La grande bugia

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Esce oggi in tutte le librerie l’ultima fatica letteraria di Giampaolo Pansa edita dalla “Sperling e Kupfer”. A giudicare dal titolo, «La grande bugia - Le sinistre italiane e il sangue dei vinti», c’è da scommettere che anche questo nuovo libro sarà accompagnato da polemiche e non mancherà di attirare nuove critiche al suo autore.

“La grande bugia”, dopo il «Il Sangue dei vinti», «Prigionieri del silenzio» e «Sconosciuto 1945», è un ulteriore tassello che si aggiunge a quel filone storiografico che con grande fatica sta svelando i misteriosi buchi neri che ruotano attorno alla storia del nostro dopoguerra, ed è anche una sorta di rivincita che, con “una cattiveria allegra” della quale si dice essere “molto felice”, lo scrittore – giornalista piemontese si è voluto prendere nei confronti dei suoi tanti detrattori che in questi anni non hanno fatto altro che lanciargli pesanti accuse di «revisionismo».

Accuse che spesso sono cadute nel ridicolo. Come quella sera a Reggio Emilia quando, presentando “Sconosciuto 1945”, «dopo un cenno critico nei confronti dell’ANPI, – scrive Pansa – fui duramente contestato da un consigliere regionale dei Ds, Gianluca Rivi e successivamente da un altro esponente della sinistra reggiana Paolo Bonacini, direttore di un’emittente locale. Quest’ultimo per la foga di attaccarmi inciampò in un clamoroso autogol culturale affermando che ai miei libri preferiva quelli scritti da Beppe Fenoglio o “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola. Evidentemente non era a conoscenza del fatto che questi due scrittori erano stati messi all’indice dal Pci e proprio per aver raccontato la guerra civile come non piaceva al partitone rosso di quei tempi».

A numerosi episodi come questi, tutti corredati da nome e cognome dei protagonisti, Pansa affianca anche tante tragiche storie di uomini che uscendo di casa non vi fecero più ritorno. Accadde così, la sera della vigilia dell’Epifania del 1946, ad Anno Manfredi il quale «verso le otto, dopo aver cenato, esce di casa per andare a comprare i cioccolatini da mettere nella calza della Befana per il figlio Giuseppe. […] Anno riprende la sua bici e parte per ritornare a casa. Ma a casa non ci arriverà mai». Il figlio Giuseppe ancor oggi, nonostante sessant’anni di ricerche, non è riuscito a trovarne i resti.

Se queste sono le premesse del libro non è difficile immaginare che esso, in un contesto dove per più di 50 anni la Resistenza è stata monopolio quasi assoluto della storiografia d’impronta comunista e soprattutto del Pci che è arrivato a far credere agli italiani di esser stato l’unico partito a fare la guerra ai fascisti e ai tedeschi dopo l’8 settembre, è destinato a provocare un terremoto culturale. Anche perché per Pansa omicidi come quello di Anno Manfredi furono il risultato di operazioni pianificate da veri e propri “squadroni della morte” e questo, si sa, in un paese fazioso come l’Italia, dove i fascisti sconfitti non hanno mai potuto raccontare in pubblico ciò che gli è accaduto, è vietato anche solo pensarlo.

In un Paese normale, invece, libri come “La grande bugia” si leggerebbero per quello che sono, cioè per approfondire la storia che ha interessato i propri padri. Da noi invece scatenano violente polemiche che spesso sfociano in una vera e propria censura degli autori i quali non di rado finiscono per cadere nell’oblio. Questo fortunatamente non è il caso di Giampaolo Pansa il quale ancora una volta potrà vantare il merito di aver fatto conoscere in modo completo, senza omissioni troppo scandalose e soprattutto senza tante bugie, la storia a quei milioni di italiani che pur non essendo fascisti nemmeno si riconoscono nelle posizioni dell’Anpi o dei vecchi del Pci.

 

 

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