Internet: il futuro è oggi? A Snowden la risposta

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Edward Joseph Snowden, hacker imbattibile, è una figura controversa, su cui l'opinione pubblica internazionale appare  divisa: difensore dei diritti umani per alcuni, ambiguo delatore per altri.

 


“Mi sembra molto fico entrare negli accessi di sicurezza,” sono le entusiastiche parole di Edward Joseph Snowden, quel trentatreenne prodigio dell’informatica noto ormai negli ambienti della pirateria multimediale, che dopo un fallito tentativo di entrare nei marines trovò modo di farsi arruolare dalla CIA. A consentirglielo fu il superamento d’un arduo test d’accesso, durante il quale la sua innata abilità di entrare nei circuiti elettronici, criptare programmi e rielaborarli in soli trentotto minuti, gli guadagnò le simpatie dell’oscuro Corbin O’Brian. Anelando di aiutare il vessillo Stelle e Strisce a migliorare il mondo, e convinto di sposare la causa al desiderio personale di sentirsi un talento utile, comprese però di non avere il sufficiente cinismo per smascherare le oscure attività di un importante business man pakistano: l’accesso a informazioni troppo personali sulla famiglia di questi avrebbe garantito a Edward una promozione, ma innescato qualcosa di troppo scomodo. Non volendo costruire la propria carriera sulla menzogna, si dimise per collaborare a un’azienda di tecnologia informatica, consulente della National Security Agency, organismo governativo che insieme a CIA ed FBI dovrebbe tutelare la sicurezza nazionale. Divenuto agente del controspionaggio informatico, l’hacker Edward avrebbe compiuto un’insolita operazione spionistica pubblicando scabrosi dettagli di numerosi programmi di sorveglianza di massa, da parte dei governi statunitense e britannico, sino allora tenuti segreti. Ciò, dopo essere entrato in un’insperata spirale bigger than life e compreso che il destino di chiunque, incluso il suo, non è scevro da una massiccia, ininterrotta rete di controlli. A consentire una testimonianza altrimenti impensabile fu un’intervista, rilasciata in clandestinità in un albergo di Hong Kong, a due cronisti di “The Guardian” e alla documentarista Laura Poitras (che avrebbe trattato la materia nel recente Citizenfour), ma soprattutto la consegna di un microchip nascosto in un cubo di Rubik, con la prova che denunciava l’illegalità dei sistemi informativi NSA relativi a piani militari, politici ed economici. La collaborazione con un rappresentante di WikiLeaks, che nascose il giovane presso una povera famiglia indostana, permise a Snowden di varcare la frontiera e trovare unico asilo a Mosca, dove tuttora rifugia. Questo lo rese figura controversa, su cui l’opinione pubblica internazionale si sarebbe divisa: difensore dei diritti umani per alcuni, ambiguo delatore per altri. E solo negli ultimi tempi, nonostante destra e sinistra desiderino ancora la sua testa, gli Stati Uniti, compreso il presidente Obama, hanno riconosciuto la gravità della situazione denunciata da Edward.

Una piccola grande figura, d’interesse non indifferente nell’area del medium odierno, congeniale a sufficienza per le corde del produttore Moritz Borman e del settantenne Oliver Stone, firma non nuova a operazioni dove il rischio dell’ambizione va di pari passo con l’onestà degli intenti, invero spesso dubbia. In questo biopic in salsa pamphlet, sospeso fra thriller paranoico e documentario fantapolitico, il cineasta newyorkese segue una narrazione a intervalli temporali e luoghi differenti, con la voce fuoricampo di Snowden a scandire, e si accosta tranquillo a recentissimi lavori di taglio giornalistico, quali Il caso Spotlight e Truth – Il prezzo della verità. Ma quel che più gli aggrada, e ne fa un ulteriore tassello della sua cospicua filmografia, è la contraddizione di chi, doveroso, sente il compito di riverire con orgoglio il Paese, e soprattutto il senso di responsabilità secondo lo standard americano, che finisce per scontrarsi con le labili certezze di esso. La figurina di Snowden è caratterizzata dal volto pulito di Joseph Gordon-Levitt, la cui inespressività si spiega con la scelta di apparire un candido sotto la scorza, mantenendo inalterato il senso etico quand’anche il rigore professionale gli impone di preservare la sfera personale da quella pubblica. Ma è faticoso, quasi utopico, mantenere inalterata la primigenia purezza e far sì che la contrapposizione fra entrambi i nuclei non vada in rotta di collisione. Se ne ha la riprova quando il labirinto di immagini e informazioni, la cui pesante tornata si accumula sulle spalle di chi vi è inserito, pesa come un macigno finendo per minarne l’equilibrio e la salute. Per due volte Edward è preda di attachi epilettici, eppure la diabolica spirale in cui il giovane si insinua, che innesca una dicotomia tra reale e virtuale, lo induce a non approvare che Lindsay, la compagna, gli chieda innocente se prenda il farmaco prescrittogli dal medico. Da indiretto spione, Snowden si sente a propria volta scrutato, anche nella più intima sfera. E il sempre più crescente senso di paranoia, scaturito dietro la spia rossa nella webcam di un portatile, costringe chi è del ramo a estreme misure di sicurezza (applicandovi un banale cerotto).

Nonostante la pericolosità dell’area, che camuffa ovviamente i reali intenti dietro un’aura accattivante, il villaggio globale nel quale il protagonista sa di essere un piccolo mito conserva un eguale allettante potere, dove il controllo economico e sociale – gli sentiamo dire – protegge la supremazia del governo americano. Lo stesso incontro con la ragazza che diventa la sua compagna si concretizza dopo interazioni in chat. E in una lunga sequenza che immerge il volto narrante di Snowden in un fascio di luci cibernetiche e fotogrammi virtuali, lo spettatore coglie quell’innegabile, irresistibile sensazione; purtroppo però, a meno che non si tratti di una provocazione, l’esito è una parentesi dispersiva, che trasforma una dissertazione di denuncia civile in uno spot pantografato. In tale ottica, Snowden giunge come la centomilionesima variante di un Paese dei Balocchi nei cui anfratti il potenziale Pinocchio coglie in extremis la parete sinistra di un’abnorme balena, dalla quale uscire ricorrendo alle proprie risorse mentali. In tutti gli episodi in apertura a montaggio alternato, in cui Edward risponde alle domande di chi è chiamato a esaminarne le competenze, si coglie un vago sapore kafkiano. Che torna, a mo’ di riprova, nella scena in cui il giovane, davanti allo schermo di un ufficio, si trova vis-à-vis con O’Brian: il volto grandangolare del secondo, deformato nei tratti grotteschi, ne mette a nudo la reale facciata di un cervellone diabolico, la cui posizione di onnipotente Grande Fratello permette di monitorare l’esistenza di ognuno, compreso l’impaurito protagonista, indotto a prendere una decisione.

Nonostante qualche opinabile scelta registica – ma del resto Stone non ha mai brillato per leggerezza autoriale – in Snowden la volontà di fare il punto sui forti contrasti della nazione conduce a un’indagine tesa a scavare nei retroterra più sinistri, conciliando con una resa scenica e una spettacolarizzazione dell’evento d’indubbia ambiguità, ma, nonostante la pomposità, di sicura efficacia. L’epilogo in cui Snowden si collega da Mosca, e racconta la propria verità a uno show televisivo in diretta planetaria, sembra sospendere la posizione del regista nei confronti del personaggio, che sembra volersi limitare a una narrazione non partecipata sul piano emozionale. E nello spettatore trapela inevitabile un certo sospetto, testimoniato anche dal bizzarro preview cinematografico in cui il cineasta, rivolto allo spettatore, illustra gli agi e i danni nell’utilizzo dello smartphone e invita, se non si vuole restare invischiati nel
la rete del voyeurismo informatico, a spegnere l’oggetto in sala.

A dispetto di qualunque considerazione possibile sulla materia – e Stone sa bene che ne deriverebbe un’ulteriore catena mondana di superflua finalità – Snowden è un lavoro assai più sobrio (e innocuo) di numerosi titoli precedenti, al pari di World Trade Center o W. Ma resta invariata la politique del cineasta verso ambigue finestre, dove potenziali eroi smascherano il lato sordido di chi, alla maniera di un Gordon Gekko, mira ad avere il totale controllo dell’esistenza altrui. L’operazione presenta  aspetti superati, certo, eppure genuini, cui non si può non guardare con sorriso, a dispetto di lavori a tema che negli anni Settanta costituivano un capitolo della New Hollywood, e che gli anni del revanscismo reaganiano avrebbero ulteriormente ribadito. Di fatto, non si può non pensare alla vicenda, realmente accaduta, che stava al centro di un film (peraltro modesto) di John Schlesinger, Il gioco del falco, in cui – spinto dalla delusione – il fattorino di un’azienda che costruisce satelliti-spia per la CIA decide di collaborare con l’Unione Sovietica inoltrando materiale top secret della ditta. In Snowden la vicenda di quest’occhialuto Bud Fox, che compiuta un’impresa impossibile si trasforma al ralenti in una piccolissima sagoma nera, e su uno sfondo di mistico biancore arringa la folla come Ron Kovic e si fa oggetto di mitizzazione nell’epoca della comunicazione totale (come Barry Champlain, Jim Morrison, Mickey e Mallory…), sarebbe potuta diventare qualcosa di più coraggioso e feroce nelle mani di un Frankenheimer o di un Lumet. O, stando alla New Hollywood da cui Stone discende, del Pakula di Perché un assassinio o del Coppola de La conversazione. Piace pensare che la catarsi di Snowden, obbligato a fare la cosa giusta per fuggire da un’altra prigione (come un aggiornato Billy Hayes di un nuovo allegorico “espresso di mezzanotte”), detenga parentele con lo Scorsese di cui Stone e Spike Lee furono allievi. C’è persino un’affinità nel desiderio di americanizzazione progredita di Edward col Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street: tanto che l’amicizia tra lui e l’esperto informatico Hank Forrester può rammentare quella tra Belfort e lo scaltro broker Mark Hanna. E il principio di salvaguardia dell’onorabilità Stelle e Strisce in senso etico può trovare sponda, volendo, nell’ultimo lavoro di Clint Eastwood, Sully.

Il resto è lo Stone abituale che lo spettatore riconosce in molti inserti: la petizione anti-Iraq in luogo di quella contro il Vietnam in Nato il 4 luglio, l’addestramento militare che procura a Edward una frattura alla tibia, la contraddizione statunitense nella complicità amorosa tra un wasp e una giovane liberal, il vero Snowden che sostituisce quello fittizio nel finale come il vero Nixon nelle immagini documentaristiche che rimpiazzavano Anthony Hopkins sugli ending credits. E al pregio, come sempre, si contrappone un usuale difetto di manico dovuto a soluzioni ingenue (le bistecche che abbrustoliscono sulla brace quando il terreno per Snowden si fa minato) o didascaliche (il cubo di Rubik che racchiude la soluzione del problema). Il risultato è un’operazione volutamente discontinua la cui utilità, benché vi si assista con piacere come a un normale thriller, non è ripagata da una mordace necessità. Troppa è la zavorra, illustrata soprattutto dal capitolo sentimentale del protagonista col proprio angelo demiurgico.

Quel che resta impresso è il tratteggio psicologico di un mostro del web suo malgrado, tramutato dalla paranoia in una sorta di vampiro che malvolentieri accetta di farsi fotografare, e che per bloccare le radiofrequenze degli smartphone dei suoi intervistatori ricorre a un microonde. Abbastanza vispo però da superare l’estrema responsabilità, avvalendosi della complicità di un collega di colore col quale, per salvare le apparenze, ricorre al più antico (e misconosciuto) dei linguaggi in codice: quello dei segni. E non si può negare che la frenesia di una civiltà fondata su immagine e complotti ad ogni angolo, abbia reso Edward un’effigie apolide come la famiglia che lo nasconde, indotta a pagare un dazio di emarginazione e solitudine, per amore di ciò che resta pur sempre un’etica condannata a quel velo cantato da Peter Gabriel, in chiusura. Tanto meno, negare che un titolo come Wargames – Giochi di guerra, dietro l’assunto dell’apologo teen anni Ottanta, abbia trasceso la realtà con l’arma del paradosso, facendosi la realtà concreta che, oggi, prodotti quali Snowden possono solo descrivere senza più (voler) graffiare. 

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