La Lega dopo lo tsunami

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Bossi, nvece di abdicare e finire in bellezza, è rimasto sul trono, sorretto da una corte di familiari e amici che lo ha portato al disastro.art. del Sen. Paolo Danieli

 

Della Lega mi sono interessato fin dal suo nascere. Non perché sia leghista, ma perché mi affascina l’idea che la patria possa essere declinata su tre dimensioni: europea, italiana, regionale. Così, da quando negli anni ’80 il leghismo s’era affacciato sulla scena politica, avevo coltivato la speranza che portasse avanti questa visione tridimensionale.

In principio c’era la Liga Veneta:etnica, identitaria e anche colta, i cui esponenti più noti sono stati Franco Rocchetta, Marilena Marin e Achille Tramarin.

Quella Lombarda nacque da una sua costola: rivendicativa, economica, popolana. Prese presto il sopravvento e inglobò la Liga, cacciandone l’ultimo capo, Fabrizio Comencini. Bossi diventò così il padrone assoluto della Lega Nord, costituita nel ’91, circondato da fedelissimi lumbard, allineati e coperti su tutto quello che il capo diceva. A dire il vero qualcuno che per il suo spessore culturale aveva mantenuto una sua autonomia c’era stato. Valgano per tutti due esempi: quello di Gianfranco Miglio, intellettuale e profeta del federalismo, che però venne presto emarginato e quello di Giancarlo Pagliarini, economista, già ministro del bilancio del primo governo Berlusconi, anche lui tagliato fuori.

Per vent’anni Bossi ha regnato sulla Lega. Camice e canottiere verdi l’hanno seguito ciecamente nelle sue evoluzioni: federalismo, secessionismo, appoggio al centrodestra, appoggio al centrosinistra, partito di lotta, partito di governo. Decideva Bossi e tanto bastava. Indubbiamente è stato un geniaccio ed è riuscito, con rara abilità, a diventare uno dei protagonisti della politica italiana e a raccogliere grande consenso nell’area più importante del paese.

Non ha mai voluto definirsi secondo le categorie classiche “destra” e “sinistra”. E anche se gli osservatori catalogano la Lega fra i movimenti di destra, lui ne ha sempre rifiutato l’etichetta, facendo sedere i suoi gruppi parlamentari al centro dell’emiciclo, tenendosi le mani libere. Tuttavia il successo della Lega è stato ottenuto, oltre che dall’aver saputo stare fra la gente, dall’aver cavalcato i temi tipici della destra: ordine pubblico, immigrazione, difesa dell’identità, nazionale e perfino religiosa, difesa dell’iniziativa privata. Temi che Bossi si è trovato fra le mani, essendo stati abbandonati dalla destra italiana guidata da Fini, troppo preoccupato di apparire politicamente corretto.

Poi l’ictus. Invece di abdicare e finire in bellezza, è rimasto sul trono, sorretto da una corte di familiari e amici che lo ha portato al disastro.

Ma la Lega non avrebbe potuto comunque continuare così. Lo avevano capito i più intelligenti tra i suoi esponenti. Sarebbe stato in ogni caso necessario ripensarla. Troppe le aspettative disattese. Troppi gli slogan, pochi i risultati. Il federalismo non ha trovato realizzazione nemmeno nella sua versione più edulcorata, quasi nulla, rappresentata da quello fiscale. E di quell’autonomia richiesta a gran voce da veneti e lombardi neanche l’ombra.

Ora, se la Lega non vuole sparire, deve rifondarsi, ri-definendo gli obiettivi politici e cambiando i criteri di scelta della classe dirigente, lasciando più spazio alla qualità e alla competenza.

La ri-definizione degli obiettivi passa invece attraverso la presa d’atto che, allo stato, la riforma federale in Italia è impossibile per il semplice fatto che gli italiani non la vogliono, come ha dimostrato il referendum del 2007 che ha bocciato la devolution. Allora, pur confermando in linea di principio la scelta federalista, va corretto il tiro, cercando di ottenere margini concreti di autonomia per quelle regioni che la richiedono da più di vent’anni, come il Veneto e la Lombardia. E’ un obiettivo più a portata di mano, raggiungibile con passi successivi, anche nel quadro della concessione dello statuto speciale. Già ce l’hanno cinque regioni, non si vede il motivo per il quale non potrebbero averlo anche altre due! E in ogni caso si potrebbe aprire una bella questione politica sul perchè ad alcune regioni è concessa la specialità e ad altre no.

In questa prospettiva la Lega potrebbe re-inventarsi un nuovo ruolo: quello di partito di raccolta del nord, una specie di Sud Tiroler Volks Partei che tratta con lo stato centrale margini di autonomia sempre maggiori per le regioni che rappresentata. Un ruolo che forse implicherà l’abbandono di certi toni altisonanti, ma che sarà più aderente alla nuova realtà che si va determinando.

 

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