La fame del Dragone

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La Cina, oramai a pieno titolo nuova superpotenza economica mondiale, si ritrova a fronteggiare il suo bisogno smisurato di risorse energetiche e materie prime per sostenere l’incredibile impennata industriale degli ultimi anni.

Oramai è palese che la Cina è una realtà economica e produttiva con la quale tutti i paesi del mondo devono e dovranno sempre più confrontarsi. Lo sviluppo che si sta registrando  in Cina non ha precedenti nella storia economica mondiale.

Mai prima era accaduto che una nazione socialista potesse abbracciare il capitalismo più sfrenato dall’oggi al domani e coniugare con successo un apparato statale fortemente dirigista e (almeno formalmente) comunista ed un sistema economico così liberista tale da mettere in discussione il concetto stesso di liberismo e capitalismo.

Ma questo miracolo asiatico che non sembra conoscere freno necessita di essere alimentato con fiumi di petrolio e montagne di materie prime che ogni giorno devono essere riversate tra le fauci del Dragone, animale mitologico che meglio di ogni altro simbolo rappresenta la Cina, essere mostruoso ed al contempo bellissimo ed elegante.

Ed è proprio il Dragone ad essere considerato, fin dagli albori della civiltà cinese,  portatore di fortuna e prosperità così come di rivoluzioni repentine e cambiamenti drammatici.

Quando si parla di materie prime e di risorse energetiche l’attenzione non può che andare subito all’Africa e al Medio Oriente,  dove la Cina sta siglando in questi ultimi anni  moltissimi trattati con i governi locali per assicurarsi quanto necessario alla sua
crescita, così come sta consolidando il controllo sull’Oceano Indiano attraverso la costruzione di porti lungo le nazioni costiere, politica meglio conosciuta come “Strategia del filo di perle”. Nello specifico, per quello che riguarda l’Africa , la penetrazione cinese sempre più forte è oggetto di controversia tra gli economisti: se da un lato viene considerata una forma di neocolonialismo energetico perpetrato con il consenso dei governi locali, dall’altro viene vista come la prima e seria possibilità di un serio e duraturo sviluppo economico per l’Africa

Complice l’interessamento di Cina, Usa , India e Paesi europei allo sfruttamento della materie prime e delle fonti energetiche per molte zone africane il clima politico è radicalmente cambiato, verso la fine degli anni ’90 l’Africa era considerata un continente alla deriva,:sconvolto da guerre etniche, flagellato dalla povertà, dominato da una classe dirigente post-coloniale incompetente e  profondamente corrotta.  In questo grande gioco della competizione energetica la Cina sembra aver scalzato gli altri concorrenti, l’avanzata del colosso asiatico è ormai macroscopica con le oltre 900 aziende cinesi che operano nel continente nero. Centinaia di tecnici sbarcano ogni giorno all’aereoporto di Luanda,capitale dell’Angola, dove costruiscono ferrovie, ponti e autostrade, così come centinaia e centinaia di cinesi arrivano giornalmente in Mozambico, nella Repubblica
Democratica del Congo, in Zimbabwe e in Zambia; in quest’ultima nazione Pechino ha in programma un investimento triennale di 800 milioni di dollari, cioè il 15% del Pil del Paese

Anche in Sudan, Paese martoriato da guerre etniche e religiose che sembrano non aver mai  fine, il governo cinese ha creato un sodalizio diplomatico intrecciando interessi politici ed economici, si pensi infatti che due terzi del petrolio sudanese viene esportato in Cina.

Anche in Nigeria, nazione cardine tra l’Africa occidentale e quella centrale, Pechino ha iniziato una lenta penetrazione economica in competizione con quella britannica, francese ed italiana, ed ha inoltre iniziato a valutare un impegno in Libia
ed Algeria. Negli ultimi 6 anni il commercio bilaterale con l’Africa è svettato da 11 miliardi di dollari a ben 55, cifra che potrebbe benissimo arrivare a 100 miliardi nel 2010.

Questa penetrazione in africa sta avvenendo secondo 4 linee guida: gli investimenti generosi, la non interferenza negli affari interni dei Paesi africani, la strenua difesa dei paesi “amici” in seno dell’ONU grazia all’arma del veto, la potenziale cancellazione del debito dei paesi partners grazie all’enorme liquidità. E’ stato infatti annunciata la creazione di un fondo di investimento per l’Africa da 5 miliardi di dollari. e

Questa aggressiva politica energetica è stata riassunta recentemente da Li Ruogu,presidente della Eximbank, la banca cin se di import-export del Consiglio di Stato a Pechino, organo esecutivo degli investimenti cinesi nel pianeta.

Ruogu ha dichiarato ad esempio che la strategia di investimento cinese è “vincente” rispetto a quella occidentale perché ai paesi in via di sviluppo non vengono richiesti miglioramenti sotto il profilo della democrazia interna, così come vi sarebbe uno scarso interesse ad incrementare il salario dei lavoratori africani impiegati nella prospettiva di un maggiore sviluppo economico generale dei paesi africani partners

Il Dragone stringe così sempre più tra i suoi artigli il continente africano, e ancora una volta fedele alla sua tradizione millenaria rimane foriero sia di grandi opportunità che di terribile sventure.

 

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