mantenere alta l’attenzione sui problemi infiniti del lavoro che c’è e che non c’è. Se utile a questo scopo ben venga il dibattito, anche acceso, nella consapevolezza che si tratta non del fine ma di un mezzo, uno strumento utile per scardinare un sistema squilibrato ed incancrenito che negli ultimi anni ha creato iper tutele per pochi e nessuna tutele per tanti, incrementando gli effetti della crisi anche e soprattutto sul piano della disoccupazione. C’è bisogno di creare le condizioni per avere convenienza e soprattutto voglia, e non paura, di assumere. C’è bisogno di potere contare su un sistema che rende possibile premiare semplicemente chi ha voglia di lavorare e, al contrario, licenziare i fannulloni e gli incapaci. C’è bisogno di uscire dalla logica secondo cui il titolare di un’azienda è il padrone nemico che licenzia le persone per il gusto di farlo. Solo allora, attraverso una riforma che è culturale ancora prima che politica, ci si renderà conto della vera importanza dell’articolo 18 e i pro o contro saranno solo il retaggio di un mondo che non esiste più.

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