La maestrina dalla penna rossa ed il compitino

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Solitamente trascuro la lettura degli articoli scritti dalla Signora, perché generalmente banali, scontati e capziosi. Anche questa volta, stavo per voltare la pagina del quotidiano più indipendente d’Italia, poi, non sapendo come far trascorrere l’uggioso pomeriggio di Ferragosto, mi sono rassegnato ed ho letto l’articolo[1].

Puntualmente la maestrina dalla penna rossa[2], come sta facendo a ranghi serrati il gregge dei suoi disciplinati compagni scrivani, svolge il compitino assegnato dal politburo: scrivere articoli ove si devono a tutti i costi scagionare i musulmani e l’Islam.

Nulla importa se la verità viene distorta o se la concatenazione logica del pensiero è inesistente: l’obiettivo è propinare ai lettori più sprovveduti ed alla mandria degli utili idioti la minestrina precotta e carminativa.

In questo caso, però, il tema del compitino è arduo, perché la gente è sdegnata. E molto.

Tuttavia la posta in gioco è alta e gli strateghi del partito sanno bene che, sia per attingere in futuro al bacino di quei voti di matrice islamica, sia per poter continuare ad usufruire di altre cosucce che provengono dall’area medio orientale (su cui la magistratura, ovviamente, si guarda bene dall’indagare), occorre tenere la posizione, sempre e ad ogni costo. Come le truppe naziste a Stalingrado.

Che cosa s’inventa di originale la brava maestrina per svolgere il compitino?

Nulla. Lo schema è il solito, trito e ritrito:

          descrizione del fatto in modo asettico,

          ammissione che si tratta di una brutta cosa, anzi orrida,

         immediata ricerca di qualcosa di analogo accaduto anche in Occidente, meglio ancora se si riesce a coinvolgere il Cattolicesimo,

          fervorino finale con il ditino alzato, che recita più o meno così: “state ben attenti a non criminalizzare l’Islam perché noi abbiamo fatto di peggio e di più.

Segue qualche notazione raccogliticcia, qualche esempio preso qua e là, e il gioco è fatto.

Leggiamo, dunque, il pezzo di bravura.

Già il titolo ed il sottotitolo anticipano il solito sapore rancido della paccottiglia sofisticata:

La ragazza pachistana e l’abitudine globale di perseguitare le donne

Orrori come quello di Brescia non sono esclusiva del mondo musulmano

Con un guizzo ardito della fantasia, la nostra audace scrivana racconta un episodio ancora più efferato, avvenuto in Medio Oriente: forse pensa di riuscire a stupire il lettore.< o:p>

Poi, con la consueta monotona, supponente saccenteria, monta sullo sgabello che ritiene essere la sua cattedra e, dopo avere pronunciato le solite frasette di circostanza sul mondo femminile, espone alla mandria degli utili idioti la sua puerile lezioncina carminativa:

Ma ricordiamoci che, anche se in modi meno spicci, la punizione corporale e la soppressione della donna che pecca è stata non solo tollerata ma anche incoraggiata nelle società cristiane fino a pochi secoli fa. A volte perfino fino a pochi decenni fa . [3]

Ecco. Il compitino è stato svolto, la tesi precotta è stata enunciata, gli utili idioti sono stati abbeverati e il politburo è servito.

Ora, tutta soddisfatta, scodinzolando e agitando le penne rosse, conclude:

l’intolleranza verso la libertà femminile, ma diciamo che anche le società più avanzate conservano nei costumi e spesso anche nelle leggi, altre forme di intolleranza e di discriminazione che, pur non sfociando in un delitto, privano le donne della loro autonomia e della loro integrità.[4]

Ovviamente non mi curo di scendere a discutere simili banalità, perchè sono solo sofismi, intrisi della solita ignobile e laida malafede, quando non di ignoranza storica conclamata; insomma, si tratta di eristica allo stato puro. Non ne vale la pena e non servirebbe a nulla.

Mi domando tuttavia, con non poca preoccupazione, come ci possa essere una mandria di lettori che continua, ancora, a credere a simili idiozie.

Eppure, purtroppo, ci sono.



[1] La ragazza pachistana e l’abitudine globale di perseguitare le donne. Corriere della Sera edizione del 15 agosto 2006.

[2] Maraini Dacia.

[3] La punteggiatura è quella originale della scrivana: un po’ di ripasso non le farebbe male.

[4] Vedi nota 3

 

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