Italia patria di santi, navigatori, eroi, familisti…ma non di italiani.

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Italia: una nazione debole, letteralmente spaccata in due sul piano politico e lacerata da una tragica divisione sociale ed economica tra nord e sud. Che fare nel 2011? Articolo di Giulia Manzini

In vista del 2011, 150° anniversario delle celebrazioni del conseguimento dell’Unità d’Italia, possiamo domandarci come ci presenteremo allo storico appuntamento che, sicuramente non sarà un giubileo della patria o di un sentimento patriottico quasi del tutto assente nel Belpaese, purtroppo noto e celebrato, qui come nel resto del mondo, solo come patria del Belcanto, apprezzato per la sua straordinaria enogastronomia e sede del 75% del patrimonio artistico culturale occidentale. Le stesse perifrasi Belpaese o stivale (lo stivale puzzolente come è stato recentemente scritto su un’importante testata tedesca alludendo al rischio del fallimento economico e finanziario del sistema Italia) sono infatti forse l’emblema simbolico e letterario di una comunità nazionale pressoché inesistente, ancora vittima e conseguenza incancellabile di quel sentimento nazionalistico che ha animato i tanti patrioti morti per il Tricolore nel Risorgimento e nella Grande Guerra. Un sentimento nazionalistico degenerato purtroppo, per colpa di Mussolini in un tragico e retorico bellicismo, delegittimando e compromettendo, per decenni e forse per sempre, l’idea stessa di nazione italiana. Lo intuì ben presto lo stesso geniale scrittore ed editore modenese Angelo Fortunato Formiggini, morto suicida gettandosi dalla torre Ghirlandina poichè vittima delle infami leggi razziali promulgate nel ’38 che, già nella seconda metà degli anni trenta scrisse profetico e sprezzante al duce :“Hai trasformato la gloriosa vittoria di Vittorio Veneto nella più sordida delle sconfitte” (lettera esposta alla mostra su Angelo Fortunato Formiggini, allestita dall’antiquario e libraio modenese Salvarani a fine novembre 2008, ricorrenza del 70° anniversario del tragico volo dalla Ghirlandina di Formiggini). Nonostante la gloriosa impresa rivoluzionaria dell’eroe nazionale Garibaldi (da troppi oggi vilipeso, delegittimato e sbertucciato) e il capolavoro politico del geniale statista sabaudo Cavour, l’Italia continua ad essere un folkloristico mosaico costituito dai 100 comuni dove è debolissimo il rispetto ed il senso delle Istituzioni, dello Stato, della legalità, mentre localismi, regionalismi e territorialismi trionfano per non parlare dei deliri secessionisti proliferati nel ricco ed opulento nord che addirittura rinnega il sud, ignorando che la lingua italiana volgare è nata alla corte dell’illuminato sovrano Federico II in Sicilia. L’Italia è dunque una famiglia, nel senso che non è costituita da italiani, ma da milioni di famiglie (forse la parola pronunciata con la massima frequenza da buona parte dei politici italiani). Qui sonnecchia od è assente il civismo ma prospera e trionfa il senso comune. Siamo fiorentini, milanesi, napoletani, veneziani come siamo toscani, lombardi, campani e veneti poi, forse siamo anche italiani. “Io sono un modenese e poi magari un europeo, non un italiano”, ha dichiarato con orgoglio il direttore di un’importante testata televisiva modenese che va in brodo di giuggiole solo quando gli si parla degli ultimi due duchi d’Asburgo d’Este Francesco IV e Francesco V. A riprova di un attaccamento profondo con istituzioni locali e sociali astoriche e di un distacco profondo e colpevole da quelle pubbliche. Insomma noi italiani confidiamo nella nostra illimitata creatività di solitari geni, stilisti (sarti), imprenditori: siamo solipsisti, egocentrici, familisti (brutta parola che ricorda una concezione mafiosa dell’esistenza) a dispetto dello Stato con conseguente indebolimento di un’identità nazionale compromessa e conculcata anche da gerarchie ecclesiastiche che ancora non hanno mandato giù lo smacco della Breccia di Porta Pia e l’abbattimento dello stato pontificio: al papa interessa forse solo una buona condotta da bravi e buoni cattolici e non da italiani orgogliosi del proprio Tricolore, reso rosso dal sangue di tanti patrioti che diedero la vita per questo vessillo sventolato solo quando scende in campo la nazionale di calcio. Insomma purtroppo il verso dantesco “Ahi serva Italia, di dolore ostello” pronunciata in epoca di conflitti devastanti tra guelfi e ghibellini continua ad essere di tragica e sconfortante attualità. Con l’amara constatazione che, finora, sembrano aver avuto la meglio i guelfi papisti. Articolo di Giulia Manzini, giornalista pubblicista.

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