La festa del 25 aprile vista da uno nato alla fine degli anni sessanta.

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Il 25 aprile è una giornata importante. Si ricordano la liberazione del Paese e la ritrovata democrazia. Una ricorrenza che il PCI ha creato, di cui si è impossessato, che conserva gelosamente e che tramanda in quanto su di essa da sempre fonda la sua credibilità, la sua stessa esistenza.

Oggi però appare la ricorrenza si presenta come un rituale un po’ stantio, ripetitivo, immutato nei simboli, nelle cerimonie, nei discorsi, nei partecipanti, invecchiati e in numero sempre calante.  La rituale e forzata esaltazione di avvenimenti accuratamente selezionati, di cui la sinistra si è autoproclamata portavoce esclusivo suona sempre più stonata. Vi si scorge ormai evidente la sensazione di una paura: che qualcuno sollevi il coperchio della pentola, rivelando le omissioni, le censure, le verità “aggiustate” della versione ufficiale, quella del PCI, che nessuno può osare mettere in discussione. Giampaolo Pansa insegna.

In realtà la discussione nulla toglierebbe alla straordinarietà degli avvenimenti di allora, che hanno segnato l’inizio della democrazia. Potrebbe però far vacillare le fondamenta su cui la sinistra italiana si è retta, raccontando al Paese mezze verità o verità edulcorate.  Il grande tradimento ordito dal PCI dopo la Seconda guerra mondiale fu quello di assicurare continuità fra la storiografia di regime e quella dell’Italia post fascista non permettendo agli storici e alla storia di riappropriarsi di quei principi di laicità e di indipendenza dalla politica che, soli, possono assicurare una narrazione trasparente e veritiera.  D’altra parte, non dimentichiamo che tra i benemeriti combattenti per la libertà, i partigiani comunisti erano quelli che lottavano guidati da una cieca fede nel socialcomunismo sovietico e che il PCI aspirava a farci transitare non nella democrazia ma dalla dittatura fascista e nazionalsocialista a quella socialcomunista o del proletariato, due facce atroci, criminali e assassine di una stessa medaglia.

L’Italia evitò il drammatico destino di cadere sotto la dittatura socialcomunista non per merito degli “eroi” della resistenza rossa, ma del voto popolare del 1948 e soprattutto degli accordi internazionali le potenze occidentali e dell’est, che si spartirono il mondo. Nonostante ciò, per lungo tempo i comunisti italiani hanno continuato a guardare con ammirazione al “piccolo padre dei lavoratori” (come l’Unità definì Stalin alla sua morte nel 1953), che aveva sterminato oltre cento milioni di persone, a cominciare da milioni di contadini ucraini, e c’è voluto del tempo perché il PCI italiano rinunciasse il sogno di far parte del paradiso sovietico accettando il destino democratico dell’Italia.

Oggi, dico, non sprechiamo il 25 aprile nelle solite manfrine e strumentalizzazioni della sinistra. Giusto festeggiarlo ma comprendendo nell’abbraccio dei ricordi e dei ringraziamenti tutte le forze che vi concorsero, che lottarono e morirono per la libertà del Paese: dai partigiani rossi a quelli bianchi, dai militari italiani agli alleati e ai resistenti civili, e così via. Facciamo piazza pulitadelle visioni ideologizzate e militanti del PCI di ieri, che la sinistra di oggi continua a riproporre come un dogma, e lasciamo che la storiografia, libera dalle catene dell’ideologia, faccia il suo lavoro.

E’ sul nostro passato, ricco di avvenimenti e di personalità straordinarie, e sulla nostra storia, quella vera, non quella raccontata del vincitore che deve fondarsi il senso dell’unità nazionale. Siano queste celebrazioni occasione per sgomberare il campo dalle interpretazioni e mitizzazioni strumentali. La riconciliazione con il passato, scrive Galli della Loggia, passa attraverso l’accettazione di tutto ciò che è buono e anche di quello che lo è di meno. Per avere un’identità nazionale bisogna avere un passato in cui tutti ci si ritrovino, a cui tutti credano. Solo la verità valorizza ciò che c’è e la verità unisce sempre.

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