Il signor Castità

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano”Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

Intervista di Oriana Fallaci ad Alfred Hitchcock. Ne esce un ritratto umano del regista davvero sorprendente. Sempre che l’attempato volpone non abbia saputo celare con eleganza la sua vera indole alla curiosità della giovane giornalista.

Alberto Broglia

 

Il signor Castità (prima parte)

 

Per anni ho desiderato di conoscere Hitchcock. Per anni sono andata a vedere tutti i film di Hitchcock, ho letto tutti gli articoli su Hitchcock, mi sono beata a guardare tutte le fotografie di Hitchcock: quella dove appare impiccato alla propria cravatta, quella dove si specchia in un lago di sangue, quella dove gioca con un teschio immerso nell’acqua della vasca da bagno. Di lui mi piaceva ogni cosa: la gran pancia di Babbo Natale, gli occhietti porcini e ammiccanti, la pelle rossa da avvinazzato, i cadaveri mummificati, i cadaveri chiusi nei cassettoni, i cadaveri tagliati a pezzi e chiusi in valigia, i cadaveri provvisoriamente sepolti sotto un’aiola di rose, le fughe angosciose, i delitti, il suspense, quelle barzellette tipicamente inglesi dove perfino la morte diventa ridicola e perfino la volgarità diventa elegante. Forse mi sbaglio, ma la storiella dei due attori che al cimitero guardano calare nella fossa un amico e il primo chiede al secondo «Quanti anni hai, Charlie?», Charlie risponde «Ottantanove», il primo osserva «Allora è inutile che tu vada a casa, Charlie», mi fa ridere tanto. Ancora di più mi fa ridere l’altra che è assai difficile a scrivere, proviamoci un po’. Un signore ha la tenia e va dal medico che gli ordina di tornare con un uovo e una mela. Il signore torna con l’uovo e la mela, il medico lo fa spogliare e introduce l’uovo e la mela. Il trattamento dura sei giorni, ogni giorno il signore viene con l’uovo e la mela e il medico ne fa ciò che sappiamo. Al settimo giorno il medico dice al signore «Oggi mettiamo l’uovo e lasciamo stare la mela», poi mette l’uovo, si mangia la mela, ed aspetta: con un martello in mano. Dopo un poco la tenia si affaccia e con vocina irritata domanda: «Dov’è la mia mela?»

Il medico le tira una martellata sul capo e la tenia muore. Hitchcock l’aveva raccontata a un mio amico ed io la raccontavo a me stessa quand’ero triste. Mentre la tristezza passava, gli baciavo mentalmente le mani. Provo per chi mi fa ridere una gratitudine pazza.

L’occasione di conoscerlo e baciargli davvero le mani venne al Festival di Cannes cui Hitchcock partecipava con The birds, sinistro film sugli uccelli che si ribellano agli uomini sterminandoli a colpi di becco. Hitchcock veniva da Hollywood, mi precipitai all’aeroporto di Nizza a riceverlo. Tre ore dopo ero nella sua stanza al quarto piano del Carlton Hotel e lo guardavo come Veronique Passani, mia collega in giornalismo, aveva guardato al primo incontro Gregory Peck: che poi è riuscita a sposare. Non che fosse bello come Gregory Peck. Ad essere obbiettivi, era decisamente schifoso: gonfio, paonazzo, una foca vestita da uomo. Non gli mancavan che i baffi. Da quel grasso di foca il sudore colava copioso ed olioso, in più fumava un puzzolentissimo sigaro che aveva il solo vantaggio di nasconderlo per lunghi secondi dietro una densa nube azzurrina. Ma era Hitchcock, il mio carissimo Hitchcock, il mio incomparabile Hitchcock, ed ogni sua frase sarebbe stata una perla di novità e di allegria. Allo stesso modo in cui si è portati a pensare che gli intellettuali siano necessariamente intelligenti, le dive necessariamente bellissime, i preti necessariamente dei santi, io pensavo infatti che Hitchcock fosse l’uomo più spiritoso del mondo.

Non lo è. Tutto il suo umorismo si conclude in cinque o sei barzellette, due o tre giochi macabri, sette o otto battute che da anni ripete con la monotonia di un disco incantato. Ogni volta che incominciava un discorso, con quella voce sonora, prevedevo come l’avrebbe concluso: lo avevo già letto. Del resto lo pronunciava come se tosse stato il primo a saperlo: le mani congiunte sul petto, gli occhi al soffitto, l’aria di un bimbo che recita una lezione imparata a memoria. Non era nuova nemmeno la sua confessione di castità, di completo disinteresse pel sesso. Tutti sanno che Hitchcock non ha mai conosciuto altra donna fuorché sua moglie, non ha mai desiderato altra donna fuorché sua moglie: e non già perché sia innamorato di sua moglie ma perché le donne non lo interessano. Il che non significa che gli piacciano gli uomini, per carità: certi deviazionismi sono da lui giudicati con giusto e doloroso disgusto. Significa solo che il sesso non esiste per lui, se l’umanità nascesse in bottiglia per lui andrebbe benissimo. Per lui non esiste nemmeno l’amore, l’impulso misterioso, da cui nascono le creature e le cose; l’unica cosa che lo interessi in tutto il creato è il contrario di quello che nasce, è quello che muore. Se vede una rosa che sboccia il suo impulso è mangiarla.

Con la cecità dei discepoli o degli ammiratori fedeli, ci misi del tempo a capirlo. L’intervista, infatti, cominciò tra risate e tra risate andò avanti per buona mezz’ora. Ma poi le risate si trasformarono in risolini, i risolini in sorrisi, i sorrisi in freddezza, e a un certo punto scopersi che non riuscivo più a ridere, non ci sarei riuscita nemmeno se mi avesse solleticato le piante dei piedi. Fu quando mi accorsi della cosa più agghiacciante che è in lui: la gran cattiveria. Chi fabbrica orrore per gioco, chi vive facendo paura alla gente, chi racconta soltanto angoscia e delitti, non può esser malvagio: pensavo. Lo è. Ci gode davvero a spaventare la gente, a sapere che ogni tanto uno muore guardando i suoi film di infarto cardiaco, a leggere che ogni tanto uno uccide la moglie come lui l’ha uccisa in un film. L’ignorar tutti i crimini di cui è stato maestro lo strazia: vorrebbe conoscerli tutti, insieme agli autori, complimentare ciascuno di essi porgendogli un sigaro. Perché sulla morte sa ridere con l’umorismo dei saggi? Ma no. Perché la morte gli piace. Gli piace come piacerebbe a un becchino.

L’incontro con Hitchcock si svolse in due tempi: alla presenza di un publicity man che lo proteggeva come una cagna protegge i suoi cuccioli, e stabiliva, orologio alla mano, la durata in minuti di ogni intervista. Pochi rompiscatole son rompiscatole come i publicity men quando, a forza di viver nell’ombra di persone importanti, si illudono d’essere importanti essi stessi. Ma il publicity man del signor Castità era davvero fantastico: il più fantastico rompiscatole che abbia mai incontrato dacché fo questo mestiere. Mi interrompeva, lo interrompeva, cadeva in estasi a qualsiasi cosa il signor Castità mi dicesse, si agitava tutto per l’impazienza che io me ne andassi, riuscì a farmi andare strillando che tanti altri stavano in fila ad attendere di far l’intervista. E alla presenza del medesimo publicity man che nel frattempo non era migliorato per niente, anzi era diventato ancora più fesso, rividi il mio dio che sedeva con la stessa faccia e lo stesso vestito nella stessa poltrona della stessa stanza. In quell’intervallo avevo covato con la delusione una acuta speranza: che il signor Hitchcock avesse almeno la fervida fantasia che si dice. Gli narrai quindi cosa m’era successo a Milano la mattina in cui ero partita per correr da lui. Ubriaca di sonno, avevo posto la macchinetta del caffè sopra il gas poi m’ero dimenticata di spengere il gas e di bere il caffè: l’immagine di quel recipiente che bolliva e bolliva era tornata alla mia memoria solo al momento in cui il treno stava per uscir di stazione. Allora m’ero sporta dal finestrino e gridando il mio indirizzo avevo gettato la chiave di casa ad un tale che non avevo ovviamente mai visto. Che andasse a spengermi il gas, per carità: altrimenti la casa sarebbe saltata in aria e bruciata. Così la mia chiave era in mano di uno sconosciuto: cosa sarebbe successo? Cos’era successo? Lo sconosciuto s’era limitato davvero a entrare in casa, spengere il gas, chiamare i pompieri se la casa bruciava, o mi aveva svaligiato di tutto? Avrebbe davvero consegnato la mia chiave al giornale o se la sarebbe tenuta per sé? E, ammesso che consegnasse la chiave al giornale, chi mi garantiva che prima non ne ordinasse una copia per tornare in casa e ammazzarmi? Tutto sommato questo era un perfetto Mac Guffin, uno straordinario pretesto per tesserci intorno un film alla Hitchcock.

Hitchcock ascoltò con occhietti felici il racconto del mio piccolo dramma e quando gli posi le domande di prima perché inventasse un suspense, mi guardò come un bimbo sorpreso a rubare, smarrito. E non seppe inventare un bel nulla.

 

Oriana Fallaci : Ho visto il suo ultimo film, signor Hitchcock. Sì, quello sugli uccelli che mangiano gli uomini. Mah!… Certo… lo spettacolo del cadavere cui gli uccelli hanno divorato anche gli occhi… La scena dei bambini in fuga, straziati da una nuvola di cornacchie feroci… E dire che lei sembra così innocuo, innocente, incapace perfino di immaginare cosacce.  Dica un po’, signor Hitchcock: ma perché fa sempre film impostati sul terrore e i delitti, pieni di scene macabre e angoscia?. Perché vuoi sempre inorridirci e impaurirci?

 

Alfred Hitchcock : Anzitutto perché se facessi altri film nessuno ci crederebbe. Lo spiegai anche a Ingrid Bergman che mi poneva la stessa domanda: «Ovvio, mia cara, che io posso girar Cenerentola. Ho mestiere, son bravo. Ma se giro Cenerentola, la gente incomincia subito a cercarci il cadavere». In secondo luogo perché sono un filantropo: do alla. gente quello che cerca; la gente adora essere inorridita, impaurita. Non ha mai notato che la paura e l’orrore agiscono sul genere umano come una carezza? Prenda un bambino di tre mesi. La mamma si china su lui e gli fa: «Buh! Ora ti mangio». Il bambino strilla di spavento e poi sorride, beato: mentre la mamma sorride con lui. Ora prenda un bambino di sei anni che va in altalena. Spinge l’altalena in alto, sempre più in alto. Perché? Perché questo gli fa paura e lo diverte di più. Ora prenda un adolescente che va in ottovolante. Perché va in ottovolante? Perché ad ogni curva, ogni discesa, si riempie di orrore e ciò lo diverte. Ora prenda un uomo che corre in automobile e rischia ogni momento la morte. Perché corre in automobile? Perché rischiare la morte gli da uno squisitissimo brivido e ciò lo diverte. La gente pagherebbe, anzi, paga, consideri i miei film, per divertirsi con la paura. E infine…

 

E infine perché, malgrado la sua aria di buon uomo innocuo, a far questi film si diverte anche lei.

 

Non lo nego. Lo ammetto. Niente mi esalta come immaginare un delitto. Quando scrivo un soggetto e arrivo al delitto, penso felice: non sarebbe bello farlo morire così? E poi penso, ancor più felice: a questo punto, la gente urlerà. Dev’essere perché ho studiato tre anni coi gesuiti. Mi spaventavano a morte, con tutto, ed ora mi vendico spaventando gli altri. E poi dev’essere perché sono inglese. Gli inglesi hanno molta fantasia per i crimini, molto rispetto. Gli inglesi hanno i delitti più divertenti della terra. Mi ricordo quell’adorabile processo contro quell’adorabile Christie, un necrofilo che aveva ucciso otto donne. Sull’ottava vittima si svolse tra giudice e imputato il seguente dialogo: «Dunque lei scaraventò la donna in cucina, signor Christie». «Sì, Vostro Onore.» «Ci sono tre scalini per scendere in cucina.» «Sì, Vostro Onore.» «La poveretta cadde.» «Sì, Vostro Onore.» «E lei la uccise.» «Sì, Vostro Onore.» «E abusò anche di lei?» «Credo di sì, Vostro Onore.» «Prima, dopo, o durante la morte?» «Durante, Vostro Onore.» Oh, l’Inghilterra è fantastica per queste cose. Peccato che non riescano mai ad occultare il cadavere. In America questo è molto più facile. Io suggerisco sempre lo scarico della spazzatura: che brucia tutto. Oppure di mangiarlo: ma dev’essere tenero.

 

Signor Hitchcock, si rende conto che i suoi insegnamenti e i suoi film servono ai crimini? Lo sa che anni fa, ad Ankara, un giornalista uccise un diplomatico servendosi di una rivoltella nascosta nella macchina fotografica: esattamente come nel suo film Inviato speciale?

 

 

Oriana Fallaci

 

 

( Tratto da:  Oriana Fallaci – Gli antipatici – pagg. 254 e segg . – RCS Libri 1ª ed. 1963 – 3ª ed. 2009 )

 

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