La maschera proibita

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Il 25 novembre ricorre il quarantennale della morte di Yukio Mishima, uno degli scrittore più controversi e discussi del ‘900. Claudio Gibertini ci guida senza preconcetti alla scoperta di un magnifico intellettuale autore di sconvolgenti capolavori che ha voluto vivere la poesia e l’estremo in ogni senso.

Scrivere di Mishima non è impresa facile, perché un poeta di tale portata nasce forse una volta ogni secolo.  Scrivere di Mishima è molto difficile perché al di là della sua complessità ed ecletticità artistica ed umana, per troppo tempo è stato relegato a figura intellettuale d’estrema destra, bollato in modo esacerbante come “fascista” da troppi pseudo intellettuali europei e non. Yukio Mishima è sicuramente  lo scrittore giapponese più controverso di sempre. L’autore di “Confessioni di una maschera”  , romanzo autobiografico che gli valse all’inizio degli anni Cinquanta la notorietà mondiale, fu poi etichettato in modo frettoloso e superficiale come fanatico reazionario.  Mishima fu scrittore, drammaturgo, poeta, regista, attore, molti furono i tentativi di accostarlo ad altri autori e intellettuali, per alcuni fu il D’Annunzio giapponese, per altri un Pasolini nazionalista, per altri un Baudelaire dell’estremo oriente. Tre volte candidato al Premio Nobel per la letteratura, con la sua tragica morte avvenuta in diretta televisiva nel 1970 all’età di quarantacinque anni attraverso il seppuku (suicidio rituale), al termine di un assurdo quanto teatrale tentativo colpo di Stato al Ministero della Difesa giapponese; golpe che avrebbe dovuto riscattare il Giappone dall’umiliazione della sconfitta dell’ultima guerra  mondiale, restituendo all’Imperatore Hirohito il potere assoluto. Yukio Mishima, il cui vero nome era Hiraoka Kimitake, aveva scelto il suo nome d’arte a caso da un’elenco telefonico, e fin dalla giovinezza aveva nutrito una devozione assoluta verso l’Imperatore, inteso come impersonificazione della nazione, della cultura del Sul Levante  e dello spirito giapponese.

Sia in Giappone che in Europa e in America, fu ingiustificatamente snobbato e bollato come  “”intellettuale maledetto”” , e mai gli fu riconosciuta né in vita né dopo la statura intellettuale che oggettivamente avrebbe meritato

 Quando Mishima aveva sedici anni e pubblicò la sua prima opera di rilievo, “La foresta in fiore”, che venne accolta come il frutto del nuovo astro nascente della letteratura giapponese, un critico letterario dell’epoca disse che questo giovane talento sembrava non avere età. Così è stato fino ad oggi per tutta la sua letteratura. In Giappone e all’estero Mishima continua a essere letto, tradotto e commentato. Da pochi anni in Giappone è stata ristampata la nuova edizione della sua opera omnia, che da 36 è passata a 40 volumi. L’interesse per questo autore sembra sempre molto vivo, proprio per i molteplici spunti che la sua numerosa produzione offre a distanza di 40 anni dalla tragica quanto voluta morte.

Mishima fu innamorato di ogni forma di arte,  nutrì una passione intensa per i libri, fu il primo scrittore giapponese in odor di Nobel per la letteratura. Ebbe una sessualità faticosa, vista la sua la difficoltà nell’intrattenere rapporti fisici e umani,  molto si scrisse sulla sua presunta omosessualità mai dichiarata. Sposatosi a 32 anni , molto tardi per gli standard dell’epoca e sostanzialmente dietro a pressioni della madre, fu un esibizionista sfrenato e stravagante,  dominato da un egocentrismo smodato che lo spinse sempre a desiderare di essere al centro dell’attenzione,  per questo motivo, fra le tante bizzarrie che hanno costellato la sua vita, fondò il Tatenokai (società degli scudi) una sorta di esercito privato ai suoi ordini. Grande fu la sua passione per i viaggi, dagli Stati Uniti all’Europa, da quella New York che gli faceva un po’ paura e che definì, suggestivamente, “Tokyo tra cinquecento anni” al salotto dei baroni Rotschild a Parigi, dalle conferenze alla Michigan University alla Grecia, dove s’innamorò “del limpido cielo della culla del classicismo”. Ma il suo più grande amore fu la morte, forza oscura che sullo scrittore esercitò, fin dall’infanzia, un fascino invincibile, specialmente nella forma più tradizionale e spettacolare. quella del suicidio rituale tramite seppuku  che in Italia spesso viene indicato impropriamente con il termine “harakiri”. Non per nulla  mise in scena molte volte il seppuku nelle sue opere letterarie e cinematografiche: e un’ultima volta nella vita reale, su se stesso, quando con le sue stesse mani si tolse platealmente la vita.

Mishima fu per tutta la sua vita un uomo emotivo e vulnerabile, sensibilissimo a ogni minima offesa e nel contempo all’influenza altrui, invocava sempre amore pur essendo apparentemente incapace di amare. Sdoganato dalle accuse rivoltegli in vita e in morte e giunto ormai allo status di “classico moderno”, sopravvive soprattutto nella creazione di un mondo dominato dall’ambiguità e in una poetica della contraddizione continuamente portata sulla scena, ambiguità dominata continuamente da una poetica e da un’estetica della contraddizione che è stata sempre presente fin dalle prime opere.  In “Confessioni di una maschera” la contraddizione e il paradosso diventa anche la tremenda metafora del disagio e della rivolta nei confronti di una società in cui l’individualità dello scrittore non trova lo spazio sufficiente per esprimersi. E stiamo parlando del 1948, ovvero il primo dopoguerra in un Giappone totalmente sconfitto e umiliato.

Nella mitologia personale di Mishima vi sono personaggi che occuparono un posto di assoluto rilievo, da Musashi ad Achille a James Dean, e proprio su esempio di costoro Mishima  improntò la sua vita nell’imitazione di eroi maledetti antichi e moderni, nella ricerca del “beau geste” , della “bella morte” , dell’eccesso poetico e fatale.

La fascinazione della morte fu presente fin dalla sua più tenera età come ideale estetico perfettamente in sincrono con un nichilismo attivo di tipo nietzschiano, e poi sicuramente cristallizzazione della bellezza che nella sua trasfigurazione martirizzante raggiunge l’apice dell’erotismo e dell’estasi dei sensi, celebre è la sua continua auto identificazione con San Sebastiano. Un erotismo narcisistico, che Mishima coltivava con il culto del corpo, applicando l’antico concetto di “mens sana in corpore sano” alternava le tante letture letture alla pratica delle arti marziali tradizionali e l’esercizio d
ella scrittura agli addestramenti paramilitari.

 Il suo stile letterario  fu sempre raffinato, delicato, di grande impatto emotivo e di sublime analisi psicologica dei personaggi, in “Colori proibiti”, forse il suo capolavoro più grande, la sua penna ci ha regalato alcune delle pagine più belle dell’interno ‘900.

Ma Mishima fu soprattutto incarnazione e rappresentazione del Giappone, sua vera e propria religione, in quanto riuscì fissare sulle pagine l’amalgama inscindibile di modernità e tradizione che in Giappone sono le due facce della medaglia. Fu giapponese nel profondo dell’anima e devoto alla sua nazione per ogni istante della sua vita, ma al contempo coltivò un amore profondo  per l’Occidente e la sua cultura, ma fu una passione sofferta, il rapporto con l’Occidente fu infatti sempre conflittuale. Un amore misto all’ odio mai risolto, basti pensare alla stesura dell’ultima opera “Il mare della fertilità”, in cui sono presenti descrizioni estremamente ridicolizzanti di personaggi occidentali di contro all’esaltazione indiscussa dei valori e della tradizione puramente giapponese. Ma si pensi d’altro canto all’accanimento con cui ha sempre cercato il riconoscimento della cultura occidentale: le traduzioni all’estero, le rappresentazioni dei suoi drammi teatrali in America, la forte speranza dell’assegnazione del Nobel al quale per tre volte arrivò molto vicino senza mai ottenerlo.

Amato e odiato, gaudente e sofferente in una vita di tanti eccessi e stravaganze, a 40 anni da quel freddo giorno di Tokyo nel quale con un ultimo colpo di teatro si diede la morte nel modo che aveva immaginato e bramato fin da bambino, Yukio Mishima continua a far discutere, ad appassionare e a sedurre con il suo stile struggente, eclettico e raffinato.

 

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