Ingrao, così dimenticato ieri, così rimpianto, ma non imitato, oggi.

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“Sono un figlio dell’ultimo secolo dello scorso millennio: quel Novecento che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello sterminio di massa, ma anche le speranze e le lotte di liberazione di milioni di esseri umani.""

Pietro Ingrao, del quale non piango la morte, perché arrivata secondo natura, ma piango la fretta di seppellirne il pensiero in un sudario di retorica, neppure nella home page del suo sito è riuscito ad essere banale: “Sono un figlio dell’ultimo secolo dello scorso millennio: quel Novecento che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello sterminio di massa, ma anche le speranze e le lotte di liberazione di milioni di esseri umani. Scriveva Bertolt Brecht: ‘Nelle città venni al tempo del disordine, quando la fame regnava. Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte, e mi ribellai insieme a loro’. Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quanto lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto portare con te nel futuro”.

Questo contributo potrebbe finire qui, le sue parole bastano e avanzano, ma perché non commentarle con le frasi, autorevolissime e quasi tutti scontatissime, uscite dai palazzi dei poteri?

Non è molto credibile Matteo Renzi: “”A tutti noi mancherà la sua passione, la sua sobrietà, il suo sguardo, la sua inquietudine che ne hanno fatto uno dei testimoni più scomodi e lucidi del Novecento, della sinistra, del nostro Paese””. Difficile pensare due persone più diverse e più distanti, il coerente dubbioso e il piacione superego. Se gli mancassero davvero cercherebbe di imitarle.

E’ auspicabile il presidente Sergio Mattarella: “La sua passione  resterà un patrimonio del Paese e la sua libertà interiore è un esempio per le giovani generazioni”.

Giusta la citazione del presidente Pietro Grasso: ‘Il dubbio è l’unica cosa che rivendico in pieno della mia vita’, in un Parlamento dove il dubbio è inesistente, nell’universo delle certezze e dei superego, dove perfino cambiare partito dalla mattina a sera per montare sul carro del vincitore risulta legittimo, normale e da raccontare.

Potrebbe essere un accorato Sos quello di Gianni Cuperlo : “”La sua scomparsa interroga tutti noi sul bisogno di una riflessione profonda su cosa è stata la cultura e l’identità della sinistra e sulla natura della politica”” e un monito quello di Nicola Zingaretti: “”Per la sinistra italiana ha rappresentato e uno stimolo a concentrare gli sforzi verso i più deboli e la parte meno tutelata della società””.

Dovrebbe fare riflettere sulla realtà odierna anche la nota di Pier Ferdinando Casini: “”Per tanti è stato icona di un grande movimento ideale e politico, ma per me è stato soprattutto un presidente della camera imparziale e corretto: a dimostrazione del fatto che appartenenza partitica e servizio nelle istituzioni non sono inconciliabili””.

Alla fine preferisco un commento di Camilleri:  «Il dubitare di Ingrao è sempre la messa in moto di un motore che elabora il che fare più attinente al fine proposto, non è mai la messa in dubbio del perché, ma del percome». Ovvero valori solidi e maturi, ma costanti dubbi sulla strada da percorrere.

Finito il mare di parole, comprese queste, se vorremo davvero ricordarlo per trarne una testimonianza utile alla nostra vita e alla nostra comunità, troveremo stimolo nel suo benvenuto agli amici di internet: “Il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme”, nella angosciata domanda che si poneva di fronte all’intervento militare in Iraq: “C’è un’altra strada?” e nella dichiarazione in occasione delle elezioni del 2014: “Indignarsi non basta: bisogna scegliere”.

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