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di Alberto Venturi

Prima riportiamole a casa

La vita è un valore fondamentale, che viene prima di tutto

 

E’ dai tempi del rapimento di Aldo Moro che rumino il dubbio se sia meglio salvare una vita trattando con i rapitori o pensare alle conseguenze e adottare la linea della fermezza; rimango sempre lì, al punto di partenza perché, per quanto la tiri, è una coperta stretta, incapace di parare la violenza umana e la sua brama di potere.

Non mi sottrarrò comunque al tema proposto Dabicesidice, prendendo spunto dal rapimento di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, con il loro video di aiuto e il quasi certo pagamento del riscatto da parte dello stato italiano, il quale, così facendo, apre la strada ad altri futuri rapimenti.

Non riesco comunque a trovare un motivo determinante capace di opporsi, sulla bilancia, al valore di una vita umana e fare pendere diversamente il suo ago, ma qui siamo nella concezione personale della vita, che riconosco essere probabilmente la meno efficace dal punto di vista del risultato e non bastano a farmi cambiare idea che ad Aleppo le due ragazze italiane siano arrivate spontaneamente, contro il parere della Farnesina; che pagare significhi mettere in pericolo altri connazionali impegnati in zone a rischio; che gli assassini (nessun altro appellativo meritando) e i loro seguaci, inneggeranno alla vittoria e sarà per loro un nettare di potenza.

Corriamo il rischio di accusare le due ragazze per il loro comportamento, dimenticando i veri colpevoli, i rapitori, da perseguire con ogni strumento a disposizione della comunità internazionale.  Forse guardo troppi telefilm ed ho una mente troppo semplice, ma non capisco come i servizi segreti siano in grado di contarmi i capelli in testa e non riescano a individuare quei delinquenti; del resto non capisco neanche come delle navi riescano ad arrivare nei nostri mari invisibili, per apparire sui nostri radar soltanto quando restano in balia delle onde, cariche di donne, uomini, bambini, senza neanche più la ciurma a guidarle.

Se c’è un riscatto da pagare lo pagheremo, poi giudicheremo se necessario le due ragazze per il loro comportamento e ci impegneremo all’estero per trovare misure adeguate di ritorsione, ma non ho molta fiducia nella nostra diplomazia; è tramontato il semestre in Europa a guida italiana e neanche ci saremmo accorti che fosse sorto, se non per gli annunci roboanti di capitan grancassa Matteo Renzi. Lui cantava con Rosanna Fratello ‘Sei mesi sono lunghi da passare’ e ipotizzava chissà quali possibilità di manovra; in realtà sono volati. Lunghi lo sono stati senz’altro per Greta e Vanessa; adesso riportiamole a casa.

 

 

di Gianni Galeotti

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due volontarie italiane rapite in Siria dove svolgevano una non meglio precisata attività umanitaria, hanno scherzato con il fuoco e si sono bruciate. La situazione in cui si trovano è frutto di un mix di ideologia, improvvisazione ed illusione che se unito allo spirito sognatore tipico dei 20 anni, può procurare seri guai. Non concordo con chi dice che se la sono cercata e nemmeno con chi sostiene che lo Stato non dovrebbe farsi carico dei loro guai, ma alcuni distingue vanno fatti.

 

Non sappiamo se lo Stato Italiano cercherà di ottenere il rilascio delle due ragazze su pagamento o per via diplomatica (propendo più per la prima ipotesi data la desolante debolezza del nostro Paese nei contesti internazionali di crisi). Fatto sta che il riserbo istituzionale e mediatico richiesto sulla vicenda (in questi giorni pienamente rispettato dai media), non può e non deve nascondere un problema. Non si tratta di operatori umanitari di Emergency, di Medici senza frontiere, della Croce Rossa, e quindi personale particolarmente formato strutturato ed organizzato per agire, con progetti specifici,  in scenari di crisi; ciò non renderebbe immune dai rischi ma eviterebbe forse di incappare in quelli in cui, in maniera evidentemente ingenua, sono incappate le due ventenni italiane.

 

E forse per quella ingenuità e quell’improvvisazione, unita forse d una buone dose di cultura ed ideologia anti-imperialista, che nel giugno scorso le due giovani di Gavirate e Brembate mostravano ai fotografi un cartello a sostegno di quei gruppi di cosiddetta resistenza Siriana oggi presumibilmente e paradossalmente collegati a coloro che le hanno rapite. E forse è per lo stesso motivo che sono partite per la Siria, lasciate di fatto sole in una terra dove la battaglia per la libertà, da loro richiamata, non esiste più da almeno due anni, scomparsa nelle ceneri della distruzione e del verbo jihadista, in nome del quale vengono massacrati ‘gli infedeli’ e rapiti coloro che arrivano in forma pressoché autonoma, con la convinzione, troppo spesso disillusa, di potere aiutare.

 

 

Io sinceramente non capisco come lo stesso Stato che giustamente è chiamato a tutelare e a difendere i propri connazionali a rischio all’estero (a prescindere dal fatto di essersi cacciati nei guai o di esserci finiti per cause di forza maggiore), non possa intervenire, se non sussistono certe condizioni, per evitare la partenza di giovani verso quei luoghi. Così come non capisco, se non con il filtro dell’ideologia, come i responsabili di queste organizzazioni e di certi progetti a forte caratterizzazione politica, possano lasciare sole due ragazze in un tale contesto di guerra e di disordine, dove ogni riferimento è saltato.

 

Il problema sta a monte. Situazioni del genere per me possono e devono essere prevenute, sia dallo Stato, ma soprattutto dai responsabili delle organizzazioni e dei progetti di riferimento, autonomi rispetto allo Stato, ma assolutamente dipendenti da questo quando si rendono conto che i buoni da salvare non sono poi così buoni e che per salvarsi c’è bisogno di ben altro dell’ideologia.  Spero che l’Italia non paghi alcun riscatto, nel momento in cui sia questa la condizione posta dagli estremisti per la liberazione delle due ragazze; questo  costituirebbe un altro grave precedente che lo Stato stesso sarebbe obbligato a replicare. L’auspicio è che questa brutta storia, oltre a finire bene, faccia aprire gli occhi sui pericoli dell’ideologia di casa nostra e di quei numerosi e sedicenti progetti umanitari che imbev
uti di ideologia, e scollegati da tutto e da tutti, rischiano di mettere a rischio più vite di quelle che ne vorrebbero, in teoria, salvare.

 

 

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