La ricerca della verità

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Dottore della Chiesa, uno fra i più grandi pensatori dell'Umanità, Sant’Agostino è una figura attuale, in grado di parlare all’uomo di oggi e alla sua sensibilità tormentata.La sua ricerca della verità è la stessa dell'uomo moderno. articolo di Rosalinda Cappello

Il santo di Ippona e l’attualità delle sue “”Confessioni””

In genere, il primo incontro con Sant’Agostino è un distratto e approssimativo approccio scolastico che, arrivando pressoché alla fine del mare magnum del primo anno di filosofia liceale, si disperde lasciando poche tracce di sé. Poi, magari ci si ritrova a leggere qualche passo o tutte le sue Confessioni consigliate da un amico, spinti da un’urgenza interiore, dalla necessità di trovare un senso alla vita nella fase post adolescenziale. E, allora, con lui si impara a interrogarsi sul rapporto tra fede e ragione, su Dio, sul bene e sul male. 

La fiction in due puntate che andrà su Raiuno, (…) è un’opportunità per riconoscere in Sant’Agostino non una figura trapassata che vive nei libri, ma un uomo moderno che ha sentito, sperimentato, pensato e detto cose che anche per gli uomini di oggi possono assumere un significato vivo e fertile. Aurelio Agostino, nato nel 354 a Tagaste (in Algeria), allora provincia romana, nonostante la madre Monica fosse una convinta cristiana, aveva abbandonato molto presto la fede e si era dato a una vita di piacere, dedita al successo, al divertimento e alle donne, né più e né meno di tanti che vivono nel modernissimo mondo occidentale. Appassionato di studi di grammatica, la lettura dell’ Ortensio di Cicerone gli spalancò il mondo della filosofia e con esso la riflessione sul male e sull’esercizio della virtù. «Quel libro – racconta nelle Confessioni – cambiò davvero il mio modo di sentire», tanto che «all’improvviso perse valore ogni speranza vana e desideravo con un incredibile ardore del cuore l’immortalità della sapienza».

Si mise alla ricerca della verità e di un senso alla vita, che sentiva essere in Dio, ma non trovava spiegazioni che potessero soddisfare la sua predisposizione al ragionamento. Per questo motivo, in un primo momento, aderì al manicheismo. Perché trovava la Bibbia e le Sacre Scritture poco convincenti e la religione della madre “una superstizione puerile”. I manichei, invece, promettevano una religione totalmente razionale e affermavano che il mondo era diviso in due principi, il bene e il male in lotta fra loro, che spiegavano la complessità della storia umana. Un concetto che dopo avrebbe rifiutato perché presupponeva la coesistenza di un Dio buono con la realtà del male, che metteva in crisi l’idea di un Dio incorruttibile.

Ma per Agostino il manicheismo rappresentò, in quella fase, la giusta sintesi tra razionalità, ricerca della verità e amore di Gesù. Abbandonata quella dottrina perché incapace di risolvere i suoi dubbi, si trasferì in Italia, prima a Roma e poi a Milano, dove allora risiedeva la corte imperiale e dove conobbe il vescovo di quella città, Sant’Ambrogio. Agostino rimase affascinato dalla sua retorica e dai contenuti dei suoi discorsi che gli fornirono le risposte alle sue domande su Gesù e su Dio. Arrivò così alla fine del suo percorso di conversione, riuscendo a conciliare il suo bisogno di verità e di senso con la fede in Dio, definito “amore oltre che verità”. Tornato in Africa, divenne vescovo di Ippona.

Certo, non tutti potranno riconoscersi in un cammino di conversione, in una ricerca della verità che si conclude arrivando a Dio. Per chi non crede, la verità è da un’altra parte, per chi è agnostico la verità può essere lì come altrove. Per chi vorrebbe credere, invece, risiede in un Dio difficile da raggiungere o da sentire vicino ma che si spera arrivi, un giorno, a placare ansie, senso di vuoto e incompiutezza. C’è, poi, chi non solo non crede ma quasi con livore riduce il discorso della fede dell’uomo in Dio – e qui siamo consapevoli di stare banalizzando per riassumere la questione – a un “complotto” delle gerarchie ecclesiastiche che nel corso dei secoli hanno tenuto in mano le briglie delle coscienze degli uomini per preservare e, anzi, aumentare il proprio potere e la propria ricchezza.

Tuttavia, lasciando da parte questo aspetto che porterebbe su un altro terreno, quello della distinzione tra religione e chiesa e sconfinerebbe nel terreno del potere temporale di quest’ultima, la figura di Sant’Agostino invita a riflettere sul rapporto tra ragione e fede, tra Dio e uomo. Leopardi diceva che la religione per l’uomo è un rifugio in cui proteggersi per sentirsi meno smarriti e impotenti davanti alla sofferenza e al dolore. E, del resto, tutti i popoli, in ogni luogo e in ogni tempo, hanno sentito il bisogno di credere in un essere trascendente, in una realtà altra rispetto a quella di cui hanno esperienza, e hanno cercato di tendere verso di essa, o tentando di propiziarsi déi distanti e muti o provando a segui
re un percorso che portasse al loro mondo.

L’uomo, di per sé, è irrequieto, porta dentro un’inquietudine che gli nasce da una mancata pacificazione con il proprio mondo interiore e con la realtà in cui si muove, dalla ricerca di un senso. Ma chi o che cosa può aiutarlo a trovare il nodo da sciogliere per allentare le sue tensioni? In che cosa trovare il senso profondo della sua esistenza? In questo, Sant’Agostino è una figura moderna, attuale, in grado di parlare all’uomo di oggi e alla sua sensibilità tormentata. Perché lui stesso fece quel percorso di avvicinamento alla verità che riuscì a riempire di significato la sua esistenza e lo aiutò a calmare la sua irrequietezza.

Non solo, ma con il santo di Ippona possiamo sentire una vicinanza anche perché lui, come noi, si trovò a vivere in un periodo di crisi, di paura e smarrimento, di conflitti. Gli anni di Sant’Agostino videro la fine dell’Impero romano, il capolinea di un mondo invecchiato irrimediabilmente, incapace di rinnovarsi e talmente privo di spinta vitale da cedere ai colpi dei barbari. Oggi, il mondo che conosciamo attraversa una fase critica che impone la responsabilità di compiere delle scelte per realizzare un cambiamento. Cambiamento che richiede uno slancio vitale, un coraggioso salto verso il futuro, verso nuovi modelli di convivenza, verso una realtà in cui valori vecchi e nuovi possano fondersi e convivere pacificamente. Un mondo fondato su nuove certezze, quelle certezze che oggi scarseggiano, negli individui come nelle società, e che lasciano il campo all’insicurezza, alla diffidenza, alla paura, causa di chiusure e contrapposizioni tra noi e gli altri.

Sant’Agostino fu, inoltre, un vero e proprio leader carismatico per la sua comunità. Con i suoi discorsi e i suoi scritti divenne, infatti, un supporto e un punto di riferimento. Come ha ricordato Benedetto XVI in una delle udienze dedicate alla sua figura, il santo si spese molto per la pacificazione delle province africane insidiate dalle tribù barbare del sud, predicando che «titolo più grande di gloria è proprio quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada, e procurare o mantenere la pace con la pace e non già con la guerra. Certo, anche quelli che combattono, se sono buoni, cercano senza dubbio la pace, ma a costo di spargere il sangue. Tu, al contrario, – scrisse nella Lettera al conte Dario , arrivato in Africa per comporre il dissidio tra il conte Bonifacio e la corte imperiale, di cui stavano approfittando le tribù dei Mauri per le loro scorrerie – sei stato inviato proprio per impedire che si cerchi di spargere il sangue di alcuno».

La pacificazione auspicata non ci fu e nel maggio del 429 i Vandali, invitati in Africa per ripicca dallo stesso Bonifacio, passarono lo stretto di Gibilterra e si riversarono nella Mauritania per invadere poi le altre ricche province africane. Nel maggio-giugno del 430 “i distruttori dell’Impero romano”, come il suo amico e biografo Possidio definì quei barbari, assediarono Ippona. In quegli stessi giorni, il 28 agosto del 430, Sant’Agostino morì. E se ne andò senza smettere di cercare conforto per sé e per gli altri nella preghiera e meditando sui misteriosi disegni della Provvidenza.

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