Il tesoro della Parrocchia di Vignola

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Nella Rocca di Vignola, il “tesoro della Parrocchia di Vignola” per l’originale e preziosa mostra “la bellezza della Fede”

Da sabato 17 dicembre 2016 (inaugurazione ore 11,00) a domenica 22 gennaio 2017, la “Rocca di Vignola” ospita una ricca, originale e interessante mostra “La bellezza della Fede” , che, nel mostrare “oggetti sacri e vesti liturgiche dal Tesoro della Parrocchia di Vignola, ricostruisce e documenta la storia della Fede e delle arti applicate dal 1500 al 1900, nel territorio vignolese. Infatti, nel 1416, esattamente sei secoli fa, la chiesa dei Santi Nazario e Celso di Vignola subentrò all’antica pieve di San Martino in Centum Ripis come chiesa plebanale, battesimale e matrice.

Tale avvicendamento preparò l’espansione del nuovo centro urbano oltre i suoi limiti medievali. La mostra, allestita in occasione di tale importante ricorrenza, per la prima volta espone alcuni dei preziosi oggetti e vesti indispensabili per le celebrazioni liturgiche provenienti dal tesoro parrocchiale.

È un percorso attraverso la bellezza e la raffinatezza orafa di calici, candelieri, croci astili, pissidi, e la preziosità dei tessuti delle dalmatiche, dei piviali ed altro ancora, una bellezza che ha avuto origine dalla fede e dal lavoro dell’intera comunità.

La mostra , ideata, voluta ed organizzata dalla”Parrocchia dei SS. Nazario e Celso Martiri” di Vignola e dalla “Fondazione di Vignola” (Centro Documentazione),  con la collaborazione del Gruppo di Documentazione vignolese “Mezaluna. Mario Menabue” , con il sostegno della “BPER Banca” e della “Fondazione di Vignola”,  del “Lions Club Vignola. Castelli Medioevali” e del “Rotary Club Vignola, Castelfranco Emilia e Bazzano”, con il patrocinio della “Città di Vignola”  si può visitare nei giorni feriali (ore 09,00-12,00 e 14,30-18,00) e festivi ( ore 10,30-12,30 e 14,30-18,00) Chiuso il lunedì ed anche il 24, 25, 26 e 31 gennaio 2016 e domenica 1 gennaio 2017.  E’ una mostra che conferma che la bellezza è sempre stata connessa e collegata alla Fede, alla religione (a quella cattolica, in particolare): basta pensare alle pitture nelle catacombe per educare al bello ed anche (e soprattutto) comunicare la “Buona Novella” , la Fede e i suoi principi e valori alla gente, che non sapeva leggere (nella stragrande maggioranza) . Una mostra che, parafrasando Benedetto Croce (“non possiamo  non dirci cristiani”) e ricordando Padre David Maria Turoldo (“ la fede è un dono, ma è al tempo stesso una conquista”) ci ricorda (e dimostra) che il matrimonio tra la religione e l’arte ha generato capolavori assoluti nella pittura, nell’architettura, nella musica, nel teatro, nella letteratura. Ha creato anche oggetti di grande e affascinante bellezza con le arti minori e le cosiddette arti applicate. Nella mostra “La Bellezza della Fede” , ne abbiamo una conferma: sono oggetti che (parafrasando Goethe) ci “trasportano nelle condizioni e nella cultura del tempo e degli uomini-artisti che li hanno creati e prodotti”

All’inaugurazione della mostra di sabato 17 dicembre 2016 (ore 11,00) è prevista la presenza di S.E. l’Arcivescovo  mons. Erio Castellucci, del Parroco della “Chiesa dei Santi Nazario e Celso Martiri” di Vignola, don Luca Fioratti, del Sindaco di Vignola  Mauro  Smeraldi, del presidente e del vice presidente della “Fondazione di Vignola” , Valerio Massimo Manfredi  e Giuseppe Pesci,  del Segretario della “Fondazione di Vignola”, Camilla Fabbri e del responsabile del “Centro Documentazione” della “Fondazione di Vignola” Achille Ludovisi….

 

NOTE AGGIUNTIVE

La mostra, allestita in occasione dei 600 anni della nascita della “Parrocchia dei S.S. Nazario e Celso Martiri” di Vignola, espone per la prima volta preziosi oggetti e paramenti sacri databili tra l’inizio del Cinquecento e la prima metà del Novecento, tutti provenienti dal tesoro parrocchiale formatosi in secoli di pratica della fede attraverso le funzioni religiose.

Lungo il percorso, la raffinatezza orafa di calici, candelieri, croci astili, pissidi si mescola alle meraviglie dell’arte della tessitura e del ricamo, praticata dalle anonime e abilissime mani che confezionarono le dalmatiche, i piviali e gli altri paramenti liturgici.

Proprio in ragione della loro bellezza, queste opere d’arte invitano ad andare oltre lo sfavillio dell’argento e dell’oro, considerando i simboli ricamati e le forme cesellate come apparati capaci di comunicare concetti e trasmettere significati articolati e profondi. La domanda che fu di Goethe: “a cosa vale guardare senza pensare?” è forse la miglior guida alla mostra, che tenta di interrogarsi, consapevole dei suoi limiti, sul legame profondo esistente tra la bellezza delle opere d’arte esposte e i contenuti religiosi che esse comunicano.

Da secoli ogni particolare liturgico – persone, paramenti, oggetti, indicazioni cronologiche, azioni – viene interpretato, anche il rapporto con le immagini sacre e la natura ed estensione del loro significato ontologico è tema perenne di riflessione, dibattito e acceso confronto. Da tutto ciò ha origine un proficuo percorso di conoscenza della storia delle idee, dell’arte e della società che prescinde dalle convinzioni religiose dei singoli, per manifestare invece un valore culturale generale. A tal riguardo, il visitatore troverà nelle sale schede di approfondimento dedicate alla storia, al significato religioso ed al rapporto con la preparazione e celebrazione della messa degli oggetti sacri in mostra.

L’iconologia e gli stilemi artistici che dominano in questa esposizione sono ispirati ai dettami del concilio di Trento stabiliti nel 1563, decretati per riformare la teologia dell’immagine e regolare l’arte sacra cattolica e rimasti in vigore sino alle decisioni del concilio Vaticano II (1963-64). Le due linee guida principali del decreto tridentino furono quelle della decenza e correttezza dottrinale delle immagini, ma non va dimenticata l’influenza esercitata, almeno sino al XVIII secolo, dall’iconofilia dei gesuiti, convinti assertori che la bellezza delle opere d’arte dovesse essere messa al servizio della fede e del trionfo della Chiesa romana.

Queste impostazioni – adottate anche per contrastare le tendenze iconoclaste di luterani e calvinisti –, ben si amalgamarono con la sensibilità liturgica barocca, impegnata nella ricerca di una nuova armonia, dopo il trauma della Riforma protestante e il declino della Chiesa del Rinascimento, e attenta alla celebrazione sontuosa della gloria divina e delle sue cifre, alle visioni del cielo ed alle esultanze decorative di oggetti liturgici sempre più elaborati e impreziositi. È sufficiente considerare attentamente i tessuti damascati, dorati e argentati dei paramenti liturgici qui esposti, o la foggia ed i ceselli degli oggetti sacri presenti nelle sale, per riconoscere immediatamente questa temperie barocca che vedeva nella messa un banchetto per gli occhi e per le orecchie.

Anche l’accompagnamento musicale alla mostra si amalgama con tale cifra generale, presentando brani che, in gran parte, richiamano l’introduzione nell’Europa cattolica romana della monodia con inserti corali in stile polifonico, capace di concepire la musica come rappresentazione espressiva, in cui il sentimento manifestato è un effetto dell’accordo musicale.

Si può dunque aff
rontare la visita seguendo le tracce di una riflessione attualissima che ha come tema il potere comunicativo esercitato dalle immagini, dai simboli, dai colori e persino dalle fogge di oggetti e vesti, senza tuttavia dimenticare come la Bellezza dalla Fede da sempre si è potuta manifestare anche grazie alla sua ‘base’ economica, garantita dai patrimoni e dal lavoro di intere comunità.

 

IL PERCORSO ESPOSITIVO attraverso tre sale quattrocentesche della “Rocca di Vignola”.

Se gli oggetti sacri esposti sono l’indispensabile apparato della messa, la loro disposizione nello spazio delle tre sale quattrocentesche della Rocca di Vignola non poteva che seguire le fasi principali della celebrazione, partendo dalla sala degli Anelli, volta ad ovest, in cui sono disposti oggetti, messali e vesti che accompagnavano la preparazione al rito, per proseguire nella seconda sala dei Leoni e dei Leopardi, anch’essa dedicata ai preparativi per le funzioni, culminando nell’ultima sala delle Colombe, orientata ad est, con la Croce ed altre suppellettili sacre idealmente disposte su un altare, al limite della strombatura della grande finestra che porta luce alla sala, le cui decorazioni a carattere sacro – risalenti a sei secoli fa – identificano con certezza un luogo dedicato alla preghiera mattutina. Questo altare ideale rappresenta il centro effettivo, il punto focale della mostra, in cui si realizza l’unità della comunità dei fedeli nella celebrazione eucaristica, espressione centrale del dialogo tra il popolo di Dio – nella sua interezza – e Dio.

 

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