Intervista a una professoressa

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In attesa che la dialettica tra i partiti impegnati nella campagna elettorale abbandoni il campo delle banali ovvietà, il Direttore di Bice dopo quasi un anno, riprende il tema della formazione, dell’educazione, della scuola.


In questo frattempo molti fatti sono accaduti e sembra che qualcosa stia cambiando: è anche per valutare con obiettività questi nuovi indirizzi che ha rivolto qualche domanda alla professoressa Alessandra Farina, docente di Letteratura italiana e Storia presso il liceo artistico “Bernardino Luini”, di cui è anche vice-preside, e docente di Letteratura latina presso il liceo scientifico “Edmondo De Amicis” . Entrambi i licei si trovano a Cantù (CO).

 

         Professoressa, prima di affrontare gli argomenti specifici, Le chiedo di tracciare per i Lettori di Bice un breve profilo del suo cursus studiorum.

Mi sono laureata in Lettere moderne (filologia umanistica) nel 2002 presso l’Università degli Studi di Milano. Ho frequentato, poi, la Scuola di Specializzazione per l’insegnamento secondario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nei due anni di frequenza di tale scuola, ho vissuto un’interessantissima esperienza di tirocinio presso il liceo scientifico “”Marie Curie”” di Meda (MI)

         Bene, La ringrazio. Ora entrerei in argomento citando alcuni casi recentemente accaduti: professore cinquantenne di Liceo classico che ha minacciato il suicidio a causa dell’indisciplina di alcuni allievi; professore di disegno, Luigi Sergi, colpito con un pugno da un ragazzino di terza media. Un altro ragazzino di seconda media, ed è la testimonianza diretta dell’insegnante di Lettere, si è calato i pantaloni in classe ed è rimasto in tali condizioni per circa due ore (due ore!). Poi, invitato dalla professoressa a riaccendere almeno qualcuno fra l’esiguo numero dei neuroni presenti nell’astuccio cranico, si è ricomposto. Quali ritiene possano essere le cause e le concause di fatti consimili? E quali le cause e le concause del comportamento degli insegnanti coinvolti? Esiste secondo Lei una via per prevenire eventi di questa natura, o, in seconda ipotesi, per porvi rimedio, oppure, in ultima analisi, per cercare almeno arginarli? E se sì, quali sono secondo Lei i metodi da adottare per ciascuna delle tre ipotesi?

Forse risulterà impopolare il mio pensiero, ma riguardo agli esempi da Lei citati mi sento di poter deresponsabilizzare in toto i ragazzi. Piuttosto cercherei di riflettere sul ruolo degli educatori (insegnanti e genitori) e sulla loro incapacità di gestire alcune situazioni. Gli alunni sono i prodotti della famiglia e della società, i loro comportamenti riflettono modelli negativi. Comportamenti reiterati perché non stroncati sul nascere. Ovvio che bisognerebbe trovarsi a vivere certe situazioni per giudicarle e a me non sono mai capitati casi limite, ma credo che avere il polso duro costi fatica e al tempo stesso sia l’unica strada percorribile per arginare le degenerazioni cui stiamo assistendo. Pretendere assoluto silenzio e attenzione sono le basi da costruire in un’aula scolastica, luogo in cui è ammesso un dialogo costruttivo di natura eminentemente culturale. Per tutto il resto c’è spazio in altri momenti. Troppo spesso l’insegnante si pone al livello degli alunni, diventa il loro confidente, con risultati lontanissimi dal tipo di relazione che dovrebbe crearsi tra discente e docente. Per questo io difendo una scuola tradizionalista se con tradizionalista intendiamo un luogo in cui qualcuno (l’alunno) impara da qualcun altro (l’insegnante). Imparare e insegnare sono azioni possibili se e soltanto se prevalgono rigore e disciplina. Non sto prospettando una scuola in cui si reintroduca l’uso della bacchetta, tuttavia, basandomi sulla mia seppur breve esperienza, posso affermare che molto spesso sono gli insegnanti che per primi rinunciano al loro ruolo. E gli alunni, i quali, anche se i tempi cambiano, in fondo non sono tanto diversi da come eravamo noi sui banchi di scuola, colgono al volo se la persona che hanno di fronte sa esercitare il giusto carisma. È faticoso dire no, è faticoso assegnare valutazioni negative, è faticoso pretendere da tutti un certo tipo di atteggiamento, ma è il nostro lavoro.

         In effetti, un tempo, quando un discolo combinava una marachella, veniva apostrofato dall’adulto, testimone del fatto, con un  lapidario “sei un maleducato”; se ci si pensa bene quell’affermazione, rivolta apparentemente al ragazzo, era in realtà uno schiaffo senza mano affibbiato a coloro che avevano la responsabilità di educarlo. Quali ritiene possano essere i tempi necessari per riportare su un piano accettabile il livello educativo, formativo e culturale della scuola italiana elementare, media inferiore e media superiore? Esiste, secondo Lei, una scala di priorità fra questi tre livelli?

Credo che sia impossibile ipotizzare i tempi di recupero. Certamente posso dire che riformare il piano educativo, formativo e culturale sia possibile solo a patto di cominciare dai piani alti. Insomma, partiamo dagli educatori, poi potremo arrivare agli educati. Purtroppo, però, dal momento che gli educatori sono ex educati, credo che ci vorranno almeno due generazioni per sperare in qualcosa di diverso, sempre a patto che le istituzioni siano disposte ad aprire gli occhi sul percorso di formazione (troppo blando) che gli insegnanti devono affrontare per salire in cattedra.

         Due generazioni rappresentano un tempo drammaticamente lungo, ma credo di aver scritto qualcosa di simile nella mia precedente inchiesta [1] e condivido appieno la sua diagnosi. Ora vorrei uscire momentaneamente dall’ambito scolastico per valutare l’altra componente essenziale dell’educazione: a Suo parere in quale misura e fino a quale punto l’educazione che si riceve in famiglia (seppur con gli inevitabili limiti e con i fisiologici errori) influisce sull’ “essere chi si è”?

Finora ho parlato poco di famiglia perché credo che non spetti a me giudicare questo aspetto. Ritengo che un’educazione solida, un’educazione che contempli molti e faticosi “no” dia un’impronta che, nel tempo, darà frutti positivi. Ovviamente gli adolescenti combattono contro tali divieti: talora vincono, talaltra devono recedere. Occorre riconoscere stima e ammirazione ai genitori che sanno assumersi il loro ruolo con fatica e impegno, e, soprattutto, che sanno insegnare ad avere un pensiero forte. Giusto mettersi in discussione, ma ancora più giusto avere dei fondamenti (quelli che chiamiamo valori) imprescindibili in ogni situazione. Credo di poter sintetizzare così quello che i genitori, la famiglia in senso lato, deve rappresentare: un luogo di certezze, a volte odiose, ma indispensabili per la formazione, sia quando sono interiorizzate, sia quando vengono contestate.

         È un obiettivo di rara difficoltà, soprattutto in questi tempi, ma non posso non dirmi d’accordo. Ora Le chiedo: secondo Lei, in quale proporzione influisce sulla personalità e sul carattere dell’adolescente l’educazione ricevuta in famiglia, rispetto alla formazione scolastica, all’educazione sportiva, all’influenza delle amicizie e della “compagnia”?

La risposta arriva direttamente dalla precedente: sono proprio le battaglie che si combattono con i genitori e al tempo stesso la loro presenza costante e assidua a dare le basi per affrontare la società. Questo non significa avere la garanzia che l’adolescente non sbaglierà mai. Significa che lo si pone di fronte alla relazione con gli altri con l’apertura mentale giusta: deve essere in grado di non rinunciare ai propri valori in nome del relativismo (parola amatissima di questi tempi), pur sapendo ascoltare le ragioni altrui. I genitori devono insegnare ai figli l’importanza di assumersi le proprie responsabilità, devono sempre pretendere che a scuola o in altri ambiti facciano il loro dovere e si comportino secondo un codice di humanitas che oggi è spesso ignorato.

         Prendiamoci una pausa e lasciamo ai Lettori di Bice un settimana di tempo per valutare, commentare e discutere.  Grazie, per ora.



[1] http://www.dabicesidice.it/articolo.asp?file=131ABroglia.xml

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