La retorica dei costi della politica

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Il popolo dovrebbe chiedere, prima ancora di minori costi, maggiore equità ed efficacia perché i pubblici amministratori sono nostri rappresentanti, non i nostri avversari, ma siamo alla fiera del populismo, non della democrazia… 

 


I costi della politica stanno vivendo una nuova fiammata d’attenzione pubblica e temo che finirà come tutte le altre volte, dopo avere strappato applausi e consensi: gli sprechi, le ruberie e i privilegi rimarranno e verranno intaccate soltanto le indennità minori, oppure si tenteranno risparmi basati su calcoli aritmetici e non d’efficacia, come il previsto Senato basato su consiglieri regionali e sindaci.

L’Italia pullula di piccoli e medi comuni che assegnano ai propri amministratori indennità ridicole; fino a 20.000 abitanti, meno di tremila euro al sindaco, meno di mille agli assessori. Con le responsabilità che ci sono? Rischiando di non vedersi neanche versati i contributi per le astrusità burocratiche italiane? Perdendo in ogni caso gli anni migliori della propria carriera lavorativa? Un libero professionista o chi ha mestiere con contenuti  innovativi perde il giro e dovrà ricominciare da capo.

A Roma e Bruxelles faranno anche le budella d’oro, ma nei comuni portano le pezze al culo. Trovatemi un direttore di un’impresa privata, con un bilancio di venti milioni di euro, che abbia uno stipendio inferiore a tremila euro.

La vendetta pauperistica del populismo sta desertificando le pubbliche istituzioni. Chi ha capacità e prospettive sta alla larga, lasciando spazio a giovani volenterosi sui quali si investe inutilmente perché poi sono destinati inevitabilmente a fare altro; lasciando spazio a mediocri e falliti a cui pare già tanto portare a casa uno stipendietto; lasciando spazio a categorie iperprotette come dipendenti pubblici e pensionati. Hanno spazio, ancora ce ne sono, gli idealisti, ma se continua così saranno sostituiti dai masochisti.

Avremmo bisogno di competenza e invece, come dimostrano le ultime elezioni, ben che vada avremo degli onesti alle prime armi (ci vuole una legislatura per capire come funziona un ente locale; figuriamoci una nazione!), mal che vada furbetti e approfittatori di un sistema di selezione basato soltanto su qualche algoritmo, senza alcun apprendistato.

Porto rancore, su questo fronte, ai Renzi, ai Delrio e ai parlamentari ex sindaci che avrebbero dovuto conoscere la situazione delle autonomie locali e le hanno invece ulteriormente mortificate, riducendole a periferie del potere, anche nella dignità dei loro amministratori.

E non voglio entrare nel dettaglio di un’Italia troppo lunga e troppo larga, nella quale i sindaci dell’Alto Adige hanno ben altre indennità (Laives, 17.000 abitanti, il sindaco percepisce 8.332 euro al mese) e nella quale diversi comuni a sud moltiplicano le commissioni per incrementare i gettoni.

Il popolo dovrebbe chiedere, prima ancora di minori costi, maggiore equità ed efficacia perché i pubblici amministratori sono nostri rappresentanti, non i nostri avversari, ma siamo alla fiera del populismo, non della democrazia… ne rimarrò convinto fino a quando i nuovi vincitori e gli sconfitti non inizieranno a distinguere fra budella d’oro e pezze al culo, chiedendo tagli da una parte e sostendo adeguamenti dall’altra.

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