Il velo come la minigonna?

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A leggere dei problemi legati al velo sì velo no delle ragazze islamiche, mi tornano in mente le lotte in famiglie delle ragazze per le minigonne, quando i genitori erano ancora maneschi e la loro autorità non messa in discussione ‘apertamente’, finendo per cambiarsi fuori casa, di nascosto. Oppure, restando a tempi più vicini, le lotte per i tatuaggi o i piercing. 

 


Gli stranieri immigrati in Italia pagano l’alto ma inevitabile prezzo che comporta l’inserimento in un diverso contesto culturale. Ricordo quando iniziarono ad arrivare le famiglie dal Meridione, casomai da borghi rurali e dovettero misurarsi con il diverso ruolo della donna nella società,  la necessità del suo inserimento nel mondo del lavoro, obbligatoriamente corrispondente a una maggiore libertà e a una ridistribuzione dei pesi nella famiglia. Qualcuno riuscì a trasformare l’emigrazione nel diventare carne e pesce; qualcun altro rimase in mezzo al guado, né carne né pesce, figlio della tv e della non-cultura commerciale

A leggere dei problemi legati al velo sì velo no delle ragazze islamiche, mi tornano in mente le lotte in famiglie delle ragazze per le minigonne, quando i genitori erano ancora maneschi e la loro autorità non messa in discussione ‘apertamente’, finendo per cambiarsi fuori casa, di nascosto. Oppure, restando a tempi più vicini, le lotte per i tatuaggi o i piercing.

Da giovane litigavo per i capelli lunghi o i jeans a zampa d’elefante, le camicie a fiori e l’eskimo, ma oggi ritengo che se i genitori ritengono indispensabile, per motivi religiosi, che la figlia porti il velo, la ragazza possa adattarsi conquistando poi a 18 anni la totale libertà di decidere.

Invece assolutamente non può essere consentito arrivare a violenze fisiche o a umiliazioni come il taglio dei capelli, oppure prendere a calci la propria sposa perché non vuole usare il burka (in realtà calci e botte non sono giustificati per alcun motivo), così come va tolta immediatamente la patria potestà a chi combina il matrimonio di una ragazza quando è ancora minorenne.  

C’è una linea rossa da non oltrepassare, oltre la quale è necessario intervenire, ma fino alla quale è necessario rispettare le altrui culture.

Non riescono più i papà e le mamme di cultura islamica a farsi rispettare? Soprattutto quando si ha a che fare con ragazze e ragazzi in piena ribellione adolescenziale, sono nella condizione di ogni altro genitore. Benvenuti nella civiltà occidentale dove l’unica arma spendibile è l’autorevolezza, perché l’autoritarismo viene comunque bollato dal contesto sociale e se per caso si cade in eccessi, giustamente punito dalle leggi e dalle norme a tutela dei minori.

E’ faticoso crescere i figli, per alcuni anni addirittura frustrante perché bisogna perderli per poterli ritrovare quando approderanno maturi ad un nuovo rapporto alla pari. E’ più impegnativo convincere, invece di comandare, una partita difficile giocata su costanti compromessi da entrambe le parti alla quale molte famiglie provenienti dall’estero non sono abituate, legate a situazioni fortemente patriarcali. Bisognerà che si rassegnino come abbiamo fatto noi: qualcosa otteniamo, qualcosa concediamo, qualcosa tolleriamo e qualcosa facciamo finta di non vedere: educare non ha ricetta perché presuppone il rapporto fra due o un gruppo di persone, all’interno di dinamiche esterne sociali non modificabili. 

Comunque prepariamoci tutti a anni di conflitti familiari dei nuovi arrivati e nella comunità, perché si può fisicamente cambiare continente in un giorno, ma per cambiare cultura occorrono generazioni. 

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