Il vostro fondo pensione

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Mantenere i tassi di interesse troppo bassi per lungo tempo può diventare molto pericoloso e rischioso: questo in ottica di tutela e sostenibilità finanziaria dei meccanismi di previdenza integrativa tanto pubblica quanto privata.

Con le vicende greche che per il momento sembrano stabilizzate dopo un’intesa settimana passata nell’attesa di una risoluzione definitiva della crisi del debito ellenico, potremmo pensare di affrontare l’estate con maggiore serenità e spensieratezza. In vero i pericoli non sono stati sdoganati completamente, permangono tuttora altri aspetti critici del momento epocale che stiamo vivendo. Il tutto è riconducibile ai tassi di interesse ed alla loro passata e futura evoluzione. Nello specifico a creare conflitti e a rendere possibile l’innesco di nuove bolle finanziarie è proprio il perdurare dei tassi di interesse a livelli troppo bassi. Qualcuno potrebbe storcere il naso a queste affermazioni, tuttavia alla fine di questo post ritengo che ne converrete anche voi. Partiamo per questa analisi tornando indietro a circa 15 anni fa quando in pieno sboom della New Economy la FED decise di intraprendere una veloce e progressiva discesa dei tassi di interesse i quali passarono dal 6% nel 2000 all’1% nel 2003. Con una dinamica similare si mossero anche i tassi in Europa. In quel periodo si crearono le condizioni per il formarsi della bolla immobiliare che scoppiò 4 anni dopo: infatti i tassi di interesse dopo una parentesi di 12 mesi al livello del’1% ripresero a salire con sistematicità sino a raggiungere la soglia del 5% nel 2007.

 

Nel frattempo decine di milioni di persone si erano indebitate a tasso variabile con scadenze temporali oltraggiosamente lunghe (anche 30 anni) in un momento di mercato particolarmente propizio e favorevole per quella tipologia di debito. Le simulazioni finanziarie che venivano fatte tra il 2003 ed il 2004 sull’impatto che avrebbero avuto le rate erano purtroppo fuorvianti in quanto inducevano ad effettuare (erroneamente) un investimento a lungo termine sulla convinzione che i tassi sarebbero rimasti a quei livelli. Così sappiamo non è stato, il veloce rialzo dal 2003 al 2007 ha impattato negativamente sulla sostenibilità dei mutui, specie quelli con gli spread più alti (sub-prime) e ha dato avvio alla crisi del debito facile negli USA. Sappiamo cosa è accaduto dopo. L’autore di questa regia monetaria è stato Alan Greenspan, l’allora governatore della FED. Dal 2008 quando è subentrato Bernanke i tassi sono stati portati praticamente a zero (0.25%) nel 2010 e da allora a questo livello vi permangono. Si tratta del più lungo lasso di tempo in cui i tassi sono così bassi rapportati agli ultimi decenni. Lo stesso è accaduto per l’Europa che per le proprie vicende interne parla di mantenerli ai valori attuali almeno sino alla fine del 2016, in ogni caso sono quasi due anni che siamo sotto la soglia del quarto di punto.

 

Mantenere i tassi di interesse troppo bassi per lungo tempo può diventare molto pericoloso e rischioso: questo in ottica di tutela e sostenibilità finanziaria dei meccanismi di previdenza integrativa tanto pubblica quanto privata. Le persone che decidono di investire il proprio denaro ricercano remunerazione rapportata al proprio livello di rischio, al pari di quello che fanno le case di gestione che amministrano i vostri fondi pensione o le vostre gestioni patrimoniali. Se fino a tre anni fa si poteva conseguire un 4/5% su base annua con una bassissimo livello di rischio (addirittura risk free in alcuni casi), oggi questo è diventata pura utopia, a causa della sopravvalutazione di quasi tutte le asset class che sono nel frattempo diventate molto care. Questo è scaturito dalla corsa dei gestori ad acquistare classi di attivo che avessero remunerazione soddisfacente man mano che i tassi di interesse si abbassavano trimestre dopo trimestre. Pertanto dovendo produrre performance al fine di remunerare il capitale in gestione, specie se quest’ultimo serve a generare rendite pensionistiche integrative nel futuro, il gestore è stato costretto, nel limite del suo mandato, a spingersi fino a dove poteva nell’acquisto di strumenti finanziari che avessero ancora un residuo marginale di apprezzamento o potenziale di rendita (ad esempio azioni high dividend al posto di corporate bond e cosi via).

 

Questo se può sembrare insignificante agli occhi del comune risparmiatore, non lo è affatto per chi deve gestire il vostro patrimonio con il fine di garantirvi un determinato livello di rendita pensionistica. La necessità di prendere posizione su classi di attivi più rischiosi rispetto al passato ma in grado di remunerare maggiormente il capitale investito rispetto alle classi usualmente predilette negli anni prima rischia di produrre un effetto boomerang devastante proprio nei confronti di chi confida in una integrazione di rendita pensionistica, qualora si dovessero verificare nuovi crash di mercato o nuovi eventi sistemici a cui le banche centrali non potrebbero porvi rimedio attingendo ai loro strumenti. Considerate infatti a tal riguardo che la sensibilità e la modularità dei tassi di interesse è per definizione il primo (ed in certi casi anche l’unico) strumento istituzionale per dare impulso a nuove politiche economiche e monetarie. Questo ovviamente lo si può fare se il livello dei tassi di interessi non si trova a zero, in tal caso un secondo strumento potrebbe diventare l’espansione della base monetaria (quantitative easing) che per chi non lo sapesse è già in corso dal marzo di quest’anno. Il terzo ed ultimo è la vendita (disperata) delle riserve auree come rimedio estremo, che sarebbe comunque visto con profonda perplessità dai mercati finanziari. Pertanto la fase epocale potrebbe produrre nei prossimi anni effetti collaterali che colpiranno proprio chi sta oggi accantonando denaro con lo spirito e la convinzione (illusione) di garantirsi una rendita da affiancare alla pensione pubblica.

 

 

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