Immunità parlamentare? Garanzia dell’insindacabilità ideologica, o privilegio della Casta?””

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di Alberto Venturi

L’immunità parlamentare  è  un ingiusto privilegio,  soprattutto perché viene  usato ‘pro domo mea’  e non per  le finalità previste dalla Costituzione.

L’istituto va riformato non abolito.

“I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Ritengo ancora oggi sacrosanta questa garanzia costituzionale, ma non riesco a trovare alcun collegamento logico con l’abuso che ne è stato fatto dalla classe politica, capace nei decenni di trasformare la tutela in impunità. Basti pensare a chi ne ha usufruito, da Rumor ad Andreotti, a Craxi.

Non mi convincono fino in fondo neanche i casi citati per dimostrare la sua indispensabilità, come l’abnorme caso di Enzo Tortora, il quale rinunciò all’immunità di eurodeputato, facendosi anni di carcere per l’accusa di spaccio. Il tipo di reato contestatogli avrebbe comunque meritato l’arresto, anche se non avesse rinunciato all’immunità; che fosse una montatura ingiusta è stato appurato dopo, dalla giustizia.

Mi lascia ancora perplesso il monito di Aldo Moro durante il dibattimento sullo scandalo Lockheed nel 1977: “Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare”. Giusto sottrarsi alle condanne sommarie pronunciate dal popolo nelle piazze reali e virtuali, ma non fu giusto sottrarsi alle aule di tribunale; le sue parole furono purtroppo profetiche, ma la frase è stata poi ripresa ed è tutto un dire, da Francesco Cossiga per il caso Gladio e da Clemente Mastella.

Non possiamo vietare  il mescolo, come un’arma terribile, solo perché un cuoco, litigando in cucina, ha assestato un colpo mortale al suo povero sguattero; allo stesso modo non vorrei eliminare l’immunità perché è stata abusata e stravolta. Ritengo invece che vada limitata alle opinioni espresse e ai voti dati nell’esercizio delle funzioni di un parlamentare.

Già troppe volte abbiamo buttato l’acqua con il bambino per parare alle malefatte dei nostri eletti: eliminare le preferenze per evitare giochi proibiti, passare dal proporzionale al maggioritario per garantire la governabilità; cancellare il finanziamento pubblico dei partiti perché rubavano e spartivano comunque; ridurre il compenso a sindaci e assessori locali perché deputati e senatori sono strapagati. Nulla serve se non c’è la volontà di operare per conto e nell’interesse dalla comunità, ma soltanto ‘pro domo mea’.

Così, pur riconoscendo che l’immunità è oggi una delle più odiose autodifese della casta, non vorrei l’abolizione totale di un istituto pensato per difendere i rappresentanti del popolo da attacchi strumentali e accuse montate ad arte. Credo invece a una sua ridefinizione, cancellando dalla Costituzione la parte che dice: “Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale”, così come la parte “Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile”. Opinioni personali e voti sono gli unici due ambiti naturali nei quali l’immunità deve essere difesa a spada tratta, cum grano salis, evitando che faccia da ombrello alle fesserie che deputati e senatori esprimono con troppa leggerezza al di fuori della Camera.

di Gianni Galeotti

Così come è regolata oggi, l’immunità parlamentare prevede che nessun membro del Parlamento possa essere sottoposto a perquisizioni, intercettazioni o a qualsiasi misura lesiva della libertà personale senza previa autorizzazione della Camera (Camera dei Deputati, o Senato) cui appartiene. Prima della riforma Costituzionale del 1993, seguita a Tangentopoli, l’autorizzazione era prevista anche solo per condurre indagini. Pur smussata e resa meno rigida dopo il 1993, l’immunità parlamentare rimane comunque un privilegio alla casta? Se vista con gli occhi dei padri della costituzione che l’hanno inserita all’art. 68 della Carta Costituzionale, più di che privilegio si tratta di garanzia nei confronti del Parlamentare e quindi a tutela non solo del parlamentare stesso ma del mandato che gli è stato dato dal popolo sovrano. E questo, per me, dovrebbe essere a tutt’oggi. Ma tutelare da cosa? Perché tutelare persone che sono già considerate di per sé dei privilegiati? La risposta, in soldoni, è dal rischio che attraverso indagini o processi possa essere condizionata, se non addirittura ostacolata o negata preventivamente, la libertà e l’indipendenza dei parlamentari, durante l’esercizio del loro mandato elettivo.

I Padri costituenti istituirono l’immunità non certo nella volontà di sancire dei privilegi, bensì nella volontà  di tutelare e di garantire i membri del Parlamento da un’eventuale sopraffazione di carattere politico. Ciò non significa porre il deputato al di sopra della legge, in quanto è comunque e sempre la Camera a valutare le ragioni e ad autorizzare l’azione della magistratura, ma corrisponde a tutelare preventivamente il Parlamentare dall’azione politica e giudiziaria e, soprattutto, da un uso strumentale delle stesse. Il tutto limitato all’esercizio del mandato elettivo.Ciò significa, ovviamente, che allo scadere del mandato parlamentare, il Deputato od il Senatore perdono automaticamente il diritto all’immunità, tornano ad essere sottoposti ai procedimenti giudiziari così come lo sono tutti gli altri cittadini non parlamentari, e sono quindi perseguibili, per i reati eventualmente commessi. Ovvero, i reati, se giudicati tali, non si cancellano e non si cancelleranno. Ma come purtroppo  sempre più spesso accade negli ultimi anni, a causa di una deriva ideologica e giustizialista sempre più pervasiva al punto da diventare anche ‘politicamente corretta’, anche per l’immunità parlamentare termini e significato vengono liberamente e demagogicamente interpretati, se non addirittura stravolti, dalle convenienze politiche o dai sentimenti del momento. L’immunità, nel senso comune, diventa così ‘impunibilità’ e la ‘garanzia’ diventa ‘privilegio’ da abbattere. Per questo, ritengo che basterebbe, come sulla definizione costituzionale di famiglia, ritornare ai principi costituzionali di base, per riportare almeno il dibattito ai giusti termini. Preciso: la Costituzione non può e non deve essere un dogma ma non può nemmeno essere relativizzata e quindi interpretata sulla base dei contesti sociali e delle tendenze del momento. I padri costituenti si muov
evano in un contesto ben diverso da quello attuale ma ritengo che il ragionamento ‘etico’ ed i principi che stavano alla base delle loro scelte non possano essere gettati come un bambino con l’acqua sporca. Prima di definire e condannare l’immunità come un privilegio ed un male, dovremmo forse ragionare su cosa potrebbe succedere se l’immunità non esistesse. Io credo che l’attività Parlamentare e dei singoli parlamentari potrebbe essere molto limitata o condizionata da un uso politico della giustizia e, viceversa, da un uso giustizialista della politica, usi non certo rari in momenti storici come questo. Ritengo che il problema non sia quindi l’immunità ma l’uso che di questa immunità si fa e l’interpretazione che ne viene data. Per questo, e per le precedenti considerazioni, ritengo che l’immunità parlamentare, vista con gli occhi dei padri costituenti che l’hanno elaborata e scolpita nella Costituzione, abbia ancora un senso, anche solo per il fatto che ad essa sottende la tutela di uno dei principi fondanti ed irrinunciabili del nostro Stato e della nostra democrazia, quale è la libertà.

 

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