La Georgia e l’Ossezia

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Non più solo (Gas) Putin: la Russia non è più soltanto sinonimo di gas e di petrolio. Articolo di Giulia Manzini

L’invasione dei carri armati russi nell’Ossezia del Sud ed i bombardamenti a tappeto sulla capitale Tskhinvali hanno messo letteralmente in fuga le truppe georgiane: venti di guerra in totale sincronia con la prima settimana di gare olimpiche. Completamente devastato il porto di Poti: sito strategico per il trasporto di risorse energetiche.

Oggetto del contendere: la separatista Ossezia del Sud, ricca di risorse energetiche strategiche che è in conflitto con la Georgia dal 1989: nel 1992 la popolazione ha scelto l’indipendenza dalla Georgia per unirsi con l’Ossezia del Nord, repubblica autonoma dalla Russia a maggioranza cristiana dove si trova la più grande base militare russa della regione. Però nonostante l’Ossezia del Sud abbia un’economia dipendente dalla Russia con la maggioranza della popolazione che ha passaporto russo, la sovranità è però rimasta saldamente nelle mani della Georgia.

 La posta in gioco è l’integrità territoriale della Georgia: punto di partenza non negoziabile secondo quanto dichiarato da Stati Uniti ed Ue nei negoziati diplomatici preceduti da un inaspettato sanguinoso ricorso alle armi. Venti di guerra di cui, in parte, è responsabile la stessa Georgia. Il premier russo Putin non ha usato mezzi termini: “La Georgia perderà l’Ossezia”. Una  prova di  forza, emblema della svolta  in chiave fortemente autoritaria del regime neozarista del premier Putin che ha offerto al mondo la nuova immagine di una Russia presieduta da Medvedev: forse una risposta alla strategia americana di forte penetrazione nell’area caucasica. “Se vale per l’Afghanistan e per l’Irak il principio dell’autodeterminazione dei popoli e l’esportazione della democrazia – deve aver pensato Putin, il neo Zar di tutte le ex repubbliche dell’Unione Sovietica – lo stesso principio potrebbe valere anche per gli osseti del sud”. Anche le Georgia, sotto la guida del presidente Saakashvili, ha avuto forti responsabilità nell’accelerazione della crisi: da un anno l’avventuriero leader georgiano ha incessantemente comprato armi su tutti i mercati internazionali. Mosca ha così reagito con un blitz in risposta alla futura possibile entrata della Georgia nell’Alleanza Atlantica: crisi determinata a Mosca da una comprensibile “sindrome da accerchiamento”, alimentata anche dai recenti accordi siglati tra Usa e Polonia per l’installazione di un sistema missilistico a stretto ridosso dei confini russi: l’ennesimo azzardo della fallimentare amministrazione Bush suggerito dal Segretario di Stato Condoleza Rice. La crisi, i cui sbocchi potrebbero essere, a questo punto imprevedibili, è emblema di una politica di potenza della rinascente potenza mondiale russa  più legata al prestigio internazionale che al petrolio e ad altre strategiche risorse energetiche, vitali però soprattutto per i paesi della Ue.

Da due anni Mosca si muove su un binario di sfida alla superpotenza statunitense: politica di potenza resa possibile dalla straordinaria crescita dell’economia russa degli ultimi otto anni. Una sfida all’intera comunità internazionale che, ribadiamo, è forse una risposta ad eventi particolarmente indigesti per la Russia: l’indipendenza del Kosovo, la prospettiva di uno scudo spaziale in Polonia e la quasi certezza che Georgia ed Ucraina entreranno presto a far parte nella Nato.

La Russia tiene fermamente nelle mani le redini delle forniture energetiche dei paesi dell’Unione Europea. L’Italia importa proprio dalla Russia uno strategico 20% del fabbisogno di gas. Vedremo quale effetto sortirà, in questi giorni, la missione di Sarkozy, presidente di turno della Ue nella mediazione diplomatica tra Mosca e la capitale della Georgia Tbilisi. Sarà difficile, se non impossibile, impedire la secessione dalla Georgia dell’Ossezia del Sud che si riunirà così alla Ossezia del nord grazie al gigante russo che si è risvegliato. Una situazione che avrà sicuramente forti ripercussioni sulle elezioni presidenziali negli Usa: una brutta tegola sulla testa che ha finora trovato forse più impreparato il candidato democratico Barak Obama rispetto al più navigato repubblicano Mc Cain.

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