“La politica del rigore alla tedesca perde consenso.

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di Alberto Venturi

“La politica del rigore alla tedesca, la flessibilità alla francese. E l’Italia?””

 

In Italia è possibile migliorare sia adottando misure alla tedesca che alla francese, ma non possiamo continuare a fare il gioco delle tre carte, dando ai lavoratori i soldi del tfr che già sono loro, o riprendendo con più tasse e meno servizi gli ottanta euro messi in busta paga. Così non si crea ricchezza in più e non si spende meno; rischiamo di svenarci per niente.

 

Tracciando una linea di confine immaginaria (nulla nella realtà è così semplicistico), la politica del rigore alla tedesca costringe l’economia a muoversi dentro un solco tracciato da paletti rigidi, con il compito primario di difendere i bilanci, accettando le conseguenze negative che ciò comporterà sulla gente, più o meno pesanti secondo l’efficacia dei contrappesi sociali. La politica della flessibilità alla francese pone come priorità la creazione di lavoro e sviluppo, disposta a pagare un aumento del deficit e una minore tutela degli equilibri finanziari, ma lo fa basandosi su previsioni, non su certezze. E’ una scommessa, razionale e sensata in modo direttamente proporzionale alla capacità di governare le dinamiche economiche e sociali… che non vedo in Italia. Il viceministro dello sviluppo economico Carlo Calenda ha dimostrato che perfino l’idea di trasferire il Tfr in busta paga è stata buttata lì, dichiarandosi pronto a fare dietrofront, se ciò creerà problemi alle piccole imprese (pensarci prima, no?).

In Italia abbiamo vissuto cinque anni di lacrime e sangue, perdendo soldi, diritti e servizi, senza  un qualsiasi barlume di sviluppo, con un costante aumento della disoccupazione anche giovanile, del debito pubblico e una generale depressione economica.  Ci siamo svenati per niente e forse continuiamo a svenarci inutilmente perché non riesco ad affermare che il governo Renzi abbia modificato l’andazzo.

Anche il primissimo, timidissimo segnale di una inversione di tendenza sulla disoccupazione si scontra con l’infoltirsi della schiera di giovani neet (Not in Education, Employment or Training).

Continua il gioco delle tre carte: ti do ottanta euro in busta paga, ma te li riprendo attraverso la tassazione degli enti locali, ai quali ho sottratto risorse. Vale lo stesso per il Tfr, perché restituisco ai lavoratori adesso quello che loro avrebbero incassato domani. Non è ricchezza in più; sono sempre gli stessi money che girano e l’effetto positivo immediato (se mai ci sarà, vista la scarsità di benefiche conseguenze degli ottanta euro) nel medio e lungo periodo si azzererà. Il sistema pubblico italiano deve spendere meno o aumentare le entrate senza incrementare il prelievo fiscale. In Italia c’è margine per operare sia alla tedesca, tagliando intelligentemente gli sprechi, i privilegi e la corruzione, sia alla francese attraverso una politica di sviluppo che valorizzi ciò che ci rende unici nel mondo: l’ambiente, la cultura, l’arte, lo stile… il ‘Made in Italy’, ma per riuscirci, oltre a cambiare mentalità alla politica, occorre cambiare mentalità agli Italiani.

 

di Gianni Galeotti

La Politica del rigore da un’Europa a trazione tedesca ha contribuito così tanto (e deve così tanto), alla spirale recessiva che ha colpito i Paesi membri del vecchio continente da arrivare a raschiare il cosiddetto barile e ad essere controproducente per la stessa Germania.

 

Le difficoltà dei partner europei obbligati a rispettare vincoli di ogni tipo che impediscono di spendere ed investire anche quando si potrebbe, unite alle sanzioni alla Russia e alla crisi mediorientale stanno facendo male anche alla Germania, la locomotiva europea, i cui indicatori economici sono nettamente peggiorati. In questo contesto economico e monetario ‘tedesco centrico’, credo che la Francia abbia fatto bene a chiedere (nuovamente) lo sforamento (abbondante, visto che si parla del 4,4% del Pil) del vincolo del 3% nel rapporto deficit e prodotto interno lordo. La Francia ha messo nero su bianco dati e decisioni con quella forza e quell’orgoglio che l’Italia non ha mai avuto e, nonostante gli annunci di Renzi, continua a non avere e, ritengo, mai avrà.

 

Da Monti a Letta, fino ad arrivare a Renzi, negli ultimi anni l’Italia è stata sempre più svenduta a quello che azzardando (ma non troppo), già nel 2012, era stato definito dal Direttore de ‘Il Giornale’ Sallusti, il Quarto Reich tedesco: un potere non più militare ma economico, basato su una volontà egemonica in campo finanziario e monetario. Una egemonia economica che però più che frutto della potenza e della forza tedesca (e tanto meno di complotti e di progetto dittatoriale), credo sia frutto della codardia, dell’incapacità e della sudditanza, anche psicologica, oltre che politica, di molti Paesi, tra cui l’Italia. In soldoni, ritengo che all’interno di un’Europa dove è stata realizzata solo l’Unione monetaria e non quella politica, la Germania abbia fatto e continui a fare semplicemente i propri interessi mentre gli altri Paesi, tra cui appunto l’Italia, non li hanno fatti, in un misto tra incapacità e sudditanza politica.

 

Al di la dei proclami e delle frasi ad effetto, la politica di Renzi, che non a caso ha avuto l’imprimatur di Napolitano e degli stessi ‘poteri’ (escluso quello del popolo sovrano), che prima avevano accompagnato l’ascesa e la discesa ben poco rappresentativa e democratica di Monti e Letta (più pronti a prendere che a dare ordini a Bruxelles), non ha portato nessuna concreta novità rispetto alla linea dei precedenti governi. Anzi, Renzi sarà li, o avrà la possibilità di rimanere al suo posto, fino a quando gli stessi decideranno che sarà ora di staccargli la spina. Pur bravo e deciso e pur contando su un patto con Berlusconi in grado di annullare anche ogni tipo di opposizione, credo che il Premier, in questo senso, abbia proprio le mani legate. Se cadrà nella tentazione francese di consumare uno strappo verso l’Europa tedesco centrica (lo stesso strappo che pur solo accennato costò a Berlusconi, ultimo Premier eletto dal popolo, la scomunica), credo che per lui (Renzi) ci rimarrebbe ben poco spazio di manovra.

 

Renzi mi è piaciuto quando una settimana fa ha ricordato come la stessa Germania che ha fatto dello sforamento del 3% un dogma inviolabile per i Paesi dell’Eurozona, fu la prima a sforarlo e ad essere graziata. In effetti fu così: per tre anni consecuti
vi, dal 2002 al 2004, sia la Germania sia la Francia hanno avuto un deficit superiore al 3 per cento. Entrambi i Paesi avrebbero dovuto ricevere severe sanzioni che non arrivarono mai e furono graziate. Ma, lo ripeto, essere conseguenti nei fatti a questo ‘parlare chiaro’ significherebbe, per l’Italia, fare ciò che sta facendo la Francia. Cosa che se potrebbe giovare (forse) al nostro Paese, costituirebbe per contro uno stop politico nell’ascesa di Renzi Premier.

 

Per questo ritengo che l’Italia a guida Renzi non farà e non potrà fare altro nei confronti dell’Europa di ciò che è stato fatto fino ad ora e che purtroppo ha trascinato l’Italia nella spirale recessiva che stiamo vivendo e dove tutti, per primi coloro che producono lavoro, stanno subendo i costi. Una spirale dove, purtroppo, per la prima volta manca anche la visione di almeno una possibilità o una via per uscirne. Una visione che dia senso, forza, orgoglio e voglia di reagire anche quando si è con (e scusate il francesismo), con il ‘culo per terra’. E’ questo che la politica oggi deve dare e ancora non da, e che il Premier in carica, paradossalmente proprio per gli stessi motivi per cui è stato legittimato Premier, non potrà darci.

 

 

 

 

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