INTERVISTA A SANDRO LUPORINI

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INTERVISTA a SANDRO LUPORINI giugno  2016

1) Sandro Luporini è pittore, paroliere, poeta, scrittore e/attore. Ed è stato anche un eccellente atleta, come nazionale nella pallacanestro. Come possono coesistere tutti questi interessi e queste attività ? Diverse-contraddittorie o complementari? Quale-quali attività predilige? E perché?

Risposta 

Cominciamo con la pallacanestro che è stata per me complementare e anche contraddittoria. Mi spiego meglio. A Viareggio nel dopoguerra c’erano molti americani che praticavano questo sport. Io, mio fratello e quattro o cinque amici, abbiamo messo su una squadra che miracolosamente in tre anni ha fatto la serie C, la serie B e la seria A. Qui ho avuto anche la prima convocazione in nazionale juniores. L’inno di Mameli sarà anche bruttino, ma sentirlo sull’attenti a diciassette anni fa un certo effetto. Ma non ho ancora detto perché questa mia esperienza è stata complementare alla mia scelta di fare il pittore. Anche se a quel tempo non c’era ancora un vero e proprio professionismo, la pallacanestro mi ha dato l’opportunità di vivere con un piccolo stipendio prima due anni a Roma poi due anni a Milano. Avevo accettato quegli ingaggi perché a Viareggio c’erano poche possibilità di vedere mostre importanti o altre attività . Così, come ogni buon provinciale… “”Milano città tentacolare tu sarai mia! “” Ma qui viene la parte meno eroica. A Milano stavo sempre con un gruppo di giovani pittori. Giorni e notti a parlare, parlare, parlare fino alle cinque del mattino Se ci mettiamo anche un po’ di Barbera si capisce perché poi agli allenamenti io prendevo il pallone in faccia. Ecco la contraddizione. Fine della pallacanestro!

Per guadagnare un po’ di soldi ho fatto anche un film , ma come attore non riesco proprio a prendermi sul serio. Ovviamente la pittura è stata e continua ad essere la cosa più importante della mia vita.

                         

       Domanda 2)  

      Come è nato e quali sono le caratteristiche dello scrittore e del paroliere di successo?

 

Risposta 

“” Il bambino è bravo in matematica dunque iscriviamolo al Liceo Scientifico.””

Il bambino ero io che però, dopo poco, da buon infedele, si prende una cotta per la filosofia,

per la letteratura e la pittura»Come tutti gli adolescenti un po’ invasati, anch’io non facevo

altro che scrivere bellissime poesie molto sentite e molto montaliane, A quel tempo dallo

Scientifico non si poteva accedere a facoltà umanistiche per cui il bambino si iscrisse a

Ingegneria. Purtroppo quasi subito anziché perdersi in libri di Analisi preferiva perdersi in

scritti di Proust o in monografìe di Van Gogh o altri.

Ecco perché il bambino, un ingegnere mancato, farà poi anche il paroliere.

 

                            3)     Come è nata la collaborazione – amicizia – sodalizio con  Giorgio Gaber?

 

Risposta 

Per puro caso, come quasi tutto nella vita di quasi tutti. Eravamo vicini di casa e
frequentavamo lo stesso BAR, finché un giorno: “”Lui è Giorgio e fa il cantante. Lui è Sandro e fa il pittore.”” Presentazione breve quanto il nostro simpatizzare.
Sono andato a sentirlo cantare (balere del Vigevanese o giù di lì) e sono rimasto colpito dalla sua straripante energia. Lui è venuto a vedere il mio studio, che dividevo con altri  amici pittori, ed è rimasto colpito dal nostro interesse artistico. Tutto il resto si sa: Una collaborazione durata trent’anni, Qualcuno si chiede come è possibile. Io rispondo che nelle arti collettive, tipo teatro, si può lavorare con tutti tranne che con gli artisti. ( intendo quellitroppo individualisti.)

          4)      Come paroliere, co-autore di quasi tutti i testi di Giorgio Gaber (ed anche scrittore, autore, tra l’altro, del  recente volume “”G. Vi racconto Gaber””), quali i maestri di riferimento? Se li ha avuti.

  

Lui aveva sempre la chitarra in mano e io quasi sempre qualche frase pronta o tirata fuori da un quadernetto dove c’era di tutto: da Dante a Pessoa. Ci divertivamo con esercizi sperimentali che al massimo facevamo ascoltare agli amici. Mi ricordo che uno dei primi tentativi cominciava così: “” Ho incontrato un albero-era solo in un prato-allora l’ho guardato e mi sono spaventato.”” Ora, si capisce bene che canzoni del genere non erano certo destinate a diventare famose. Però, quando Giorgio ha deciso di trascurare un po’ la discografia per dedicarsi al teatro allora il nostro sodalizio è diventato qualcosa di serio. Trent’anni di monologhi e canzoni che il pubblico ha ascoltato con un entusiasmo, all’inizio inaspettato. Per quanto riguarda Giorgio,uno dei suoi primi idoli è stato Jacques Brel. Per quanto mi riguarda, dovrei citarne troppi. In un monologo o anche in una canzone ci poteva essere dentro Adorno, Celine, Borges o Pessoa. /Autori lontanissimi tra loro. Un po’ per celia, un po’ per prevenire io e Giorgio dicevamo: Copiare da uno è plagio, copiare da tutti è ricerca.

 

 

        5)   Quali le canzoni (o la canzone) che avete maggiormente condiviso? E perché?

 

Abbiamo toccato varie corde del sentire, da quelle più intime a quelle più controverse del cosiddetto impegno civile. In teatro forse i brani che avevano più successo erano quelli più sociali se non addirittura politici, dettati da una rabbia e da uno sfogo anarcoide tipico nostro. Ricordo fra tutti “”Io se fossi Dio””: Uno sproloquio contro tutto e tutti che durava circa quindici minuti. A ripensarci ora, questo tipo di canzoni, diciamo così di intervento, avevano il difetto della irripetibilità. Direi quasi la durata di un telegiornale Per questo motivo ora ricordo con maggior piacere quelle canzoni dove ci interroghiamo sulla nostra vita affettiva o sociale, per esempio “”L’illogica allegria, Il luogo del pensiero, Non insegnate ai bambini e, forse più di ogni altra, “”Il dilemma”” che penso sia la più bella canzone che abbiamo scritto.

 

6)   Lei è un importante e apprezzato pittore. Come e quando si è scoperto pittore? Quali le caratteristiche base del cosiddetto periodo del “”Realismo esistenziale?”.

 

Risposta

A Roma, a parte gli amici sportivi, vivevo completamente isolato e facevo, in una soffitta, i primi esperimenti pittorici. Erano più che altro vecchie case , visioni un po’ squallide di muri screpolati, quasi testimonianze di una miseria postbellica che per la verità non ebbero alcun seguito. A Milano ho incontrato subito alcuni giovani pittori il cui sguardo era diretto alle cose più umiliate e meno eclatanti dal punto di vista estetico. E’ lì che mi son sentito di far parte di un gruppo che forse avrebbe potuto dire qualcosa di nuovo. Il termine “”Realismo esistenziale”” non è nostro. Ci fu dato da un critico di allora, mi pare Marco Valsecchi, che vide in noi qualcosa di assai diverso dal “”Realismo sociale”” allora in voga. I nostri quadri rappresentavano infatti più che altro momenti di vita quotidiana: Vecchie cucine un po’ sporche, oggetti di lavoro, qualche tavolo sgangherato o anche ritratti di persone dimesse e mal nutrite. Insomma, tutto quello che, ironicamente, abbiamo poi chiamato: La mistica del disagio.

 

7)        La “”Metacosa”” è stato un movimento artistico o, piuttosto, un gruppo di sette amici che si ritrovavano, avendo in comune una serie di interessi e vocazioni? Quali? Allora, anni sessanta, anni delle ideologie, soprattutto i giovani volevano rivoluzionare il mondo, soprattutto quello dell’arte e della cultura. Aspettative? Successi e realizzazioni e/o delusioni?

Risposta

A parecchi anni di distanza dal “”Realismo esistenziale””, al mio amico, ancor più che collega, Franco Ferroni, dato che qualcosa ci accomunava ad altri pittori più giovani, venne in mente di rifare un gruppo. Quella volta la parolina “”Metacosa”” la inventammo noi, suscitando l’ironia di gran parte del pubblico colto. Quando dico noi intendo: Bartolini, Biagi, Ferroni, Luino, Luporini, Mannocci e Tonelli. Anche se per me, per Ferroni e per gli altri, la pittura Metafisica ha sempre avuto un certo fascino, il nostro linguaggio non aveva niente a che fare ne’ con il Surrealismo ne’ con visioni più o meno sognanti. Il rapporto con la cosa era per noi molto importante se non addirittura esasperato, quasi fino a scivolare nell’iperrealismo. Ma l’iperrealista fa scomparire del tutto l’Io e, ignorando il mistero nascosto sotto l’involucro dell’oggetto, riconosce solo la legittimità del guscio. Ecco, per noi invece l’Io non scompare affatto, ma tende a vivere in una specie di assenza di tempo, o meglio in quell’attimo inquietante ma lucido in cui pare che il tempo si sia fermato. Tutto questo per poter guardare la cosa come se fosse la prima volta che la vediamo: vergine e scevra da ogni pre-giudizio. Questo era il nostro tentativo.

 

 

8)        Un suo giudizio, una sua testimonianza sulla pittura, sull’arte italiana del nostro tempo?                

 

Risposta

Il Novecento, specie nella sua prima parte, è stato un periodo eccezionale per la pittura italiana. Basti pensare a pittori come Sironi, Carrà, De Chirico etc. La cosiddetta mezza generazione forse non ha toccato livelli così alti. Abbiamo avuto, da una parte il Movimento Arte Concreta e altri tipi di astrattismo e dall’altra II Realismo sociale. L’impegno politico che pur condividevo con questi pittori, non ha trovato molto spazio nella mia ricerca figurativa. Personalmente ho sempre preferito una pittura che guarda più al linguaggio che ai contenuti. Anche se pittori come Guttuso o Zigaina avevano una certa forza espressiva.

 

 

9)     Sappiamo che , oltre a Viareggio, Milano e Roma, anche Modena ha avuto una notevole importanza per Luporini pittore. Infatti, dagli anni sessanta – settanta con il gallerista modenese Mario Roncaglia -titolare della “”Mutina”” in Corso Canalgrande, a Modena, e delle gallerie “”Il fante di spade”” di Milano e Roma, ai giorni nostri, che la vedono legata all’ “”A.D.A.C. Associazione Diffusione Arte e Cultura”” di Modena, Lei ha avuto sempre intensi e organici rapporti di collaborazione con Modena e i modenesi. Cosa rappresenta Modena e quali i suoi rapporti con i modenesi, ieri ed oggi?

 

Risposta      

I miei rapporti con Modena si limitano a poche amicizie. Oltre ad Adriano Primo Baldi e Mario Roncaglia coi quali ho collaborato, ho un bellissimo ricordo della signora Rina Cianassi, assessore alla cultura del Comune di Modena, purtroppo prematuramente scomparsa. Una donna di estrema sensibilità e di vastissima cultura. Con Baldi, che è tuttora il mio mercante, ho un rapporto di affetto oltre che di stima. All’inizio non faceva niente per me, intendo dire come promozione,e io facevo un quadro ogni anno. Un rapporto perfetto. Poi abbiamo capito che per fare un minimo di carriera ci volevano i quadri. Fine della perfezione.

 

10)    L'””A.D.A.C.”” di Modena si appresta ad organizzare una sua grande mostra antologica a Roma, nei bellissimi, prestigiosi e suggestivi spazi delle “”Terme di Diocleziano””. Mostra ideata e curata da Philippe Daverio. Cosa rappresenta questa  nuova mostra personale per Sandro Luporini pittore e scrittore ? Lei, dalla prima mostra a Milano alla “”Galleria Bergamini”” a questa alle “”Terme di Diocleziano””, ha sempre avuto eccellenti e prestigiosi critici d’arte (da Roberto Tassi a Vittorio Sgarbi, ed ora, Philippe Daverio). Quale l’importanza del critico d’arte per la migliore conoscenza e promozione di un artista?

Risposta              

Ringrazio l’ADAC che mi dà l’opportunità di fare questa mostra in un luogo così prestigioso. Non è una vera e propria antologica perché manca tutto il primo periodo. E’ però il meglio del lavoro degli ultimi venticinque anni. Per quanto riguarda i critici, quand’ero un po’ più anarcoide dicevo che le loro valutazioni erano molto utili. Bastava dire il contrario per azzeccarci. Ora, che per convenienza sono venuto a più miti consigli, dico: Non ci si può più fidare dei critici d’arte. Quando lodano un quadro può anche darsi che sia bello.

 

 

11)    Modena, anni sessanta (12 librerie fiorenti e 12 gallerie d’arte private-tra cui la “”Mutina”” accennata prima e “”La Sfera”” di Mario Cadalora- ed una Galleria d’Arte comunale di notevole livello e con mostre tra le più interessanti in Italia) e Modena attuale, dove le gallerie private “”arrancano”” e la Galleria Civica latita da troppo tempo. Affinità e differenze ? Cosa rappresentano l’arte, la cultura nel processo di maturazione del cittadino e per il progresso socio-culturale e professionale di una società?

 

Risposta

Probabilmente stiamo assistendo a un certo ribasso del livello culturale. Non ho i mezzi per sapere se questo riguarda anche la città di Modena. Penso che sia un discorso nazionale se non addirittura mondiale. In altri tempi
anche ogni piccolo paese aveva la sua cultura. Penso alla mia Viareggio che, oltre alla sua tradizione marinara, nel suo piccolo aveva tenuto a battesimo artisti come Enrico Pea o Lorenzo Viani, pittore tutt’oggi sottovalutato,ma uno dei giganti del Novecento. Ora si vive solo di turismo e male. Parlare di cultura oggi con un viareggino è come parlare di vino con un astemio, Spero non sia così anche per Modena.

 

12)                    Nelson Mandela ha più volte ricordato che “”vincitore è il sognatore che non si arrende mai””. Cosa rappresentano i sogni per Sandro Luporini. Quali (o quale) i sogni nel cassetto

 

Risposta

Quella di Mandela è una sintesi meravigliosa sia come contenuto che come linguaggio. Purtroppo dubito che chi sogna sia sempre “”vincitore”” specie in un mondo dove l’effettualità sta stravincendo contro l’utopia.

 

 

 

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