La cena con le Acide ed i commenti di Ugolino (2)

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Riprendiamo a commentare le risposte fornite dalle Acide durante la cena: tu, Ombrello Aperto, avevi chiesto:

“Ho letto sulla rassegna stampa di Bice, una geremiade del dotto letterato Asor Rosa, circa la sua mancata nomina a ministro alla ricerca. In particolare mi ha colpito la seguente affermazione: “Alla fine il Pdci, il partito dei rettori, un rettore al governo l’ha mandato.    «È normale che il mondo accademico ruoti attorno al Pdci.» La fonte, per l’appartenenza politica ed accademica, è autorevole e sicuramente credibile, Voi che ne pensate dell’affermazione e delle nostre università?”

Penna Acida

Certo che è arrabbiato il nostro dotto palindromo vivente… gli hanno negato un giocattolino … No, non sono sorpresa da ciò che afferma, solo delusa e dispiaciuta.

Io, forse sbagliando, considero la Cultura , come l’Arte, come la Giustizia, ben al di sopra degli interessi di bottega di questo o quel partito (sempre quello anzi…). Il mondo della scuola, ad ogni livello, anche il più eccelso, vedansi  le esternazioni di Asor Rosa, è ampiamente politicizzato, nonché sbilanciato a sinistra. Eppure ci sono persone che amano definire preistorica la nostra scuola e si professano di sinistra …ossia progressisti. Se fosse applicabile una dissertazione logica su quanto affermano queste eminenze grigie, detentrici della cultura  (Ugolino avrebbe scritto kültüra) si dovrebbe affermare: delle due  l’una: o, dal ’68 in avanti, tutto è mutato in meglio… oppure la “rivoluzione” non è stata portata  a termine degnamente da chi l’aveva con tanta passione iniziata.

Tertium datur: la rivoluzione sessantottina è stata una bufala colossale ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

 

Pioggiacida:

Non conosco l’esistenza ed il fondamento di questi dati che se veritieri dicono da soli che una cosa siffatta non è né buona, né giusta né salutare.

Per quanto riguarda invece la Scuola e l’Università è evidente che continuano ad avere luci ed ombre. Mi pare comunque di poter dire che oggi nessuno, specie dall’estero, contesta il livello di preparazione del nostri neo-laureati. Piuttosto siamo a lamentare che mentre in un anno sforniamo circa 20mila ingegneri altri ne laureano 400 mila. Anche queste sono dolenti note

Ugolino

Questa volta si sono invertite le parti:

La risposta di Penna Acida è leggermente saporita. Ha intinto la penna nell’aceto (un po’ diluito), ma, sempre elegante e con il suo stile ammodino, ha espresso il suo pensiero graffiante. Un po’ di titubanza, un po’ di equilibrismi, e poi la dotta stangata finale: tertium datur : fusse che fusse che la rivoluzione sessantottina fu una bufala colossale?

Pioggiacida invece si è barcamenata: prima defilandosi sulla veridicità dell’affermazione del palindromo letterato, poi, appesa all’oscillante lampadario, ha inteso farci credere che “specie all’estero, nessuno contesta il livello di preparazione dei nostri neo-laureati”: come se questa fosse una consolazione.

E poi quale estero? Lo Zambia, l’Inghilterra, Il Bangladesh, la Germania, l’Albania?

Chiosa finale di Pioggiacida, che c’entra come un monopattino nella Divina Commedia: “pochi sono gli ingegneri che sforniamo rispetto agli altri”. Temo che gli ingegneri, con tutto l’ossequio per la categoria (due fra i miei più cari amici vi appartengono), non siano l’espressione massima della Cultura di una nazione. O meglio, possono esserlo (le Piramidi d’Egitto, il Partenone, il Pantheon, …), ma sono una conseguenza, una derivata della Cultura radicata nella nazione di appartenenza.

Cara Penna Acida, non abbia remore nell’affermarlo: la cosiddetta rivoluzione sessantottina è stata una bufala colossale.

È stata una sciagura di portata epocale che ha annientato, assieme a ciò che indubbiamente di modificabile e perfezionabile c’era, anche valori, principi, verità, sostituendoli con il nulla. Una sorta di rabbioso delirio, una canea ammantata di rosso in tonalità lacca cinese, capace solo di distruggere (in virtù dell’ignavia, dell’abiezione e dell’inconsistenza dei governanti dell’epoca), e capace d’imporsi con la protervia, la violenza congenita, grazie anche alla civile scelta di coloro che, estranei a quell’ideologia ed a quel modo di agire, seppur numericamente assai più numerosi, non erano disposti a ricorrere ai medesimi metodi. Io fui tra costoro, ma non sono certo di avere agito bene.

Altrove il movimento è durato il tempo necessario perché ci si rendesse conto della sua assoluta vacuità, poi è stato stroncato.

Il sessantotto non meriterebbe altre parole, se non fosse che è l’origine, la causa primordiale della palude culturale in cui si trova l’area occidentale; ed i suoi ranocchi albergano in ogni ganglio del kultur-apparat.

Tuttavia la catastrofe più imponente è avvenuta in casa nostra.

“Una cultura del cavolo” l’ha definita Livio Garzanti in una recente intervista sul quotidiano più indipendente d’Italia, ed è stato assai generoso.

Dell’ignavia e della codardia di chi aveva potere e mandato elettorale per stroncare il movimento e non lo ha fatto, ho già detto: non merita, per ora, altro inchiostro.

Ma  vi fu un altro fenomeno tipicamente italico che vale la pena di analizzare. A quei tempi (mi riferisco particolarmente agli anni immediatamente successivi al sessantotto) esisteva una discreta quantità di personaggi di Cultura. Studiosi, ricercatori, letterati, artisti, professori universitari e di liceo. Insomma gente che, oltre a solide basi di erudizione, aveva la preparazione necessaria e sufficiente per formare le nuove generazioni.

Però la canea ammantata di rosso in tonalità lacca cinese, aveva iniziato ad intimidire, e non solo verbalmente, anche i cattedratici ed i cosiddetti “baroni” dell’università: ricordate il caso del professor Trimarchi [1] ?

Cosicché l’italica propensione al patriottico inno “Franza o Spagna, basta che se magna”, oppure al famoso “salto della quaglia sul carro del vincitore”, ebbe il sopravvento e dilagò.

Il primo esempio emetico di questo fenomeno si ebbe in occasione dell’assassinio del Commissario Calabresi.

I prodromi s’erano già manifestati attraverso una campagna di stampa, pilotata dall’”espresso” [2] e tambureggiata da buona parte della stampa “indipendente”, campagna di stampa che, a voler essere gentili, si può definire scellerata: l’acme si toccò quando circa ottocento intellettuali, quello che era considerato il fior fiore della società e della cultura, sottoscrissero il manifesto dell’”espresso” in cui Calabresi era definito «commissario torturatore» e «responsabile della fine di Pinelli».

Tra i firmatari: Bobbio Norberto, Cavani Liliana, Bertolucci Bernardo, Taviani Paolo e Vittorio, Pontecorvo Gillo, Bellocchio Marco, Gregoretti Ugo, Roboni Giovanni, Laterza Vito, Einaudi Giulio, Feltrinelli Inge, Spriano Paolo, Dorfles Gillo, Hack Margherita, Aulenti Gae, Eco Umberto, Maraini Dacia, Siciliano Enzo, Amendola Giorgio, Benvenuto Giorgio, Scalfari Eugenio, Bocca Giorgio, Colombo Furio, Zanetti Livio, Turani Giuseppe, Barbato Andrea, Rognoni Carlo, Rossella Carlo, i fratelli Ripa di Meana Carlo e Vittorio [3] , etc. etc. Chi lo desidera può trovare  qui un elenco più ampio.

Il laido fogliazzo con tutte quelle firme gettò le basi, le condizioni “culturali”, il clima per l’ignobile esecuzione del Commissario Capo Luigi Calabresi, trentaquattro anni.

Servitore onesto, integro e fedele di uno Stato codardo e imbelle.

Plane vir [4] . Uomo, di alta levatura professionale e morale.

Innocente.

Siamo solo nel 1972, e l’individuo cui va ascritta la responsabilità del delitto definì quell’omicidio “un atto di giustizia”. A Rimini il medesimo soggetto aveva squittito: “ … è necessario preparare il movimento ad uno scontro generalizzato che ha come avversario lo Stato e come strumento la violenza rivoluzionaria”.

E i governanti liberamente eletti, investiti del potere per mantenere l’ordine e difendere la civiltà ed i cittadini? Tutti coraggiosamente zitti e inerti.

In questo lago di infamia e disdoro sguazzavano i molto onorevoli Andreotti, presidente del consiglio, Rumor, ministro degli interni e tutti gli altri.

I firmatari di quel sordido e ignobile fogliazzo s’aggirano, in buona misura, ancor oggi sull’italico suolo ed occupano posizioni ritenute di rilievo: quel ch’è certo, tuttavia, è che la loro statura morale e civile era, a quel tempo, di infima levatura.

E per la gran parte di costoro tale è rimasta.

In questo mare sconfinato di vergogna nazionale i professorini, i professoroni, gli scrittori etc. etc., allettati, da un lato, dalla prospettiva dei vantaggi derivati dal salto sul carro dei presunti vincitori, sgomenti, dall’altro, per la totale ignavia, codardia e imbecillità di coloro che avrebbero dovuto difenderli dalle violenze, indossarono la maglietta rossa e cominciarono a starnazzare ed a scribacchiare cose sinistre, battendo a tempo le bianche ali.

Fu sufficiente un decennio e l’obiettivo fu colto: scuole materne, elementari, medie, superiori, università, case editrici, riviste, giornali, pubblicazioni in genere, tv, cinema, perfino i fumetti ed i cartoni animati, divennero facile preda e furono progressivamente fagocitati con reciproca grande soddisfazione. Tutti gli strati della cultura nazionalpopolare furono cooptati. Il capolavoro si compì. E non fu l’unico.

Codesti aitanti e acculturati rappresentanti dell’italica propensione al salto sul carro del presunto vincitore, ampiamente appagati dal versante politico cui si votarono, ancor oggi, ad un ordine del politburo, scattano sull’attenti e, come tanti fantoccini, starnazzano all’unisono, firmano proclami, partecipano a trasmissioni televisive, scrivono sui giornali “indipendenti”, insomma scodellano le uova della loro kültüra asservita.

Non abbia dubbi quindi Pioggiacida: il letterato palindromo dice il vero (e come potrebbe, proprio lui, affermare su un simile tema, una cosa non vera?): i rettorati delle università sono in gran parte saldamente in mani sinistre. Così come la gran parte delle cattedre.

Esprimiamo la più profonda gratitudine per tutto ciò ai grandi uomini di Stato, ai risoluti strateghi che hanno governato la res publica in quegli anni cruciali. Avevano capito tutto.



[1] Durante il 1969 la protesta si incattivì. All’interno delle università gli studenti passarono alle maniere forti anche nei confronti dei professori, sino a quel momento duramente contestati, ma sempre entro i limiti del rispetto personale. Questa regola fu infranta nel marzo di quell’anno, quando alla Statale di Milano il professor Pietro Trimarchi, ordinario di Diritto Civile, fu sequestrato dagli studenti all’interno dell’aula 208. Reo di aver trattenuto il libretto ad uno studente che non aveva superato l’esame – e che avrebbe quindi “”saltato”” l’appello successivo -, il professore fu “”processato per direttissima”” dai colleghi del respinto, tra i quali Mario Capanna (leader del movimento studentesco) in veste di pubblico ministero. Trimarchi fu sistematicamente insultato e raggiunto dagli sputi degli studenti, e dovette intervenire la polizia per porre fine all’episodio

[2] Sinistro settimanale radical-chic in carta patinata.

[4] Un vero uomo di
carattere fermo, di coraggio, energia, valore.

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