INTERVISTA a JIMMY VILLOTTI

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Genio e semplicità questa è l’accoppiata vincente.”

                                                                                                          di Laura Rebuzzi

(foto e linK musica)

https://www.youtube.com/watch?v=w_EWCzJqYJA

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro, ho intervistato Jimmy Villotti, noto jazzista italiano, perché ci racconti la sua musica, i suoi libri, la sua vita.

D: Per cominciare, cos’è la musica per Jimmy Villotti?

R- Fatica.

D: Guccini ti definisce “genio”  perché sei l’unico al mondo che riesce ad accavallare le gambe appoggiando tutti e due i piedi per terra. Battuta a parte, tu sei compositore, produttore e promotore artistico-musicale, hai collaborato e collabori con alcuni dei grandi musicisti del nostro tempo, ma sei anche un eccellente jazzista, tra queste attività quale privilegi e perché?

R- Non ne prediligo nessuna, una è complementare dell’altra. La creatività ha molteplici aspetti, aspetti che sempre mi hanno accompagnato: nel periodo del rock, quando suonavo con i cantautori o nei locali da ballo, nei night, così come quando mi veniva la voglia di scrivere o incidere un disco. Niente ha mai avuto il sopravvento, sempre ho fatto quello che il momento mi diceva di fare. Non rimpiango e mi considero indifferentemente a seconda del caso jazzista, pianista, scrittore. Guccini mi definisce Rokero, il perché bisognerebbe chiederlo a lui. 

D: Tra i diversi musicisti con cui hai collaborato e collabori, quale senti più vicino, più congeniale?

R- Ho avuto esperienze molteplici, tutte positive direi. Scegliere quindi non è facile e poi non è giusto, tutti hanno dato qualcosa, con tutti si è creata simbiosi e armonia. C’era, c’è, come un’ osmosi, un fluido comune e soprattutto sul palco. Ho assorbito e trasmesso tecnica, creatività, fantasia. Scegliere significa escludere e non voglio o meglio non posso farlo.

D: Mi risulta che hai  un bellissimo ricordo del clarinettista Henghel Gualdi che sempre è stato vicino ai giovani ed ha creduto-investito in loro. Musicista d’eccezione è stato per te un amico, un padre. Quale l’importanza di Hengel Gualdi nella tua formazione e nelle tue scelte musicali?

R- clarinettista stellare. Aveva in me una grande fiducia, fiducia a mio avviso non corrisposta, nel senso che le mie composizioni spesso erano complesse ed astruse. Da giovani si vuole stupire così esageravo. Lui non faceva una piega e suonava. Composizioni difficili, da giovani come dicevo si tende a complicare a creare difficoltà. Il senno di poi però mi ha insegnato quanto quella fatica fosse sprecata. Che bisogno c’era di quella musica complicata ed assurda? Genio e semplicità questa è l’accoppiata vincente.  Hengel ha avuto pazienza, pazienza e fiducia tanto da lasciarmi perplesso. Suonava, mi dava consigli, eccezionale.

D: Quali i suoi insegnamenti da “padre-amico” e da musicista?

R- Suonare con lui era già un insegnamento, poi i discorsi, gli aneddoti i racconti di fine serata, quando tutti insieme dopo avere suonato si andava a mangiare un boccone. Ricordo come sorrideva. Sempre propenso alla battuta oltre essere un grande amico è stato anche un padre.

D: Grazie al tuo “mentore” Henghel Gualdi, hai avuto l’opportunità di incidere già molto giovane. Quali le sensazioni?

R- Stupore. Ero davvero stupito con quanta dedizione e attenzione lui mi considerasse.

D: Quando hai conosciuto Henghel Gualdi avevi meno di 30 anni e vivevi il momento più creativo della tua attività. Gualdi ha creduto in te. Oggi, quale è il tuo rapporto con i giovani?  Hai conosciuto qualcuno cui dare fiducia? Come ti rapporti con loro?

R- In pratica sono sempre in mezzo ai giovani. Stasera ad esempio sono qui con Scarcia (33 anni) e Fabio Grandi (49). È automatico che suonando coi giovani nasca un rapporto profondo. Io mi concedo volentieri. So per certo che molti miei colleghi sono gelosi del proprio sapere e a fatica lo condividono. Io ho avuto molto sin dagli inizi. Forse proprio per questo ho cercato di insegnare e condividere quanto potevo.

D: Ho letto il tuo ultimo libro “Storia/ aneddoti : uno spaccato intenso di vita e di condizioni umane”. Cosa ti ha portato a sviluppare questo argomento?

R- Ci sono cose che a mio avviso vanno fissate per averle viste, provate, vissute. Non volevo andassero perse. Ho pensato così di salvarle sulla carta. Quando qualcuno mi chiede se allora era così veramente… rispondo – si, era proprio così!!! Me lo conferma lo stesso Staino (di qualche anno più vecchio di me) che ha disegnato le tavole di questo mio libro. Mi conferma come anche a Firenze, ovviamente con le varianti del caso, si vivesse una medesima vita, quel momento, quel particolare periodo di dopoguerra (anni 50-70). Poi tutto cambia, muoiono molti dei personaggi più rilevanti e si perde definitivamente quel tipo di umanità. Questo il motivo. Da qui la necessità di fissare tutto sulla carta.

D: Quindi nella tua vita di ora non riconosci più il tuo vissuto? Nemmeno nei giovani ?

-R: I giovani vivono un mondo diverso, per me incomprensibile, un mondo digitale dove tutto è computerizzato, mondo che io volutamente rifiuto senza paura di essere considerato un vecchio trombone retrogrado. Non mi interessa, non è la mia vita. Ma loro è giusto che ne siano attratti, è il loro momento, il loro cammino, il futuro, la vita ed è giusto così.

D:  Salvatore Accardo, ha scritto “ la musica è come l’Odissea, il peregrinare di Ulisse è un richiamo alla musica… perché la musica è un viaggio d’esplorazione, una scoperta, un’avventura, una sfida, il raggiungimento di limiti e il loro superamento”. Sei d’accordo?

-R: Si! Come ti dicevo, sin dagli albori non mi sono mai compiaciuto della mia musica e mai mi sono beato nell’ascoltare quella degli altri. La musica è solo fatica. Fatica imparare, fatica perfezionarsi, fatica capire… fatica suonare. Il mestiere di vivere, lo chiamava Pavese. Quindi sono d’accordo, la musica è una Odissea …. D’accordissimo.

D: Nella tua biografia, ti definisci “monarca del quasi” . Cosa intendi? Come ti giudichi come uomo e come musicista/ scrittore?

           -R: Monarca del quasi nel senso che avendo salt
abeccato dal piano alla   chitarra alla penna non mi sento un artista dai contorni ben definiti. Come giocare alla roulette per  vincere puntando tutto su un numero e il numero non esce e riprovi e punti su un altro numero che non esce e via così. Questa la mia vita, il mio destino. 

 D:  ti senti pienamente realizzato oggi?

           -R: No

 D: Nella tua vita così fitta di avvenimenti di progetti di sogni c’è qualcosa che manca?

            -R: Manca tutto, mi sembra che tutto sia ancora da fare e di avere realizzato poco o niente, ad esempio la scala di do maggiore.

D: Quindi cosa vorresti ancora ad esempio? Un desiderio?

             -R: Non c’è limite.

D:  Perché, tra i tanti amici  musicisti hai scelto Francesco Guccini per la prefazione?

-R: Perché con Francesco ho un rapporto non solo di amicizia ma anche fraterno, da veri fratelloni e questo non l’ho mai detto a nessuno, ma quando per una qualsiasi ragione ci sentiamo al telefono si raccomanda, sempre, alla modenese, in dialetto – Fa a mood – mi ripete in continuazione e se questo non è un atteggiamento da fratellone….!?

D: Il tuo libro è illustrato da Sergio Staino, padre fondatore negli anni 80 di “Tango” uno dei più intelligenti e dissacranti giornali satirici degli ultimi cinquant’anni. Oggi Staino è ancora un apprezzato disegnatore satirico, uno dei più incisivi umoristi del nostro tempo ed ora anche direttore del mitico quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Come è nata e come si è sviluppata la collaborazione con lui?

-R: Grande amico di Guccini, una sera li incontro da Vito, un ristorante dove andavamo spesso e siccome un po’ lo conoscevo gli ho chiesto di dare un occhio al mio scritto e gli propongo di disegnarmi la copertina. Lui porta a casa lo scartafaccio, lo legge con calma e quando ha finito mi telefona per dirmi che oltre alla copertina ha già disegnato anche 10 tavole a colori, bellissime tra l’altro. Da notare che quando gli chiedo quanto mi sarebbe venuto a costare la sua collaborazione mi risponde che si è divertito troppo e questo gli basta. 

D:  Giovanni Serafini, sul “Resto del Carlino”, venerdì 8 febbraio 2013, ha scritto “come la musica è la poesia del suono, così la pittura è la poesia della vista” Sei d’accordo?

Si può essere così.

D: Quale il tuo rapporto tra il disegno e la musica?

-R: Non ho una particolare cultura pittorica, nemmeno una capacità valutativa  per questo, ma sicuramente non mi manca una certa valutazione dell’estetica di un quadro o di un disegno. Non ci dedico molto però, prendo le cose come se fossero prodotti di grandi artisti e cerco di collocarle nel tempo in cui vivo e nel tempo in cui loro si sono espressi. Ma mi fermo qui, non vado oltre

D:  Vista la tua amicizia-frequentazione con Guccini e con Staino, mi viene naturale chiederti “musica e politica, oggi” ?

-R: Sono due cose da tenere lontane. La musica politicizzata ha fatto il suo tempo, certo oggi come oggi uno potrebbe dire che tutto è politica anche la musica, ma non mi piace, lascia l’amaro in bocca, quindi è meglio lasciar perdere. La politica non può essere onesta, purtroppo però tutto è politica, quindi, come Sartre sento nascere in me… come dire… una… nausea? Si, nausea, proprio così. Teniamola quindi distante, la politica.

D: Veniamo al Jazz, al tuo amato jazz . Cos’è , cosa rappresenta per Jimmy Villotti uomo e musicista? Quale è stata la tua evoluzione di compositore e musicista. In altre parole, quali i tuoi momenti di cambiamento? Come sono nati? Da cosa e/o da chi sono stati favoriti?

-R: Sarebbe molto lungo e complesso e dovrei andare molto indietro nel tempo, così brevemente dico che ho cominciato non certo col jazz, suonavo ballabili e musica rock & roll. Solo più tardi mi sono avvicinato al jazz e siccome è stato detto che il Jazz è una disciplina difficile e che per entrarci bisogna studiare e viverlo intensamente, mi pecco di non averlo fatto abbastanza. Sono stato infatti distratto da tante altre situazioni contingenti che spesso mi hanno portato lontano dal vivere il vero jazz. Ho passato 20anni fra cantautori e generi vari, così posso dire che per me è stata lunga la strada del jazz, e che nel percorrerla mi sono perso e ritrovato e perso ancora e poi ritrovato e via così, fino ad ora. 

D: Cosa è, come sta vivendo il jazz, oggi? Franz Zappa ha detto che il jazz non è morto, “ha solo uno strano odore”? Sei d’accordo?

-R: Si, d’accordissimo con Franz Zappa, un grandissimo della storia della musica del ‘900.

D: Tuoi rapporti con gli altri musicisti? In particolare, quali i rapporti con Paolo Conte? Cosa è successo tra voi?

-R: Nulla di particolare, ma un normale avvicendamento di vita. A un periodo passato con un grande artista ne segue un altro all’inseguimento di altre chimere.

D: Alcuni si chiedono come e perché hai dedicato uno scritto e un concerto ad un personaggio (non da tutti apprezzato, né stimato) come David Lazzaretti. Cosa rispondi?

-R: Lazzaretti è una figura emblematica non solo fine a se stessa. Avevo letto qualcosa e di lui mi aveva colpito la vita, l’insegnamento, la morte. Sono andato sul posto ed ho anche seguito per molti anni i suoi seguaci. Si, ci sono ancora i seguaci della sua dottrina. Ti confesso che in certi momenti la sua presenza mi è stata d’aiuto. In questi ultimi tempi però ho abbandonato quel tipo di spiritualità, ma 6/7 anni li ho passati a indagare su questa figura, e su di lui ho anche scritto. Poi le cose cambiano….

Daniel Barenboim, nel suo volume “La musica è un tutto. Etica ed estetica” ha scritto – “la musica ha il potere di esprimere il potenziale di un’umanità che sa oltrepassare i suoi limiti. La musica ha la capacità di mettere in relazione gli esseri umani senza distinzioni di sesso, razza o nazionalità.. “Ma la musica ha diverse modalità espressive: dalla classica , alla leggera, al jazz, al blues ecc. E’ possibile delineare una scala valori delle diverse modalità espressive?

-R: Daniel Barenboim che non solo è un grande musicista e direttore d’orchestra e non a caso è anche ebreo, è giusto che dica quello che a detto. Ma vorrei sottolineare col mio velato cinismo, come la sua affermazione sia in fondo abbastanza ovvia. Come i politici, che quando vanno al potere promettono di aprire nuove scuole, di far funzionare gli ospedali e di dare una mano agli anziani ed ai giovani. Un lato di ovvietà li accomuna ed è chiaro che un personaggio come lui che ha un grande peso e ha avuto grande fortuna nella vita non possa dire altro che quello che a detto.

D:  In altre parole esistono tipi di musica più importanti di altri?

           -R: Non credo, la musica vale tutta , c’è musica fatta male e musica fatta bene.  

D: Qual è il suo motto?

-R: SCHIVARE FIN DAL SOTTOBOSCO!!!

                                                                                                     

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