In politica, vince chi prevede

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Nel mondo multipolare che nasce dalle ceneri dell’universalismo il futuro è degli
Stati-Civiltà teorizzati da Alain de Benoist.

Alain de Benoist è il più grande filosofo vivente della destra europea. Ma se sapesse che lo presento così non apprezzerebbe. Lui di ‘destra’ e ‘sinistra’ non vuol sentirne parlare da almeno quarant’anni. Categorie superate, anche se uno dei suoi libri più apprezzati è stato “Vu de droit” -trad. Visto da destra-, scritto nel 1977.
De Benoist è sempre stato avanti. Troppo avanti per essere capito dai contemporanei. E anche adesso che tutti ci chiediamo che cosa stia succedendo nel mondo, lui non fa altro che spiegarlo alla luce della sua visione politica che finora pochissimi hanno compreso al momento giusto, che i fatti non hanno mai smentito, e che si è verificata puntualmente tanto da avere una portata quasi profetica.
Che cosa sta succedendo intorno a noi? In Europa c’è la guerra. C’eravamo illusi che avremmo vissuto in un’era di pace universale. Illusi, perché in realtà guerre nel mondo ce ne sono sempre state. C’era stata, è vero, quella nei Balcani dopo la dissoluzione della Yugoslavia, ma non aveva comportato il rischio della Guerra atomica perché la Russia era ancora frastornata dal crollo dell’impero sovietico e la Cina era troppo lontana.
Ma adesso, con quello che accade in Ucraina?  Che cosa sta succedendo? Non ci avevano detto che il nostro futuro sarebbe stato quello di vivere in un mondo globalizzato, tutti assieme appassionatamente, in un sistema unipolare a trazione stelle-e-strisce, unica garanzia mondiale di libertà, democrazia, pace e benessere? Così era scritto nel programma del mainstream: dopo il crollo del comunismo, che aveva tenuto il mondo diviso in due poli, l’Occidente capitalista e l’Oriente comunista, si doveva passare dal bi-polarismo all’unipolarismo. E tutto quello che veniva fatto e detto da quelli che contano era finalizzato a creare un mondo unico, un villaggio globale dove prima o poi sarebbe stato necessario istituire un governo universale. E invece no. Quello che sta avvenendo sementisce il disegno mondialista. Il mondo è diventato multipolare “guidato– dice de Benoist- dalla volontà di continuità storica dei popoli radicati”. E questo, osserva il filosofo francese, mette in discussione “le basi ideologiche che esso – il sistema unipolare- vorrebbe imporre come norme universali: l’individualismo e l’atomizzazione sociale, la società dimezzato, l’unificazione del sistema finanziario mondiale, la democrazia liberale, l’interpretazione occidentale dei diritti dell’uomo e i deliri della lobby Lgbt. La fine dell’universalismo non significa però il ritorno alle vecchie nazioni, perché non è sugli stati nazionali che si può edificare un mondo multipolare. Si cambiano epoca e scala. Il nuovo ordine mondiale non sarà fondato sugli Stati-nazione ma sugli Stati-civiltà”.

Che cosa sono gli Stati-civiltà? De Benoist spiega che sono quelli “in grado di organizzare, poggiando sulla loro cultura e storia di lunga durata, una sfera d’influenza che va ben aldilà del loro  territorio nazionale o del loro gruppo etnolinguistico: l’India, la Turchia, l’Iran, per limitarci a citare questi. Lo stato-civiltà non è estraneo al concetto d’Impero, in contrasto con lo Stato-nazione, ma non ne è esattamente un sinonimo. E neppure è sinonimo di civiltà, perché le civiltà possono contare al loro interno varie nazioni, mentre gli Iati-civiltà presiedono solo ai destini dell’insieme della loro area di civiltà. L’ascesa degli Stati-civiltà va messa in rapporto con un ritorno alla logica dei «grandi spazi».

All’universalismo cosmopolita si viene a contrapporre “un modello in cui ogni insieme di civiltà è ritenuto possedere un’identità distinta, sia nel campo dei valori culturali che in quello delle istituzioni politiche, irriducibile a modelli universali. Questi stati non vogliono solo metter in opera una politica sovrana senza sottomettersi al diktat delle élites sovranazionali. Vogliono anche contrastare ogni progetto «globalista» che miri a far regnare gli stessi principi su tutto il pianeta, perché sono consapevoli che la cultura di cui sono portatori non è identica a nessun’altra. Il che significa ricordare che una cultura di tutte le culture non può esistere. Gli Stati-civiltà vanno di pari passo con l’ascesa del pluriversalismo. In passato l’Europa è stata una potenza di civiltà, ma non lo è più. Può diventarlo? Per ora è più che mai l’Europa di Amleto: essere o non essere. Ma oggi che la guerra ideologica non è più solo cosa per circoli intellettuali, ma una realtà politica e geopolitica, anch’essa è in guerra. Senza saperlo. Il risveglio sarà ruvido”.

Poiché si tratta di concetti molto importanti e pesanti, ho preferito riportare integralmente i passi – tratti e tradotti da ‘Diorama’ n. 371- nei quali de Benoist spiega il suo pensiero. 

Rivoluzionario e tradizionale al tempo stesso. Ma la verità è sempre rivoluzionaria. E condivisibile se si vuole comprendere la nuova realtà e giocare d’anticipo.

In politica, vince chi prevede.

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