Intervista a Dario Fo

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Questa intervista del 2007 al grande e controverso artista scomparso, è stata aggiornata giovedì 13 ottobre 2016 giorno della  morte . Allegata, un prezioso ricordo, una dedica autografa di Dario Fo e Franca Rame, all'autore dell'articolo,  per i loro ""primi cinquant'anni""  di amicizia

 


 Dario Fo è l’autore e attore italiano più conosciuto nel mondo. I Suoi testi , da oltre 50 anni, sono rappresentati in oltre cento diversi Paesi, con sempre crescente successo di pubblico e di critica. Oltre che attore e drammaturgo è scrittore-autore di testi sulla cultura, sui grandi monumenti d’arte e di civiltà ( è il caso di “Il tempio degli uomini liberi: il Duomo di Modena” e “La vera storia di Ravenna”), autore di testi sui grandi pittori italiani (“Caravaggio al tempo di Caravaggio”, “Il Mantegna impossibile” e “Raffaello. Bello figliolo che tu sé”). E’ regista, scenografo-costumista, pittore (anzi, ha esordito proprio come pittore, scenografo e costumista per la RAI e per i più importanti teatri italiani), uomo impegnato nel politico e nel sociale, con “storiche” battaglie civili al Suo attivo.

Egli è anche conosciuto e apprezzato per il “Premio Nobel per la Letteratura”, assegnato nel 1997, diciannove anni fa.

Nel 2006, ha dichiarato: “Ho ottant’anni ma ne ho vissuti almeno centocinquanta. Se poi calcolo quelli di Franca , alla fine, in due, facciamo circa tre secoli. Un arco di tempo lunghissimo racchiuso in due sole vite, perché quegli anni sono stati tutti, non uno di meno, belli e intensi. I mesi duravano 60 giorni, i giorni 48 ore. Sì, di vite noi due (Franca Rame e Dario Fo,  n.d.r.)  messi insieme ne abbiamo vissute davvero tante”.

Infatti, Dario Fo non sarebbe l’uomo, l’attore, l’autore teatrale, il regista, lo scenografo-costumista che è senza Franca Rame. Insieme si completano e si sublimano.

Nei testi di Dario Fo si fondono felicemente umorismo paradossale, comicità clownesca (derivata dalla tradizione popolare giullaresca e dalla Commedia dell’Arte) e satira politica (è stato definito “il più influente commediografo politico, dopo Bertold Brecht”). Ma è anche un uomo di studio, molto attento alle ricerche, per offrire testi e testimonianze che rispettino appieno il rigore scientifico e la verità (anche se non è mai la verità in assoluto, ma quella dell’interpretazione e della creazione artistica, con le naturali “licenze” e libertà creative). E’ famoso anche per avere reinventato una vera e propria lingua, il grammelot, creativo ibrido di diversi dialetti dell’Italia settentrionale.

E’ conosciuto e stimato anche per avere sempre sviluppato un’ampia e approfondita riflessione sul proprio lavoro di autore e attore (vedi, in particolare, il “Manuale minimo dell’attore” del 1987 e i tanti, diversi articoli, interviste e fogli sparsi, molti dei quali sono raccolti nel “Fabulazzo” del 1992) e per avere sempre creduto (ancor prima che si parlasse della “società della conoscenza”) nel valore, nell’importanza della cultura (nel 1969, a comprova, ha scritto e rappresentato, al “Teatro della Gioventù” di Genova, la commedia “L’operaio sa trecento parole, il padrone mille. Per questo è lui il padrone”, testo poi rappresentato, centinaia di volte, in teatri di tutto il mondo) .

Come grande, inimitabile “affabulatore”, è sempre stato prezioso nel promuovere e divulgare i Suoi messaggi politici, di valore etico, civile e culturale.

 

Ecco l’intervista:

Dario Fo è l’autore e attore italiano più conosciuto nel mondo. I Suoi testi sono rappresentati, da sessanta anni, in oltre cento diversi Paesi, con grande successo di pubblico e di critica. Ma oltre che attore e drammaturgo, scrittore, Lei è anche regista, scenografo-costumista, pittore, uomo impegnato nel politico e nel sociale. Quale tra queste diverse “anime” privilegia ?

 

RISPOSTA: “E’ difficile dividere in sezioni un lavoro che è compiuto e si completa , invece, con legami abbastanza ovvii e strettissimi tra loro. Voglio dire che per me iniziare disegnando, per esempio, un progetto e poi sviluppando il discorso per immagini è del tutto normale, anzi mi capita spesso che un’idea mi viene disegnando e poi la sviluppo attraverso la scrittura, poi vado a recitarla, poi penso alla presentazione, rivedo, sviluppo il testo , poi lo correggo e via dicendo, spesso, per diverse volte. Proprio perché nasco come pittore, poi mi sono via via evoluto, trasformato in scrittore, in regista, in attore, che, avendo il contatto con il pubblico, avverte le reazioni di questo e,come facevano i grandi attori della Commedia dell’Arte, lo modifica, via via”.

Franca Rame è stata la Sua metà, in tutto, compreso il “Premio Nobel”. Come e quando è nato questo bellissimo rapporto d’amore e professionale? Quale è stato il  segreto di questo Vostro amore e della collaborazione , che sono durati per quasi 60 anni ?

 

RISPOSTA: “Io ho incontrato Franca che era una ragazzina, ed io un ragazzo, nel 1951, in un teatro, a Milano, in occasione del primo lavoro teatrale che ho fatto, con Franco Parenti. Impresario della Compagnia era Carlo Mezzadri, marito di Pia Rame. Lei era una donna piena di fascino e tutti quanti si accorgevano di questa sua dote straordinaria, che non è solo essere bella, ma è anche essere affascinante. Erano tanti e soprattutto molto agguerriti quelli che mi sovrastavano nella corte a Franca. Con inviti, regali fino al punto che mi sono detto “basta”. Io mi chiamo fuori. Nel tentativo e nella speranza di farmi notare, di tanto in tanto, non la guardavo mai. Ma lei aveva capito il gioco. Fu così che, una volta, in teatro, dopo avere terminato una rappresentazione, io stavo perdendo tempo tra le quinte e lei mi ha bloccato, mi ha spinto contro una parete e mi ha baciato. E’ da lì che è cominciato il nostro rapporto. Poi, però, abbiamo avuto anche liti, ci siamo lasciati, siamo rimasti senza vederci per mesi e mesi, poi, siamo tornati a  incontrarci, a frequentarci. Sempre a teatro. Il teatro ci ha legato e ci ha permesso di riprendere un percorso.

Cosa mi ha insegnato Franca ?. Mi ha insegnato il mestiere del teatro. Io ero un dilettante. Lei, discendente da una famiglia dalle antiche tradizioni, la “Commedia Marionettistica Famiglia Rame”, che risale al 1.600, era già una professionista, in quanto era nata sul palcoscenico e quindi mi ha insegnato i tempi, i ritmi e anche a considerare il teatro come un gioco. Il teatro , infatti, non a caso, in tutte le lingue europee viene chiamato gioco. Un’altra cosa, mi ha insegnato. Mi ha insegnato a leggere e a rileggere i testi, a capire la grande differenza tra il teatro scritto ed il teatro recitato, o meglio, come diceva lei, rappresentato.

In teatro bisogna, innanzi tutto, ricreare, reinventare, bisogna soprattutto riprodurre una immagine nuova delle cose. Ecco , tutto questo mi ha insegnato.

Poi, oltre al teatro, un’altra cosa ci  ha legato e  tenuto uniti: è stato  l’interesse verso la società, verso i problemi . Una cosa che abbiamo imparato entrambi  è che non esiste più nessun valore, se non è legato alla tua storia, che si svolge in quel momento, alla cronaca, ai fatti , alla storia del tuo tempo”

L’importanza dell’umorismo, della satira, della comicità clownesca nel teatro e per la comunicazione ?

RISPOSTA: “ Il teatro, p
roprio alle sue origini, è nato come buffoneria. Pochi sanno, per esempio, che i  teatri greci, prima ancora che nascessero le tragedie , erano buffoneschi. Sto parlando dell’ottavo secolo, del decimo secolo avanti Cristo. Allora proprio l’espressione prima del valore della rappresentazione avveniva davanti ai bambini. I bambini amano enormemente fare, immaginare, ripetere le cose, ricostruirle . I bambini hanno bisogno di ridere. Un gioco antichissimo è quello di indurre il bambino a capire il gioco dell’umorismo. Quando il bambino capisce il gioco attraverso una rappresentazione, attraverso qualcosa che viene effettuata , o un paradosso, allora vuol dire che è nata la sua intelligenza. E’ in quel momento, dicevano gli antichi, che la dea del parto se ne andava, finalmente soddisfatta e felice. Aveva assolto la sua funzione”

La Sua e quella di Franca Rame sono state due vite sempre alla ribalta, sotto i riflettori, sono due vite caratterizzate dall’impegno civile-politico. Sono  state due vite vissute intensamente, al servizio del teatro, della cultura, della giustizia, della politica. Quale è il peso, l’importanza della cultura negli ultimi cinquanta  anni ( da “L’operaio sa trecento parole, il padrone mille. Per questo è lui il padrone” ad oggi) ?

 

RISPOSTA: “ Molte volte, si crea un errore, un equivoco. Si lega cultura al problema dell’istruzione, dell’erudizione. Non c’entra niente, non ci interessa. Tanto è vero che ci sono contadini che sono colti, profondamente colti. Sanno tutto della natura, del susseguirsi delle stagioni, del significato del sole, della semina, del vento, delle tempeste. Le prevedono, le sanno leggere . Questa è una forma di grande cultura , che normalmente gli aristocratici e i professori intendono come fatto secondario. Senza questa cultura , noi non potremmo sopravvivere. L’altro problema vitale è di capire , attraverso la conoscenza, quello che sta succedendo oggi. Il problema , per esempio, di quello che sta accadendo a proposito del riscaldamento della terra e del disastro incombente. Se non riusciamo subito a produrre un altro modo di vivere e di agire, e, soprattutto, togliamo l’idea del profitto e degli interessi privati verso quelli collettivi,  rischiamo veramente di vedere la terra svuotata dalla nostra presenza. Questo è un problema di cultura. Bisogna capire che cosa significa l’umanità , che cosa è importante, quali sono i valori determinanti di una società davanti al discorso del profitto, dell’arraffare, dell’ipocrisia, della furbizia. E’ questa furbizia che ci porta,  oggi, con lo sghignazzo a soffrire di un terrore. Per quanto riguarda questo terrore, è veramente folle quanto tu insegni o racconti. Ho avuto un dibattito, in questi giorni, con dei grossi intellettuali, scienziati e c’era  tanta gente. Ma questa gente era attonita davanti alle cose che dicevamo e

incredula perché se non hai conoscenza, è difficile anche capirle le cose”

 

 Perché, come mai tanto interesse per grandi artisti come Caravaggio, Mantegna , Raffaello?   Così diversi tra loro. Che cosa li accomuna, secondo Dario Fo?

 

RISPOSTA :” Diciamo, innanzitutto, che non sono poi tanto diversi tra loro. Sono uno dentro l’altro.Ognuno segue l’altro e uno anche precede l’altro e si ricollegano l’un l’altro. Il mio interesse è determinato  dal mio mestiere. Io sono attore, sono attore di teatro, sono scenografo, ma sono soprattutto pittore. Ho iniziato come pittore. Ma non conterebbe niente questo, se non avessi appreso delle menzogne nello studiare , ai tempi dell’Accademia, non tanto nell’Accademia, ma, diciamo, nel contorno, nella retorica, nei libri, che mi capitava di leggere. Quante volte mi sono dovuto ricredere, rispetto a quello che avevo imparato, e ho dovuto buttare all’aria, soprattutto grazie ai grandi maestri, che ho avuto la fortuna di avere all’Accademia di Brera, che mi dicevano “guarda che ti stanno imbrogliando, che non è così “ L’imbroglio soprattutto avviene su che cosa ? Sullo stile? Sui concetti , diciamo, di espressione? No! L’imbroglio è sul racconto storico, che riguarda questi grandi pittori. Come hanno vissuto nella società? Che ruolo avevano? Che esperienze hanno fatto ? Qual era stata la ragione delle loro crisi?  Che rapporto avevano verso il potere, con il potere ? Erano  abboccati sul potere oppure cercavano di reagire? Solo in quel momento, ho capito chi erano questi pittori e come si esprimevano e il valore della loro pittura. Da Raffaello a Michelangelo, con sorpresa, ho scoperto che erano persone che avevano una grossa dignità e che si battevano per una chiarezza e che in molti casi rischiavano censure pesanti ed anche persecuzioni da parte di chi deteneva il potere. Non bisogna dimenticare che Michelangelo se ne andò sbattendo il portone,  o meglio il portale di Roma, offeso per l’ottusa condizione in cui lo facevano ritrovare con le menzogne, con lo sfruttamento e, soprattutto, con le idee. Le idee che erano quelle di chi deve gestire fino in fondo il potere e si fa santo, si fa intoccabile. A proposito di Raffaello, devo dire che a Brera, ammirando le sue opere, avevo acquisito un’idea falsa e stereotipa. Basta pensare all’ “Autoritratto” conservato agli Uffizi, a Firenze. E’ bello, bellissimo, ma sembra un pittore che evita di scoprirsi, scantona davanti ad ogni impegno. Per cui, questo autoritratto è menzognero e inaccettabile.

Poi, studiandolo, conoscendolo meglio e di più, ho visto che spesso è stato violento come Caravaggio, sgarbato con i potenti come Michelangelo. Si è tagliato un orecchio per la sua amata, come Van Gogh. Un suo autoritratto vero deve avere un panneggio sontuoso, uno sguardo da impunito. Uno che sa quanto vale, ammirato dagli altri, soprattutto dalle ragazze. Basta pensare che quando morì, a soli 37 anni, tutta Roma lo ha pianto. Come ricordo  nel libro su Raffaello, quando, a Carnevale, il carro delle ragazze maritate a bella posta, transitava sotto le finestre del palazzotto dove stava Raffaello, da quel carro saliva un coro d’elogio appassionato, cantato a tutta voce per il giovane pittore che, tra l’altro, dice :

“Bello figliolo che tu se’…..

………………………..

Dolze creatura con sto corpo tuo che pare in danza

Come me vurria rotolar co’ te

Panza panza dentro lu vento

Appesa alle labbra tue da non staccarme mai un momento”

 

Nel Suo libro “Il mondo secondo Fo”, Lei scrive : “La maschera nasce con l’uomo, fin dalla prime civiltà e sostiene che il poter nascondere la propria identità e assumerne un’altra è un prodigio meraviglioso, ti consente una libertà inarrivabile, altrimenti”

 

RISPOSTA: “ Perché come, sottolineava già Pirandello, la maschera cela l’individualità, il relativo, il caduco e intanto rivela l’universale, l’inconfessabile. Copre i tratti, altera la voce e lascia uscire una sola cosa, la verità. Indossando la maschera sia gli attori sia la gente comune hanno il diritto di dire quello che pensano. Tanto non sono io a parlare, è l’altro, quella maschera che ho preso in prestito. Il Carnevale nasce così: 364 giorni a sopportare angherie e soprusi in silenzio, e poi un giorno di assoluta libertà, per dire tutto ciò che si vuole. Perché la maschera e le feste garantiscono che è tutto per scherzo, tutto per ridere. Una violazi
one della censura politica e sociale. Ma anche la possibilità di concedersi libertà più private. Un facile e malizioso passepartout per alcove, incontri amorosi segreti e avventure proibite”

 

“In un tempo in cui si pubblicano decine di libri su Gesù (basta ricordare i recentissimi di Corrado Augias, di Padre Enzo Bianchi, di Vittorio Messori e dello stesso Pontefice Benedetto XVI) Lei scrive un libro su Gesù. Quali i rapporti tra Gesù e le donne, secondo Dario Fo?”

 

RISPOSTA “Presso l’Editore Rizzoli, è uscito  un mio nuovo libro, intitolato “Canto Andaluso gitano”, nel quale sviluppo anche il tema di Gesù e le donne. E’ un libro ricco di oltre 200 tavole , libro che è una specie di lettura molto attenta dei Vangeli perché il Vangelo, questo sconosciuto, è un libro fondamentale per conoscere la vita e soprattutto la figura di Gesù. Nel Vangelo si ricordano alcuni passaggi come l’ “Ultima Cena” e le “Nozze di Cana”, ma non si ricordano storie stupende che mettono a ferro e fuoco la vita di Gesù, come i parenti che vengono a trovarlo, lo sentono parlare e concludono che Gesù è giù di testa. La cosa straordinaria, se si contano le volte che Gesù parla, ha rapporti stretti con le moltissime donne che lo accompagnano, è che va controcorrente, fa correre il rischio alle donne che lo seguono di essere lapidate.  Una grande quantità di queste donne sono miserabili, che fanno mille mestieri, molte sono ex-prostitute, straniere alle quali nessuno rivolge la parola “.

Dario Fo e Modena. Quali i rapporti? Quali i ricordi? In altre parole, com’è Modena, secondo Dario Fo?

 

RISPOSTA: “Modena è una città che adoro. L’adoro per la sua cultura, per la struttura , per l’architettura, perché la gente che sta vicina al teatro- e i modenesi amano il teatro- è viva.. Avrei tanti aneddoti, tanti ricordi  da raccontare su Modena, sulla tensione che accompagnava uno spettacolo, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta. Mentre arrivavo c’erano contestazioni, lanci di oggetti e verdure, gioie. A comprova che è viva. Soprattutto, è una città che anche quando eravamo bersagliati, Franca ed io, dalla censura, quando il governo repressivo cercava di censurarci, bloccarci, ci è sempre stata vicina. Ci ha aiutati, difesi. Mi riferisco in particolare ai responsabili del Teatro Comunale di allora, al Presidente della Commissione del Teatro Rubes Triva, soprattutto, ai responsabili del Comune e della Provincia, che erano di sinistra. Furono dei lottatori straordinari, con una grande dignità. Come sono stati lottatori straordinari i protagonisti e i cittadini raccontati ne “Il tempio degli uomini liberi”. Questa storia di Modena antica è raccontata attraverso la nascita di questa coscienza collettiva, che ha prodotto quest’opera d’arte, che è il Vostro Duomo, la più importante opera d’arte di architettura romanica che esista al mondo. Questo, purtroppo, neanche i modenesi lo sanno. Poi adoro la giocosità, l’allegrezza, la simpatia, la disponibilità della gente di Modena e provincia..

Tra i tanti aneddoti, voglio ricordarne uno. Nel documentarmi su Modena e la sua storia, ho scoperto , ad un certo punto che,   a Modena, era esistito un uomo importantissimo , che era importantissimo perché ha ravvivato la volontà di creare un’autonomia. La prima grande autonomia fra le medie e grandi città della Padania. Ora, c’era questo grande uomo che si chiamava Azzo di Corrado , il quale, nel 1096, è stato il primo rector urbis di Modena, cioè il primo conduttore , il primo podestà del tempo, anticipando di 50-100 anni città come Milano, nella nascita del Comune . Il mio spettacolo, ricavato dal “Tempio degli uomini liberi” , sottolinea la natura dei  modenesi, amanti e difensori della libertà e dell’autonomia nei confronti del potere, anche di quello religioso, allora dominante.

Avete avuto un rector urbis come Azzo di Corrado e non avete neanche pensato di fargli un monumento. Vi invito a rimediare. Io vi do il cavallo, ma voi ci mettete tutta la figura.

In passato ho già invitato a creare questo monumento. Qualcuno mi ha chiamato per tenere un dibattito. Ma io ho risposto “scusate ma avete cominciato il monumento ad Azzo di Corrado?” Mi hanno risposto di no, che ne avete parlato in Comune, ma avete incontrato dei problemi. Ma questo è un problema fondamentale. Io tornerò a Modena soltanto quando comincerò a vedere almeno la base del monumento. Ci hanno creduto. E mi hanno telefonato, mi hanno scritto, dicendomi “ti prego ritorna” , giurando che avrebbero fatto questo monumento. Ma al momento, il monumento non c’è ancora. Lo aspetto. E’ fondamentale.
************************************
 

Dario Fo,  il “giullare” che ci ha divertito, arricchendoci culturalmente e socialmente .

Conoscevo Dario FO e Franca RAME dal 1956 (segue dedica di Dario Fo e Franca Rame del 2006 per i 50 anni di conoscenza-amicizia.
Nel 1958, a 20 anni, ho “inventato” e curato i primi notiziari del “Teatro Comunale” di Modena, con la prima intervista a Fo e Rame che, al nostro “Comunale”  provavano  le   loro opere –Compagnia Fo-Rame con Fulvio Rame Amministratore – e “tenevano” le anteprime nazionali per la stampa  . Ho organizzato e condotto oltre trenta incontri con Dario Fo e Franca Rame, a Bologna, Mantova, e soprattutto a Modena e provincia. Tra questi, diversi al “Club La Meridiana”, al “Teatro Astoria” di Fiorano modenese e a Formigine (per l’inaugurazione del restaurato “Castello”  , Fo ha presentato-interpretato una nuova edizione di “Mistero buffo” , dedicato al Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi). 

Stranamente tutto bene, sempre. In pieno accordo. Soltanto nel 1975, abbiamo rischiato uno “scontro”: come direttore generale del tour operator “Italturist” , avevamo deciso di aprire a Milano , alla “Palazzina Liberty” di Piazza Marinai d’Italia, un ristorante tipico russo (il “Valentine” , collegato con quello già operante a Parigi) . Ma Dario Fo ci “scippò” la sede  per sé e per il suo teatro.

Abbiamo preferito non scontrarci.

L’ultima volta , nel dicembre 2015, l’ho incontrato a casa sua (Corso di Porta Romana , 132) a Milano:  durante il pranzo, ha fatto 120 dediche su altrettante copie di  suoi libri , volumi che la “Fiera di Modena”  ha, poi, regalato a collaboratori e clienti, per le festività natalizie.

Sempre arguto, intelligente, imprevedibile. Inimitabile. Unico e irripetibile. Lo ricordo con gratitudine e affetto. Ci ha divertito, ci ha fatto piangere e ridere, con il suo teatro di narrazione, sempre all’insegna dell’approfondimento culturale e della denuncia sociale, contro il potere, a difesa dei più deboli.

          

 

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