In nome del popolo italiano…mi spiace

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Troppe possibilità di potere interpretare la legge possono ingenerare intemperanze soggettive al momento della sentenza. E'opportuno correggere anche questi importanti particolari

“Un uomo che giudica un altro uomo è uno spettacolo che mi farebbe crepare dal ridere, se non mi facesse pietà”.

Una frase celeberrima, questa di Flaubert, usata talvolta impropriamente, quando ha il solo scopo di esautorare la figura del giudice ma che amaramente condividiamo quando a togliere dignità  e valore al suo ruolo è il giudice stesso, con le sentenze che fanno notizia, con le interpretazioni arbitrarie della legge, con la cautela, che per sua stessa ammissione ha guidato le scelte della giudice di Bologna, Mariangela Gentile che, lontano dalle telecamere, come recita la frasetta di prammatica, si sfoga dicendo:

 “”Ho una paura terribile. Ma per il nostro tribunale due sentenze non bastano per dichiarare la pericolosità sociale di un uomo. Né tantomeno delle denunce. Noi siamo magistrati cauti. Certo, con il senno di poi mi dispiace””.

Ecco, per svariati motivi, non ultimo il fatto che persone molto vicine a me lavorano  con magistrati degni di questo nome, lontani dai riflettori, lontani dalla mondanità, preparati, capaci, instancabili e preziosi, nutro grande rispetto per quei pochi che fanno il loro lavoro con l’impegno e la coscienza massimi e trovo ingiusto generalizzare su un’intera categoria.

Ma queste luci, questi magistrati normali, risaltano contro lo sfondo pieno di cupe ombre di tanti altri impiegati dello Stato, che con indifferenza decidono delle sorti, nel bene e nel male, di altri uomini,  emettendo sentenze al limite della decenza, come quando affermano che la vittima di una violenza, se  stava un po’ buonina,  non avrebbe scatenato l’ira omicida del suo aggressore.

O quando non ritengono abbastanza pericoloso e degno di espulsione un brutto ceffo,  e la bruttezza cui alludo è quella infinita dell’anima, un brutto ceffo, dicevo, non ritenuto pericoloso neppure se inanella in pochi mesi di permanenza in Italia una tale serie di reati da destare quasi l’ammirazione. Reati come rapina e lesioni, furto aggravato, ricettazione.

O quando non trova sufficienti motivi per  arrestare  in tempo un balordo, già inquisito  per l’omicidio della sua fidanzata, lasciandolo libero, a meno di un anno di distanza, di uccidere  un’altra sua ex.

Se questa settimana la redazione avesse affidato a me in compito di redigere  l’intervista impossibile sicuramente l’avrei fatta alle persone normali, alle persone qualsiasi, scegliendo un campionario del popolo italiano, quel popolo  che i detrattori descrivono come pieno di ogni difetto e viltà, pavido e opportunista, cialtrone e qualunquista…eppure, anche quando estremizza i concetti, io lo trovo capace di profonda saggezza.

Persone   alle quali  sono sconosciute le parole come cavilli, eccezioni, fatti non circostanziati, etc.  oppure le ritengono soltanto chiacchiere  prive di senso ed hanno il coraggio o la temerarietà di dire ciò che molti pensano ormai, esprimendo concetti semplici.

Ma ho parlato con molti e alcune di queste frasi mi sono rimaste particolarmente impresse e meritano di essere riportate, anche se qualcuno sarà capace di vedere in esse solo del qualunquismo e non la giusta indignazione.

Ricorrente è la protesta perché ci sia realmente la certezza della pena, espiazione della pena, si capisce.

Molto interessante mi è parsa la considerazione di una persona, sicuramente acculturata e ricca di acume, che pone l’accento sulla preparazione anche morale del giudice che  non deve essere solo a conoscenza di norme del codice, deve anche dare di sé un’immagine di persona retta, equilibrata,al disopra delle parti, con qualità psico-attitudinali che lo  facciano distinguere.

E un vero coro chiama queste persone, come ogni altro professionista, a pagare per gli errori commessi, inammissibili perché  gli errori sono sulla pelle degli esseri umani.

Infine, non meno importante, c’è chi pone l’accento sull’eccessivo margine di arbitrio nell’applicazione delle leggi, arbitrio molto pericoloso, a volte letale.

C’è stato anche chi ha ripensato con gratitudine e nostalgia a Fabrizio de Andrè che fa finire un giudice, colpevole di aver fatto tagliare il collo ad un tale, con una sentenza un po’ originale, alle appassionate avances di un gorilla.

Ma oltre questo, ci sono tante altre considerazioni, non le faccio ovviamente per difendere l’operato del giudice, ma per porre l’accento, semmai, s
u norme che andrebbero riviste.

Non si deve dimenticare, ad esempio, che il signor  Iszoika Loyos è  di nazionalità romena e pertanto comunitario.

Che esiste la denuncia a piede libero anche per reati gravi.

Che  il decreto di espulsione non prevede l’allontanamento coattivo, pertanto il tizio che aveva sulle spalle un decreto, poteva benissimo continuare a stare in Italia. Anche se il giudice avesse lasciato il decreto d’espulsione, nulla sarebbe cambiato.

Colpisce, tuttavia,  che entrambe le figure “legali” in questa faccenda, avvocato di fiducia e giudice, siano donne, entrambe poco propense a rilasciare dichiarazioni, e quando le rilasciano aggravano la situazione. La prima, il giudice,  dicendo di sentirsi  «un capro espiatorio», la seconda, l’avvocato,  dicendo semplicemente «che se avesse saputo quello che poi è successo mai lo avrebbe difeso, perché io non difendo gli stupratori».

Non credo che la deontologia professionale permetta questo, perché tutti hanno diritto ad essere difesi, per prima cosa; in secondo luogo, proprio a certi avvocati, non a tutti, ovviamente, si devono certi equilibrismi, sul filo della norma, certi strattagemmi, perfettamente legali, ma non certo etici, che permettono scarcerazioni e sconti di pena anche agli assassini più efferati.

Ma, su tutto questo, a mio avviso, domina e incombe la necessità di porre veramente mano al Codice di Procedura Penale, togliendo i margini alle interpretazioni fantasiose,eliminando  l’eccesso di garantismo, gli arresti domiciliari, le alchimie delle attenuanti generiche, dell’incensuratezza, della pena minima, degli abbuoni, degli sconti di pena  indiscriminati, senza realmente valutare le conseguenze di questi gesti di clemenza, che si posso tramutare, per degli innocenti, per le vittime, in  tragedia.

E davvero non basta dire poi, “mi spiace” per lavarsi la coscienza.

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