La notte del telegramma. Biondo era e bello e di gentile aspetto (1ª parte)

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano”Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano..
Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile


L’autore, Carlo Fruttero[1], narra l’evento con cognizione di causa, avendolo vissuto “in prima linea”. Lo stile dell’autore di libri gialli, traspare con forza dalla sua capacità di descrivere il dipanarsi di quelle tragiche, lunghissime ore, mantenendo il lettore col fiato sospeso.

L’articolo, pubblicato parzialmente anche da La Stampa venerdì 16 aprile 2010 [2] , data la lunghezza è stato suddiviso in tre parti.

 

Alberto Broglia


  La notte del telegramma. Biondo era e bello e di gentile aspetto (1ª parte)

 

Timido l’imperatore appariva davvero, passava senza salutare, mormorava frasi inaudibili, arrossiva, lo vedevi sempre un po’ di sbieco mentre spariva tra due porte. Era bello, alto, biondo, elegantissimo nei suoi completi oscillanti tra varie tonalità del grigio medio. Venne poi, all’epoca del Libretto rosso, una scivolata sul capello lungo e sul giubbotto di daino, ma da vecchio aveva ricuperato il vecchio stile, con qualche tocco geniale. Sono cose che del resto si sanno e su cui abbondano gli aneddoti. Quanto a me, non feci mai parte della sua cerchia intima, non ne subivo il leggendario fascino, non andavo oltre il rispetto e la gratitudine. Rispetto perché negli anni Trenta, quando il fascismo non solo era vincente ma sembrava solido, durevole, una soluzione concreta e funzionante a tutte le travolgenti questioni successive, diciamo, alla presa della Bastiglia, il giovane Einaudi, con pochissimi altri, non ci cascò, capì che la grande cialtronata era effimera e sarebbe finita presto o tardi nel peggiore dei modi. Un’intuizione non da poco in quei tempi di gagliardetti al vento e corporazioni.

E gratitudine (anche se, lo ammetto, tardiva) perché quando cominciai a collaborare con la ditta avevo solo venticinque anni e lui vide qualcosa di promettente dietro la mia giovanile spavalderia e supponenza. Non so, e non credo importi sapere, se fu mai iscritto al Partito comunista. S’incontrava naturalmente con Togliatti e i massimi dirigenti del partito, ma posso immaginare che sapesse mantenere le distanze anche con loro.

Fiancheggiare, “oggettivamente” fiancheggiava, ma non permetteva a nessuno di interferire con le sue scelte, prese in base a quanto gli raccontavamo noi, suggeritori di vario peso e influenza e liberissimi di pensare quel che ci pareva dell’URSS e annessi.

Nel 1956 l’URSS mandò i carri armati per reprimere la rivolta scoppiata in Ungheria, Paese comunista, governato da comunisti, abitato da comunisti. E lì da noi, in via Biancamano, fu come se si fosse infilata in corridoio una granata di T34. Un’esplosione che sbriciolava anni di materialismo dialettico, centralismo democratico, terza via, via italiana al comunismo, aperture e chiusure ai cattolici, sfumature eretiche, temibili deviazionismi e migliaia e migliaia di saggi, studi, articoli interamente dedicati al Paese Guida; miliardi e miliardi di confronti, polemiche, posizioni e distinzioni, conciliaboli, anatemi, riavvicinamenti, una cosmica massa di parole che di colpo suonavano vane, se non peggio, come le chiacchiere dei due meschini che aspettano Godot. Una strage, un massacro polverizzante.

In quel corridoio bianchissimo volavano tutte le schegge, le porte si aprivano, sbattevano, volti cupi o arrossati si affacciavano, si fronteggiavano, scattavano verso un nuovo arrivato, sostavano due minuti a gruppetti, si rintanavano in due o tre dentro a un ufficio, ne saltavano fuori per infilarsi nell’ufficio di fronte, le sedie stridevano, le scrivanie si facevano sedili angolosi, i portacenere traboccavano, i telefoni squillavano in continuazione. Non stava fermo nessuno, nessuno lavorava. Le graziose segretarie nei loro grembiulini gialli, rossi, azzurri passavano compunte con in mano cartelline e fogli che nessuno si dava la pena di firmare. «Dottore, ci sarebbe…», «Fammi il piacere, Cilli, non vedi cosa sta succedendo?» .

Ma nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Qualcuno aveva portato su una radio, ma i notiziari italiani erano insoddisfacenti. Si sparava, c’erano le barricate, ma nessun reporter era lì a farci sentire il crepitio della battaglia in diretta. Fu convocata la signorina Dridso, una delle segretarie. Era russa e non si sapeva bene come e perché fosse arrivata in via Biancamano. Si cercò, tra si
bili e disturbi catarrosi, di captare Radio Mosca. Cosa dicevano? La Dridso non ci capiva niente. Ma allora Radio Budapest, il russo non era in qualche modo connesso con l’ungherese? No, per niente; né la Dridso, né nessun altro sapeva una dannata parola di ugrofinnico
[3] .

L’editore usciva ogni tanto dal suo ufficio, corrucciato, distantissimo, la voce sempre più nasale, strascicata. E tutti: e a Roma, cosa dicono a Roma? La speranza era che Einaudi fosse in contatto con la direzione del partito, che avesse qualche riservatissima primizia. Ma il partito ancora non si pronunciava. Era una rivoluzione? O non, piuttosto, una controrivoluzione? Una sommossa giovanile spontanea e casuale? O non, piuttosto, un’operazione sovversiva, fomentata e manovrata da traditori al servizio di potenze straniere? La tensione montava, vibrava, qualche finestra veniva aperta, e perché non facciamo un salto a prenderci un buon caffè da Piatti, un ricco panino semidolce?

Chiedevano un parere anche a noi agnostici o comunque scettici sul paradiso sovietico. Ti rendi conto, carri armati comunisti che stritolano un Paese comunista! Compagni massacrati da compagni, è incredibile, è pazzesco! Ma no, non è affatto pazzesco, è normale, rispondevamo noi da vere carogne.

Prendevano le parti dell’URSS con facce di bronzo. Cos’altro potevano fare? Se cedevano lì, sarebbe crollato tutto il sistema, un pezzo dopo l’altro. Gli imperi si tenevano insieme così, con la forza, tu guarda i Romani: mandavano di corsa due legioni a sistemare i casini. Lo stesso i Greci con le colonie ribelli, pensa solo a Melo, alla disputa di Melo: alla fine gli Ateniesi mandarono la flotta e sterminarono l’intera popolazione dell’isola, ateniese come loro. E gli inglesi? Hai presente la politica delle cannoniere? No, non c’era questione, i russi stavano facendo la cosa giusta, the right thing. Viscidi provocatori, da mettere al muro all’istante.

Quelle turbate coscienze si dibattevano in ogni direzione: e gli odiosi americani, l’ONU, come mai non facevano niente, non intervenivano?

Figurarsi se andavano a cacciarsi in un simile pasticcio! Gli americani erano sicuramente d’accordo, sapevano tutto da giorni, lasciavano fare. E Cases, dov’è Cases, fate venire Cases! Cesare Cases era il nostro (bravissimo, autentico) germanista e poteva servire a tradurre i notiziari di Radio Vienna, città vicinissima all’Ungheria, dove c’era da pensare che avessero notizie più fresche, più immediate.

L’ansia frenetica, il quasi isterico nervosismo, lo smarrimento di quei dilaniati colleghi durarono l’intera giornata; il portiere Gerlin, di sentinella all’edicola più vicina, arrivava ogni tanto trafelato con nuove edizioni straordinarie di tutti i quotidiani. I carri armati avanzavano inesorabili, le barricate venivano travolte una dopo l’altra, i controrivoluzionari cedevano sotto i colpi di cannone, di mitra, di fucile.

Già, perché adesso da Roma avevano deciso la linea: trattavasi di controrivoluzione, oggettiva e “oggettiva”, nei due sensi. E le forze sane del Paese si univano ai compagni sovietici venuti in loro soccorso. Molti morti, molti arresti, molte case sventrate, ma cosa vuoi farci: quando si tratta di controrivoluzione… Perplessità folgoranti venivano or sì or no a trafiggere quei cuori esacerbati: ma qui allora va tutto a puttane, ma allora siamo dei poveri coglioni.

«No, no, non esageriamo – dicevamo noi al massimo della perfidia – è solo astigmatismo dialettico, può capitare a chiunque.»

 

Carlo Fruttero

 

Tratto da: Mutandine di chiffon di Carlo Fruttero

ISBN 9788804600602 © 2010 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 1 ª edizione aprile 2010

(Pagg. 100 – 110)

 

Giulio, rampollo di casa Einaudi, veste in modo raffinato, è di bella e imperiale presenza e guida la Casa Editrice. La notizia dell’invasione dell’Ungheria da parte dei cingolati sovietici genera un po’ di scompiglio nei corridoi della Einaudi, Casa editrice storicamente a fianco dell’estrema Sinistra. Porte che sbattono, sedie che stridono, volti arrossati, qualche battibecco. A
lla fine sembra prevalere il buon senso: l’invasione è un doveroso intervento necessario a difendere le forze sane del Paese dalla controrivoluzione. Qualche dubbio serpeggia, ma prevale la linea della verità vera, quella dei comunisti duri e puri.



[1] Nato a Torino nel 1926, Carlo Fruttero è romanziere, traduttore, saggista, collaboratore del quotidiano “La Stampa”.

Assieme a Franco Lucentini (1920-2002) ha firmato decine di romanzi gialli e di saggi. Sempre con Lucentini, Carlo Fruttero si è occupato anche di fantascienza, dirigendo la collana “Urania” (Ed. Mondadori) per più di un ventennio.

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