Ipertermia: la testimonianza di Daniela

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Proseguendo la nostra indagine sulla Ipertermia, in questo numero Daniela C. ci racconta come, da una diagnosi di cancro al seno, ha scoperto la valenza dell’ipertemia oncologica come pratica adiuvante nella cura dei tumori.

Daniela, ci può brevemente raccontare la sua esperienza?

 

Beh, è successo tutto andando a sottopormi alla mia prima mammografia.

Avevo 46 anni e non avrei mai sospettato, in quel giorno di settembre del 2004, di cominciare la mia personale odissea con quel nemico tanto temuto e spesso considerato invincibile che si chiama cancro.

 

Un cancro al seno, quindi?

 

Sì, e anche tra i più maligni ed aggressivi. Un “duttale infiltrante”, come lessi sul referto della biopsia a cui mi sottoposi immediatamente dopo l’esame radiografico al seno.

 

E poi?

 

Una volta superato lo shock del primo impatto conseguente ad una notizia del genere cercai di riprendere in fretta il filo della mia vita e di capire, con il mio discernimento, ma anche aiutata dal mio ginecologo di fiducia, il da farsi. Non nego che c’era stata comunque molta insistenza, fin da subito, da parte della radiologia a che rimettessi ogni decisione nelle mani del reparto oncologico di quell’ospedale.

Ma sono abituata da sempre a pensare con la mia testa e a non fidarmi ciecamente, soprattutto in ambito medico, di nessuno, se non a ragion veduta e sempre comunque valutando personalmente quello che ritengo il meglio per me.

 

Il suo percorso perciò per combattere la malattia quale fu?

 

All’inizio, su consiglio del mio ginecologo, prenotai una visita da uno specialista della chirurgia oncologica di un vero e proprio centro d’eccellenza pubblico a livello nazionale in questo settore, il quale mi confermò che, data la diagnosi, l’intervento chirurgico era sicuramente da fare, e anche celermente, per asportare il nodulo maligno.

Prima però mi sarei dovuta sottoporre ad un percorso pre-operatorio di routine e, nel giro di un mese circa, sarei stata operata. E così avvenne. Tutto andò per il meglio, prima e dopo l’intervento.

Il cancro era di 2 cm. circa, della specie più invasiva, ma, per fortuna, non si era ancora sparso, dato che il linfonodo sentinella non risultava esserne stato intaccato.

A questo punto però, nonostante si potesse affermare che la chirurgia mi aveva clinicamente guarita, cominciarono i veri problemi.

 

Non capisco…

 

Le spiego meglio: il percorso burocratico post-operatorio riporta il paziente al reparto d’origine, ovvero a quello che lo ha inviato al chirurgo, e in questo caso era l’oncologia di quel medesimo ospedale.

Là mi informarono che, a loro avviso, avrei dovuto sottopormi a parecchi cicli chemioterapici preventivi (e anche di quelli più “pesanti” a livello di effetti collaterali), oltre ad un farmaco che avrebbe dovuto indurmi in menopausa, dato che il mio tipo di tumore era, a detta loro, al 100 per 100 ormono-dipendente.

Così mi proposero di firmare per far parte di una sperimentazione clinica a base di un cocktail chemioterapico piuttosto nuovo, ma i cui effetti collaterali appunto non erano ancora certi e, anzi, erano tutti da studiare e verificare. I due oncologi, notato il mio sbigottimento e la mia grande titubanza nell’accettare passivamente i loro consigli, con fare terroristico mi dissero chiaramente che ne andava della mia vita e insistettero facendomi presente che non avevo nemmeno molto tempo per decidere: tre settimane o 1 mese al massimo.

Infatti, il protocollo prevedeva che la chemioterapia preventiva andasse cominciata il più presto possibile dopo l’intervento. Dissi che ci avrei pensato su e che li avrei contattati in seguito.

 

Un bel dilemma, insomma.

 

Eccome, ma la prima cosa che feci fu di andare a richiedere le mie cartelle cliniche per poterle consultare ed eventualmente

farle visionare ad altri specialisti. Intanto scoprii proprio che il mio tumore non era per niente ormono-dipendente, come avevano dichiarato in oncologia, e che quindi non c’era alcuna necessità di indurmi in menopausa con un farmaco peraltro, a sua volta, sospetto cancerogeno per l’utero. Lo feci presente in seguito in oncologia e confermarono, prendendo visione delle cartelle, che si erano sbagliati. Mi misi poi a navigare in internet per cercare quel tipo di informazione a 360° che non riuscivo ad avere diversamente, dal momento che sembrava che l’unica strada praticabile, a livello preventivo e non, fosse la chemioterapia. Non potevo crederci!

 

E la ricerca a cosa la portò?

 

Prima di tutto ad un’informazione varia, piuttosto completa, ma soprattutto libera.

 

Cosa intende con libera?

 

Intendo libera dagli interessi, economici e non, di questo o di quello, sia che si tratti della corporazione dei medici che delle multinazionali del farmaco che, troppo spesso ormai, guardano prima al loro tornaconto che al bene del malato. Infatti, molti forse non sanno che i farmaci, in effetti, vengono sperimentati in pre-clinica soprattutto sui malati, in quanto gli esperimenti sugli animali, ingiusti eticamente e inutili dal punto di vista scientifico se non addirittura dannosi, sono solo fuorvianti, dal momento che il modello animale non è mai paragonabile a quello umano.

 

Ma torniamo alla sua ricerca…

 

E’ così che venni a conoscenza dell’ipertermia e delle sue grandi possibilità nella prevenzione e nella cura del cancro. Ciò grazie alla testimonianza diretta di una paziente che mi indicò il Prof. Pontiggia, oncologo, e il suo centro di Pavia come principale punto di riferimento al riguardo. Così, nel giro di tre mesi, feci sette sedute di ipertermia e cominciai anche una cura a base di sostanze immunostimolanti.

 

Non si sottopose ad altre terapie convenzionali?

 

Sì, successivamente ad un ciclo completo di radioterapia e, dietro ad insistenza del mio medico di fiducia, ad un paio di cicli chemioterapici, del tipo meno invasivo ed effettuati solo parzialmente. Dovetti infatti rinunciare molto presto, dati i devastanti effetti collaterali sul mio fisico e sulla qualità della mia vita.

 

Come si sente adesso?

 

Al momento molto bene. Sono passati quasi 4 anni dall’intervento e gli esami di controllo, eseguiti regolarmente, fino ad ora sono sempre risultati negativi. Ho continuato ad assumere gli immunostimolanti prescrittimi al centro di ipertermia del Prof. Pontiggia, dove mi reco anche periodicamente per terapie ipertermiche di mantenimento

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