La carne da cannone e la peste del ‘600

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Il 4 novembre 1918 era un lunedì: veniva posta la parola fine alla Prima guerra Mondiale. Dopo novanta anni la fiaccola arde ancora o dobbiamo archiviare quel grande evento per sopraggiunta inutilità?

Il 4 Novembre è legato indissolubilmente per me al ricordo festoso delle commemorazioni, delle cerimonie, alle caserme aperte in città, con noi bambini e bambine che potevamo andare a visitarle e persino salire sui carrarmati.

Ma è legato ancor più e in  modo speciale a Redipuglia,  un sacrario fra i più grandi del mondo e certamente il più rappresentativo fra quelli dedicati alla Grande Guerra, sacrario che, appena quattordicenne, visitai per la prima volta in questa ricorrenza.

Ricordo quanto mi colpirono quelle gigantesche lettere in pietra e quella parola, ripetuta all’infinito, quel “Presente” che nella sua semplicità parlava dell’eroismo di uomini normali, della capacità di sacrificio di ragazzi qualsiasi, del senso del dovere senza pompa e senza retorica di tutti coloro i quali, con umiltà e abnegazione, donarono la loro vita per noi.

Ricordo anche la singolare emozione di leggere, sulle piccole  lapidi di bronzo, che alcuni dei caduti portavano il mio cognome. Ancora di più mi emozionò vederlo accostato al nome PietroPaolo e al nome Giovanni, i nomi di mio padre e di mio fratello.

Mi piace pensare che siano dei miei lontani parenti quei ragazzi caduti, e forse lo sono anche.

Sicuramente devo anche a loro la mia vita.

Spesso si dice che il nostro Destino fu deciso dalla peste che flagellò e decimò la popolazione europea nel ‘600…Sicuramente è così, perché i nostri avi sopravvissero ad essa e trasmisero la vita, ebbero dei discendenti, fino ad arrivare a noi.

Lo stesso possiamo dire di chi, come questi Caduti, ha protetto e salvaguardato con il sacrificio supremo non solo il concetto di Patria, non certo “astratto” come qualcuno vuol farci credere, ma qualcosa di ulteriormente tangibile e reale, come le vite  delle generazioni future.

Per questo non riesco a capire, tantomeno a condividere, il pensiero di chi vorrebbe che questa data passasse inosservata,boicottando le celebrazioni, evocando fantasmi dittatoriali,usando le parole nazionalismo, Patria, vittoria, alla stregua di insulti.

Nessuno può pensare senza orrore e infinità pietà a quanto sia stata dolorosa, pesante e tragica, ogni pagina di quel conflitto. Nessuno può togliersi dagli occhi, e dal cuore, le immagini, crude e atroci, delle trincee, dei morti, dei patimenti senza fine.

Non è  certo quello che vi vuole esaltare o portare ad esempio alle giovani generazioni, ricordando degnamente il 4 novembre.

Sull’assoluta inadeguatezza della guerra, sull’incapacità dei conflitti armati nel risolvere le controversie internazionali siamo tutti d’accordo, senza che vengano certi sapienti dell’ultim’ora a dare lezioni a noi e ai nostri figli soprattutto. La guerra è la resa della ragione, è, o dovrebbe essere almeno, l’ultima delle scelte possibili.

Ma non è con la negazione del rispetto e dell’ onore ai Caduti, che sradicheremo l’istinto e il bisogno della guerra, dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, della profonda ingiustizia, ormai, di scegliere quel mezzo per  comporre  i dissidi fra le nazioni e i popoli.

Ma cancellare dalla memoria, o impedire la conoscenza, di ciò che quei lontani soldati hanno fatto per noi, è ingiusto, vile e, soprattutto, non ha alcun significato.

Perché ognuno di questi uomini, quei ragazzi, quella “carne da cannone” come cinicamente venivano chiamati, ha risposto Presente! E così  farebbe ancora.

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