L’ Emilia-Romagna terra di mafia

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È ormai fuori tempo e fuori luogo la risposta data per oltre cinquant’anni, da quando nella nostra provincia cominciarono ad arrivare in soggiorno obbligato, uomini delle mafie che approfittarono per gettare le basi di una ragnatela che si è sempre più allargata, approfittando della convinzione diffusa che l’Emilia-Romagna ha gli anticorpi per difendersi e la presenza della malavita sarà sempre episodica e mai strutturale.

 


E’ stata chiara il procuratore generale di Bologna Lucia Musti intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario: “L’Emilia-Romagna è un distretto di mafia, in quanto la Direzione distrettuale antimafia istruisce ‘maxi indagini’ e si celebrano cosiddetti maxi processi”. “In regione si è diffuso un metodo nuovo mafioso autoctono”, “Non è più una questione di presenza di mafiosi, di diffusione della mentalità, ma piuttosto di condivisione del metodo mafioso anche da parte di taluni cittadini emiliano-romagnoli, imprenditori e cosiddetti colletti bianchi, ovverosia professionisti, i quali hanno deciso che ‘fare affari’ con la ‘ndrangheta è utile e comodo””.  Direi: conveniente.

 

E’ ormai fuori tempo e fuori luogo la risposta data per oltre cinquant’anni, da quando nella nostra provincia cominciarono ad arrivare in soggiorno obbligato, uomini delle mafie che approfittarono per gettare le basi di una ragnatela che si è sempre più allargata, approfittando della convinzione diffusa che l’Emilia-Romagna ha gli anticorpi per difendersi e la presenza della malavita sarà sempre episodica e mai strutturale.

 

Invano Enzo Ciconte, storico della criminalità organizzata, da oltre trent’anni ci mette in guardia e lo faceva anche un anno fa: “C’è una assuefazione al tema che è normale, fisiologica, succede dappertutto, anche in Calabria. È però un errore: sbagliano ad avere questo abbassamento della guardia, sbagliano di grosso perché poi si troveranno nuovamente con grosse sorprese”.  “Non si sono tagliati alla radice i rapporti tra ndrangheta e il modo di fare economia. Se non si tagliano questi rapporti il gioco continua. Se le imprese e alcuni soggetti economici continuano ad avere rapporti con la mafia, perché la mafia riesce ad avere la possibilità di garantire condizioni che l’economia e la politica non possono fare, è chiaro che le cose andranno avanti”.

 

Le mafie non cercano criminali; ne hanno in abbondanza. Hanno bisogno di una zona grigia, fatta di indifferenza, omertà che li protegga dalle indagini, lasciando alle istituzioni (quelle sane) e alle forze dell’ordine il compito di combatterle, mentre i cittadini guardano altrove.  

 

Vogliono investire in attività lecite, entrare nel business pulito per portarvi le proprie regole sporche. Hanno denaro da vendere (a caro prezzo, con l’usura) e hanno denaro da spendere (per riciclarlo e pulirlo).

 

“La mafia  – sostiene Ciconte – continua ad offrire servizi illegali: se c’è qualcuno che pensa di non applicare la legge sullo smaltimento dei rifiuti e pensa di guadagnare su questo, è chiaro che si rivolge a una organizzazione criminale. Questo è il problema. Tutto sta quindi nel capire e comprendere che, se si continua così, i mafiosi non vanno via, i mafiosi rimangono, anzi aumentano, diventano più forti. Se si continua a costruire e ad avere rapporti nei subappalti con ditte inquinate solo perché fanno pagare di meno, perché accorciano i tempi sfruttando i lavoratori perché usano materiale scadente in modo tale che tu possa mantenere bassi i prezzi, è evidente che non si va da nessuna parte e questo si riproporrà: è il cane che si morde la coda. E questo è un problema anche della società emiliano-romagnola”.

 

Le frasi del procuratore Lucia Musti non devono stupirci, né risultano ‘frasi choc’, come le ha definite un quotidiano. Sono la realtà che i processi hanno dimostrato. E’ però assai meno chiaro che per battere la mafia occorre distruggere quella zona grigia, oggi molto estesa, nella quale la criminalità organizzata incontra e si confonde con la società (in)civile

 

 

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