Il signor Castità (terza parte)

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” : Intervista di Oriana Fallaci ad Alfred Hitchcock.

Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.

Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

Intervista di Oriana Fallaci ad Alfred Hitchcock. Ne esce un ritratto umano del regista davvero sorprendente. Sempre che l’attempato volpone non abbia saputo celare con eleganza la sua vera indole alla curiosità della giovane giornalista.

Alberto Broglia

 

Il signor Castità (terza  parte)

 

Oriana Fallaci : Erudisca me e chi ci legge, signor Hitchcock. Ci spieghi il suspense.

 

Alfred Hitchcock : Ecco. Supponga che questa intervista sia la scena di un film. Noi sediamo qui, a parlare, e ignoriamo che dentro il suo magnetofono è nascosta una bomba. Lo ignora anche il pubblico e d’un tratto la bomba scoppia, noi saltiamo in aria, in tanti pezzettini. Sorpresa del pubblico, orrore. Ma quanto durano la sorpresa e l’orrore? Cinque secondi, niente di più. Col suspense, invece, noi sediamo qui ed ignoriamo che dentro il suo magnetofono è nascosta una bomba. Però il pubblico lo sa e sa anche che scoppierà fra dieci minuti. Ovviamente il pubblico si agita, soffre, dice cosa stanno a parlare quei due, non hanno capito che nel magnetofono è nascosta una bomba? Suspense. Ma un attimo prima che scadano i dieci minuti, io mi chino sul magnetofono e dico: «Toh! C’è una bomba qui dentro». Prendo il magnetofono e lo butto via. Fine del suspense. Il segreto è non fare mai scoppiare la bomba. Io l’ho fatta scoppiare una volta, tra le mani di un bambino che era salito in autobus, tre minuti dopo il tempo stabilito, ed è stato un gravissimo errore. Non ripeterò mai più quell’errore. La gente deve soffrire, sudare, ma alla fine deve tirare un respiro di sollievo.

 

E a lei piace il suspense, signor Hitchcock?

 

Nemmeno un po’. Lo detesto. Lo detesto talmente che non posso neanche stare in cucina quando mia moglie prepara il soufflé. Gonfierà? Non gonfierà? Ho comprato il forno con la parete di vetro per vedere se gonfia ma non è servito a niente. Non riesco a star lì i diciotto minuti necessari a vedere se gonfia.

 

A proposito di bombe, signor Hitchcock. Nel suo film Notorious lei parlava della bomba atomica che, se non sbaglio, doveva ancora scoppiare su Hiroshima.

 

Questa è una storia straordinaria: gliela devo proprio raccontare. Anche perché c’entra il Mac Guffin. Ha abbastanza nastro nel magnetofono?

 

Sì, il nastro c’è. Il Mac… Cosa?

 

Il Mac Guffin. Intanto deve sapere che, quando faccio un film, per me non è importante la storia: è importante come racconto la storia. Per esempio, in un film di spionaggio non è importante cosa cerca la spia: è importante come lo cerca. Tuttavia devo pur dire quello che cerca: se io non ci tengo, il pubblico ci tiene moltissimo. Soprattutto ci tiene il personaggio del film. Perché il personaggio si da tanto da fare? Perché il governo lo paga perché si dia tanto da fare? Cerca una bomba, un segreto? Questo segreto, questa bomba, sono per me il Mac Guffin. Una parola che deriva da una storiella scozzese. Gliela racconto? Ha abbastanza nastro?

 

Sì, sì. Il nastro c’è.

 

Bene. Due uomini viaggiano in treno e il primo chiede al secondo: «Cos’è quel pacco sopra il portabagagli?». «Quello? È il Mac Guffin» risponde il secondo. «E cos’è il Mac Guffin?» chiede il primo. «Il Mac Guffin è un apparecchio per acchiappare leoni in Scozia» risponde il secondo. «Ma non ci sono leoni in Scozia» dice il primo. «Allora non è il Mac Guffin» risponde il secondo. Chiaro? Logico?

 

Chiarissimo. Logicissimo.

 

Bene. Dunque, nel 1944, fo questo film Notorious con Ingrid Bergman che va in America del Sud dove alcuni nazisti tedeschi lavorano ad una cosa. Ingrid Bergman ci va perché è una spia e deve sapere per il governo americano a cosa lavorano i nazisti tedeschi. Insieme a Ingrid Bergman c’è Cary Grant che deve sapere la medesima cosa perché appartiene all’FBI. Naturalmente Ingrid Bergman e Cary Grant si innamorano e quando Ingrid Bergman deve andare a letto con un nazi per scoprire la cosa, Cary Grant ne soffre moltissimo. Bene. Questa cosa da scoprire, il Mac Guffin, io non sapevo affatto che fosse e alla fine mi decisi per la bomba atomica. Ingrid Bergman sarebbe andata in Sud America per scoprire se i nazi vi preparavan l’atomica. Naturalmente io non sapevo cosa fosse l’atomica. Però sapevo che esisteva l’uranio, che fino dal 1929 l’atomo era stato scomposto, e avevo letto un libro di G. B. Wells, dal titolo II potente atomo. Dunque immaginavo che prima o poi qualcuno fabbricasse l’atomica. Chiaro? Logico?

 

Chiarissimo. Logicissimo.

 

Bene. Faccio il film con Selznick e Selznick mi chiede: «Cosa cerca Ingrid Bergman in Sud America?». «Cerca l’uranio» rispondo. «Cos’è l’uranio?» mi chiede. «È quella cosa che serve a fare l’atomica» rispondo. «Cos’è l’atomica?» chiede. «Una bomba» dico. «Non mi piace» dice. «Ma il film non è sull’atomica» dico. «È su Ingrid Bergman che si innamora di Cary Grant e, siccome Ingrid deve andare a letto con un nazi per sapere se il nazi ha l’atomica, Cary Grant ne soffre moltissimo. L’atomica non ha importanza: è il Mac Guffin.» «Non mi piace lo stesso» dice. E vende me, Ingrid Bergman, Cary Grant, la sceneggiatura non finita alla RKO: per ottocentomila dollari e il cinquanta per cento dei profitti. Però devo finire la sceneggiatura e, poiché non ho capito bene cos’è quest’uranio e quanto è grande un’atomica, mi metto il cappello e vado al Californian Institute dove lavora lo scienziato più importante di tutti: il dottor Millikan, dirigente del piano Manhattan. Naturalmente non so che lui dirige il piano Manhattan, non so nemmeno che esiste il piano Manhattan, so solo che nel Nuovo Messico esiste un posto segreto dove tutti entrano e nessuno esce, me l’ha raccontato un giornalista. Così entro, buongiorno dottore, come sta?, do la mano al dottore che tiene in un angolo il busto di Einstein, e gli chiedo: «Dottore, quanto può essere grossa l’atomica?». La scena che accadde! Saltò su gridando se volevo essere arrestato, se volevo che lui fosse arrestato con me, e poi stette un’ora a spiegarmi che era impossibile fare l’atomica, che l’atomica non sarebbe mai stata fatta, e di conseguenza nemmeno io dovevo fare il Mac Guffin con l’atomica. Io dissi va bene ma nella sceneggiatura mi restava quella bottiglia con l’uranio, una sequenza drammatica, non volevo rinunciare all’uranio, e così feci lo stesso il Mac Guffin sull’atomica che due anni dopo scoppiò su Hiroshima. E il film fece otto milioni di dollari.

 

La mia ammirazione, signor Hitchcock. Però l’ingrediente principale dei suoi film non è composto solo di suspense e Mac Guffin. E composto anche di umorismo, direi. Di umorismo mischiato al macabro.

 

In questo non ho merito alcuno: per gli inglesi è normale mischiare l’humour col macabro. La sa quella delle due donne che al Luna Park guardano un uomo che mangia le teste dei topi vivi? Bene. Inorridita una dice: «Non le mangia mai col pane?». E quella del famoso attore che è stato ucciso da una bomba, la sa? Bene. C’è il funerale del famoso attore e tutti gli attori ci vanno. Mentre la bara cala nella fossa, un attore giovane si china verso un attore vecchissimo che si chiama Charlie e gli chiede: «Charlie, quanti anni hai?». «Ottantanove» risponde Charlie. «Allora è inutile che tu vada a casa» dice l’attore giovane. E va da sé che, se fosse per me, eviterei di mandarli tutti a casa, gli attori.

 

Lo so: lei non ama molto gli attori. Più d’una volta si è vantato di non avere amici tra gli attori e la gente del cinema. «Gli attori» dice lei «sono vacche.»

 

Quando non sono vacche, sono bambini. Ho detto spesso anche questo. E tutti sanno che vi sono bambini buoni, bambini cattivi, e bambini stupidi. La maggior parte degli attori, però, sono bambini stupidi. Litigano sempre, si danno un mucchio di arie, e più mi stanno lontano più sono felice. Io ho durato molto meno fatica a dirigere millecinquecento cornacchie che un solo attore. Ho sempre detto che Walt Disney l’ha inventata giusta. I suoi attori sono di carta e, quando non gli piacciono, li strappa. Ma se frequentassi gli attori come farei a viver tranquillo in una vecchia casa di Hollywood senza piscina? Pensi a Kim Novak. Non che non sia un’artista, intendiamoci: dipinge benino e nella seconda parte di Vertigine, quella in cui è bruna e assomiglia meno a Kim Novak, s
on riuscito perfino a farla recitare. Però l’unica ragione per cui presi Kim Novak è che Vera Miles era incinta.

 

Non è un gran complimento per Kim Novak.

 

Nemmeno per Vera Miles. Ma come?!? Le offrivo un grosso ruolo, l’opportunità di diventare una bella bionda sofisticata, una vera attrice, avevamo speso per questo un mucchio di dollari, e lei ha il cattivo gusto di mettersi incinta. Odio le donne incinte. Perché poi fanno i bambini.

 

E Grace Kelly? Pardon: Sua Altezza Serenissima Grace? Di lei che ne dice?

 

Grace è meglio. È sensibile, disciplinata, e molto sexy. La gente crede che sia fredda. Macché! È un vulcano coperto di neve. M’è dispiaciuto non fare Marnie con lei: quasi quanto è dispiaciuto a lei. Lei ci teneva tanto, sa? Infatti non fui mica io a cercarla. Fu lei a cercare me: «Hitch, non hai una parte da darmi?». «Sì, Grace. La parte di una ladra.» «Ah! Splendido!» Purtroppo demmo l’annuncio nel momento sbagliato, quando Ranieri aveva guai con De Gaulle, e così dissero che lei voleva lasciare il marito mentre questi aveva guai con De Gaulle. Chi l’avrebbe immaginato. Pazienza. Userò un’altra bionda.

 

Strano però, signor Hitchcock, che lei mostri tanto disprezzo verso gli attori. A giudicare dalla sistematicità con cui appare nei suoi film, si direbbe che v’è in lei un rimpianto soffocato per non aver fatto l’attore.

 

Quella è un’abitudine che presi quando non avevo abbastanza denaro per pagarmi gli attori e dovevo risparmiare facendo la comparsa. In seguito divenne una superstizione e decisi di mettermi sempre nei film: mi son messo perfino in Lifeboat, un film che dall’inizio alla fine si svolge su una barca in mezzo al mare. Era un po’ diffìcile giustificare la mia apparizione sulla barca; risolsi il problema così: uno degli attori, William Bendix, trova un vecchio giornale sulla barca. Lo apre e nel mezzo c’è la reclame di un dimagrante, con la fotografia di un tipo a prosciutto. Il tipo a prosciutto son io. Certo, è evidente, mi ci metto anche perché so che la gente mi cerca: ma all’inizio del film perché la gente non si distragga a cercarmi, e velocemente perché niente mi da vergogna come la macchina da presa. Per niente al mondo avrei voluto fare l’attore. L’avvocato specializzato in crimini, ecco il mestiere che avrei voluto fare. Avrei visto tante cose drammatiche e… 

 

Ma lei è capace, ogni tanto, di considerare il mondo drammaticamente, signor Hitchcock? Le è mai successo di trovarsi in una situazione drammatica?

 

No. Mai. Solo nei film. Io non mi trovo mai in situazioni drammatiche. È lei che si trova in una situazione drammatica.

 

Perché, signor Hitchcock?

 

Perché deve scrivere un articolo su di me. E non sa nulla di me.

 

Questo lo dice lei, signor Hitchcock. Sì che lo so, signor Hitchcock. Col suo umorismo cordiale, il suo bel faccione rotondo, il suo bel pancione innocente, lei è l’uomo più cattivo e più crudele che mi sia mai capitato di incontrare.

 

Cannes, maggio 1963

 

Oriana Fallaci

 

 

( Tratto da: Oriana Fallaci – Gli antipatici – pagg. 254 e segg . – RCS Libri 1ª ed. 1963 – 3ª ed. 2009 )

 

La 1ª parte è stata pubblicata su Bice n° 226

La 2ª parte è stata pubblicata su Bice n° Bice n° 226bis

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