La mafia, cosi’ sconosciuta e cosi’ vicina

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Ho paura che la storia delle infiltrazioni della criminalità organizzata in Emilia Romagna, al pari delle altri regioni settentrionali,  dovrebbe intitolarsi: “La grande dormita” ... Passiamo dalle reazioni isteriche quando la cronaca ci sbatte in faccia la sua violenza al disinteresse quando rimane sottotraccia, ignorandone meccanismi, alleanze, forme di sostegno, organizzazione.

Giovedì scorso ho ascoltato Sabrina Pignedoli, giornalista de Il Resto del Carlino di Reggio, presentare il suo libro ‘Operazione Aemilia’, edizioni Imprimatur, ovvero ‘come una cosca di ‘ndrangheta si è insediata al nord’. Lei lo ha vissuto sulla propria pelle, subendo intimidazioni da un poliziotto ora arrestato perché stava indagando e raccogliendo informazioni sulle attività del clan Grande Aracri. Ha saputo resistere e ha contribuito con le sue denunce al grande blitz sfociato nel processo in corso a Bologna.

Ho paura che la storia delle infiltrazioni della criminalità organizzata in Emilia Romagna, al pari delle altri regioni settentrionali,  dovrebbe intitolarsi: “La grande dormita” , un sonno che continua di fronte a fenomeni come l’immigrazione dalla Cina, oppure a quella dei profughi siriani, ma prima era stata l’immigrazione dall’Africa Mediterranea, dalla ex Jugoslavia. Passiamo dalle reazioni isteriche quando la cronaca ci sbatte in faccia la sua violenza al disinteresse quando rimane sottotraccia, ignorandone meccanismi, alleanze, forme di sostegno, organizzazione. Tra l’altro, non conoscendola, ne abbiamo paura a prescindere confondendo povera gente in cerca di una speranza con pericolosi delinquenti e terroristi.

Chi dovrebbe essere il nostro occhio su questi fenomeni? Le forze dell’ordine intervengono quando ci sono reati; i comuni quando ci sono disagi sociali, ma chi studia e analizza i fenomeni nel loro formarsi, chi è in grado di coordinare l’azione di tutte le istituzioni e i servizi? Ci sono le università, gli antropologi, i sociologi ma tra scuola e realtà in Italia il confine rimane difficile da oltrepassare. Quando si incontrano risulta più una mossa di marketing politico che un vero bisogno di sapere: Enzo Ciconte chiamato in ogni dove, cittadinanza onorarie a magistrati impegnati, pacche sulle spalle a Don Ciotti, salvo poi non modificare comportamenti, leggi e regolamenti. Salvo continuare a fare affari con persone risaputamente legate alle famiglie mafiose, camorristiche, della Sacra Corona Unita, della Ndrangheta, ad affittare loro i locali, a coinvolgerli con subappalti.

Non solo il presente ci è estraneo; credo che non abbiamo chiarito nemmeno come la malavita organizzata si sia infiltrata nel nostro tessuto socioeconomico o lo sappiamo in modo approssimativo. Si dice spesso che fu portata dai capi mandati al confino nelle nostre zone e la si ritiene un’errata valutazione della magistratura… e se invece fosse stata pensata dagli stessi boss, per organizzare nuovi affari, arruolando qualcuno dei tanti compaesani saliti per lavoro, o nascosti tra questi? Eravamo in contatto con la malavita da molto più tempo; da quando i nostri autotrasportatori giravano l’Italia e da quando le nostre ceramiche hanno cominciato a vendere al sud.

Abbiamo bisogno di svegliarci e di unire gli sforzi di tutti: istituzioni, forze dell’ordine, associazioni economiche, governo per isolare non solo i mafiosi, ma chi fa affari con loro, chi fa dell’opacità il suo sistema, chi gira con automobili di lusso e ha attività in perpetua rimessa, chi continua ad aprire locali che non funzionano.

Ho paura che, se non correità, sicuramente le nostre terre ora conoscono l’omertà, il girarsi dall’altra parte. Continuiamo a dormire. 

 

 

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