Il sale sulla coda

Condividi su i tuoi canali:

None

I l sale sulla coda e per il resto nulla

Ogni tanto mi capita di sfogliare il Corriere della Sera. Martedì 20 dicembre mi sono imbattuto in ben tre articoli di rilievo: argomenti forti e di attualità. Firme autorevoli. Non è possibile trattarli tutti, quindi mi limiterò, per ora, al più equilibrato, al più obiettivo. Il titolo è già significativo:

Il ministro Castelli così assurdo e inumano sul caso Sofri [1]

L’Autrice [2] , nel prologo, esprime il dolore straziante seguito alla visita effettuata a Pisa all’eroico paziente-carcerato. “Il respiro roco, soffiato, di chi non ha più voce” ha fatto riaffiorare alla memoria dell’Autrice una sua sorella, che ha patito il medesimo calvario.

Insomma, una situazione tremenda, straziante. E poi la gente, la gente che aspetta nei corridoi dell’ospedale di Pisa per poter essere al suo capezzale. Sofri non desta solo “ammirazione, stima ma anche affetto. La paura, la soggezione, l’ammirazione appartengono a molti, ma l’amore possono accenderlo in pochi. E Sofri è uno di questi, assieme al presidente Ciampi, a Veronesi, a Rita Borsellino, Sofri è amato.

Facciamo una pausa di riflessione. Sofri, come capita a molti purtroppo, è malato, forse gravemente. E sta soffrendo, come molti, in un letto di ospedale. L’Autrice traccia un quadro a tinte fortemente drammatiche: quella di Sofri è una singolarità che Le sta molto a cuore. La sofferenza di questo italiano intelligente, coerente, onesto intellettualmente, tutto d’un pezzo, strappa le lacrime. A tutti.

Proseguiamo nella lettura: “Di fronte a un uomo di questo genere trovo assurdo e inumano l’atteggiamento del ministro Castelli … Non sa, il ministro, che a chi lo ascolta, suona piuttosto come una cocciutaggine infantile e tignosa, qualcosa che ricorda una meschina volontà di umiliare piuttosto che una giusta indignazione? Eppure voglio fare uno sforzo estremo e mettermi nei panni del ministro. Voglio pensare che Sofri sia colpevole e che abbia meritato il carcere.”

Il guaito prosegue : “Come non vedere una somiglianza con quel povero nero a cui è stata rifiutata la grazia negli Stati Uniti proprio in questi giorni?”. E poi l’immancabile richiamo alla “Costituzione che prevede la trasformare, attraverso la prigione, le persone, educarle e aiutarle a farsi giudici di se stessi e del proprio passato”.

Fermiamoci qui: sufficit. Cerchiamo di analizzare i fatti. Il signore in questione, della cui malattia ci dogliamo, si distinse, in un passato che sarebbe troppo comodo cancellare, per essere stato ispiratore di una campagna di odio senza limiti nei confronti di una persona che svolgeva un compito istituzionale; era un Commissario di P.S.. Lo so che agli ex sessantottini, lottacontinuisti, potereoperaisti, nappisti, brigatisti, ecc. ecc. fino ai più attuali centrosocialisti, disobbedienti, no global ecc. ecc.,  sentir nominare la P.S. ed i Carabinieri va il sangue alla coda, ma tant’è, dovranno portare pazienza: la verità ineluttabile è che il dott. Luigi Calabresi era un Commissario capo.

Odio, dicevamo, che trasudava dai muri di cui era amorevolmente decorata Milano, odio che olezzava dai cortei di questi eroici ragazzi che scandivano i loro luminosi pensieri in rima baciata. Un bel giorno, la mattina, finalmente il sogno si avvera: due fulgidi combattenti per la libertà attendono Luigi Calabresi sotto la sua abitazione. Sono circa le 9 del 17 maggio 1972: un uomo descritto come alto e biondo, dall’aspetto distinto, scende dall’auto, una Fiat 125, e si dirige verso il commissario. Questi sta per infilare le chiavi nella portiera dell’auto: l’attentatore gli arriva alle spalle e lo colpisce con tre rivoltellate. Il commissario cade a terra, nello spazio fra la sua «500» e una “Kadett” azzurra parcheggiata di fianco, in una pozza di sangue… .? [3]

Un atto che, come il signore che lo ha ideato e fatto eseguire, desta, per dirla con la nostra Autrice, non soloammirazione, stima ma anche affetto, accende l’amore”. Un atto che denota l’eroico sprezzo del pericolo dei due prodi: due colpi di pistola alla nuca, uno alla schiena, e l’odiato nemico non è più.

Delle gentili parole rivolte al Ministro Castelli non mi occuperò più di tanto, data la profondità di concetti che esprimono. Mi limiterò a constatare che il rispetto delle istituzioni è stato ancora una volta scrupolosamente osservato.

Chissà se la brillante Autrice riesce, con uno sforzo di immaginazione, a pensare che le espressioni di stima che rivolge all’attuale Ministro, per iscritto, su un giornale che passa per essere indipendente ed importante, sono le stesse, amplificate e con l’aggiunta di qualcos’altro, che una buona parte di italiani ha rivolto e rivolge col pensiero ai personaggi, politici e non politici,  che popolano la sua fazione?

Non le abbiamo scritte, illo tempore, non s’illuda la Signora, non per pusillanimità, ma solo perché si aveva e si ha una certa dignità. Se, (quando ha occupato posizioni ministeriali, beninteso!) non abbiamo gratificato per iscritto di miseranda e faziosa idiozia, incapacità, falsità ideologica innata, corruzione, codardia, assenza di valori civili ed etici, ecc. ecc., qualche gaglioffo, di quella fazione che tanto Le è cara, è solo per differenza di levatura culturale. In fondo, creda, buffoni e giullari si saprebbe molto bene dove e quanti trovarne, carri di letame si saprebbe dove andarli a prendere e dove rovesciarli. Ma non lo si è fatto, e non lo facciamo. È un fatto di classe, intelligenza e signorilità.

Quanto al fatto che la Scrittrice, per fare un grazioso omaggio al Ministro, voglia pensare che Sofri sia colpevole , e che abbia meritato il carcere, (in via puramente ipotetica, s’intende, n.d.a.), che dire?

Otto sono stati i processi, se ben ricordo. La sentenza di colpevolezza è definitiva. La magistratura, lo sappiamo, pur non essendo politicizzata, era ed è fortemente “avversa” e fa di tutto per “osteggiare” la corrente ideologica cui appartengono Sofri e la Scrittrice, ma i gradi di giudizio sono stati percorsi: un po’ di fiducia nella magistratura bisognerà pur averla? O no? Oppure questa fiducia la si deve riservare  e sbandierare solo quando fa comodo? E quando invece non piace è una giustizia da repubblica della banane? Riusciranno gli illuminati adepti a pensare che le banane che germogliano in questo disgraziato Paese sono state piantate alla fine degli anni Sessanta e sono state coltivate amorevolmente nei quarant’anni successivi proprio dai bananisti che ci hanno governato?

Quanto alla mitica “rieducazione del carcere”, luogo dove si cerca di trasformare le persone, educarle e aiutarle a farsi giudici di se stessi e del proprio passato, di là dal fatto che si tratta di un’utopia tanto nobile quanto stolta, nella fattispecie ci si aspetterebbe che il soggetto in questione, macerato dal rimorso per l’odio seminato a man salva e per il miserabile crimine commesso contro Luigi Calabresi, si cospargesse il capino di cenere e, fattosi giudice di sé stesso e del proprio passato, ammettesse con uno zampillo di coraggio e di dignità le proprie colpe e chiedesse di essere perdonato dalla famiglia che gettò, direttamente o con l’aiuto di compari, nel lutto e nella disperazione. Non si pretenderebbe che salisse in ginocchio le scale, anche perché non ebbe il coraggio di incrociare la spada con l’odiato Commissario, ma che almeno dimostrasse che il carcere è servito a qualcosa. Eppure, il signore, di tempo ne ha avuto a disposizione, prima e durante il carcere. Invece nulla. Il nulla impera sovrano.

La lastra di marmo che sigilla il loculo al cimitero di Musocco, ove è seppellito da trentaquattro anni Luigi Calabresi, è assai pesante, e non saranno le parole di inqualificabile e volgare faziosità dell’Autrice dell’articolo corrieresco a rimuoverla o a scalfire l’onestà intellettuale (quella sì è vera), la correttezza e la dignità del Commissario capo.

Il sale andrebbe messo sulla testa, invece che sulla coda. Non sempre, ma talvolta serve.

 

Milano, sono le 9,15. Un suono acuto: è il ricevitore della centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della Questura. La voce giunge dalla radio di un equipaggio della squadra volante della polizia. “ C’è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini. È il commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola ”. Il commissario Calabresi cade tra la sua 500 rossa e una Opel Kadett. – “Mandateci un’autoambulanza, fate presto”- grida ancora l’agente dalla radio. Passano pochi minuti e il ferito viene trasportato al San Carlo da un auto della Croce Bianca. Luigi Calabresi muore alle 9,47.

http://www2.radio24.ilsole24ore.com/speciali1/speciale_gialloenero20032004_37.htm

 

Medaglia d’oro al merito civile alla memoria

Commissario Capo di P. S. Luigi Calabresi

Fatto oggetto di violenta ed insistente campagna denigratoria veniva barbaramente trucidato in un vile e proditorio attentato, mentre si recava sul posto di lavoro. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere.

Milano, 17 maggio 1972                                                                                                                       14 maggio 2004

 

http://www.poliziadistato.it/pds/primapagina/festa2004/onorificenze.htm

 

La Medaglia d’oro al merito civile è stata assegnata alla memoria del Commissario capo Luigi Calabresi, dopo trentadue anni di colpevole ignavia, dall’incolpevole Presidente Ciampi. Lo Stato, debitore insolvente nei confronti di un Cittadino onesto, di un coraggioso e leale Commissario capo di Pubblica Sicurezza, ha finalmente saldato, seppure solo in piccola parte, il suo debito.

Ugolino

 

 

 

 

 


 

Il ministro Castelli così assurdo e inumano sul caso Sofri di Dacia Maraini

Il sale sulla coda

Nel Paese dei delitti di Stato impuniti e degli scandali, infierire su un uomo come lui non ha senso

Sono stata a Pisa a trovare Adriano Sofri. Che sta ancora male e non può ricevere visite. Ho potuto solo sentire la sua vicinanza, al di là di una parete e immaginare il suo strazio: quel respiro roco, soffiato di chi non ha più voce. Mi ha ricordato gli ultimi giorni di mia sorella Yuki, operata alla gola all’ospedale di Rieti. Fissare impotente l’aletta di una garza che si sollevava col respiro, su una gola profondamente ferita, è stata per me una delle esperienze più sconvolgenti. Non è un caso che al capezzale di Sofri, ovvero nei corridoi dell’ospedale di Pisa, si incontri tanta gente che aspetta di vederlo. Sofri è un uomo amato. E credo che nel nostro Paese sono davvero poche le persone che hanno saputo suscitare stima ma anche affetto. La paura, la soggezione, l’ammirazione appartengono a molti, ma l’amore possono accenderlo in pochi. E Sofri è uno di questi, assieme al presidente Ciampi, a Veronesi, a Rita Borsellino, tanto per citarne alcuni. Persone che si sono fatte conoscere senza imporsi, che hanno portato avanti un loro pensiero, con coerenza e onestà intellettuale. Persone che hanno la capacità di tendersi verso gli altri, di posare uno sguardo critico ma anche pieno di comprensione verso i propri contemporanei. Sono individui non comuni che contraddicono quell’idea dell’italiano medio che purtroppo si fa conoscere ovunque: perso dietro le mode, incapace di coerenza, pronto sempre a scambiare la furbizia per intelligenza.

Di fronte a un uomo di questo genere trovo assurdo e inumano l’atteggiamento del ministro Castelli che prima parla di grazia e poi si rimangia il tutto constatando che il paziente non è morto e quindi non merita la grazia. Cosa vorrebbe essere la sua, una dimostrazione di coerenza? di severità? di intransigenza morale? Non sa, il ministro, che a chi lo ascolta, suona piuttosto come una cocciutaggine infantile e tignosa, qualcosa che ricorda una meschina volontà di umiliare piuttosto che una giusta indignazione?

Eppure voglio fare uno sforzo estremo e mettermi nei panni del ministro. Voglio pensare che Sofri sia colpevole e che abbia meritato il carcere. Ma la prigione non dovrebbe essere, per Costituzione, il luogo dove si cerca di trasformare le persone, educarle e aiutarle a farsi giudici di se stessi e del proprio passato? Come non vedere una somiglianza con quel povero nero a cui è stata rifiutata la grazia negli Stati Uniti proprio in questi giorni? Da una parte un uomo che si è fatto altro da sé, si è trasformato,
ha combattuto per aiutare altri più ciechi di lui. Dall’altra parte un governante vendicativo e pusillanime che ribadisce le sue scelte, nega ogni mutamento, ogni intento educativo, ogni sofferenza, ogni comprensione, per farsi a freddo, boia e giustiziere.

È il passaggio del tempo che rende mostruosa la sentenza. Il tempo lenisce, cura, trasforma, rielabora, fa nascere erbe nuove in animi bui e abbandonati. Non si può negare il tempo che passa e modifica, senza cadere nel terribile peccato di superbia che ha perduto più di un carnefice. Carnefice in nome della legge, per giunta, carnefice in nome della giustizia. Ma come non ci convince quel carnefice americano, palesemente impaurito di perdere un consenso popolare costruito sulle lusinghe più viscerali, così non ci persuade questo carnefice italiano che non è capace di guardare ad un palmo di distanza dal suo naso.

In un Paese dove chi ha ucciso una ragazza sparando per gioco da una finestra, viene chiamato a insegnare in una scuola; dove i mafiosi vengono eletti sindaci e assessori; dove i delitti di stato rimangono impuniti; dove ogni giorno si scopre un nuovo scandalo di furti ad alto livello, questo infierire su un uomo che ha dimostrato equilibrio, saggezza e onestà, fa rivoltare lo stomaco.

http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=COMMENTI&doc=SALINO

Corriere della Sera : 20 Dicembre 2005

Tre revolverate al commissario 

da “”l’Unità”” del 18 maggio 1972
di Ennio Elena

Ancora una criminale provocazione, ancora Milano: ieri alle 9,15 Luigi Calabresi commissario capo, funzionario dell’ufficio politico della questura, personaggio-chiave del’ “”affare”” Valpreda Pinelli è stato ucciso a rivoltellate sotto casa, in via cherubini 6, nella zona di Porta Magenta. Ecco, nella ricostruzione fatta dalla polizia, l’attentato, compiuto con la spietata efficienza dei “”killers”” di mestiere. Poco dopo le 9 una “”125″” blu con l’antenna radio alzata imbocca via Cherubini proveniente da corso Vercelli. L’auto procede lentamente, passa davanti allo stabile numero 6, di fronte al quale è parcheggiata «a pettine» contro lo spartitraffico la «500» blu di Calabresi, targata MI A6941l. Sulla «125» ci sono due persone: l’autista e l’uomo che gli siede al fianco danno un’occhiata in giro e la macchina prosegue in direzione di via Mario Pagano. Giunta al termine dello spartitraffico l’auto svolta a sinistra e torna a percorrere via Cherubini dalla parte opposta. All’altezza di via Giotto la «125» urta di striscio, sorpassandola, una «Simca» appena immessasi in via Cherubini.

Il conducente dell’auto investita si ferma, sorpreso (secondo un’altra versione lo scontro sarebbe avvenuto dopo il delitto): la «125» prosegue, accelerando leggermente, giunge in fondo alla strada, piega a sinistra, ritorna sul lato dove si trova l’abitazione del commissario Calabresi.

Secondo un testimone quando la «125» si trovava all’altezza del palazzo dove abitava Calabresi, un uomo fermo davanti al portone ha chiuso un giornale, facendo così un segnale convenuto, e si è allontanato. Proprio in quel momento c’è stato il lieve urto tra l’auto degli attentatori e la «Simca», una circostanza che poteva mandare all’aria il piano predisposto. Per questo il conducente della «125» non si è fermato, ma ha leggermente accelerato. Se questo particolare è vero il giornale richiuso significava che il commissario Calabresi stava per scendere in strada. Gli attentatori dovevano raggiungerlo prima che partisse con la «500».

Luigi Calabresi attraversa il portone e saluta l’uomo delle pulizie, Benedetto Vasi di 60 anni, poi esce in strada. Intanto la «125» si è fermata una decina di metri oltre la casa di Calabresi, in seconda fila, davanti ad un negozio di frutta e verdura.

Un uomo descritto come alto e biondo, dall’aspetto distinto, scende dall’auto e si dirige verso il commissario. Questi sta per infilare le chiavi nella portiera dell’auto: l’attentatore gli arriva alle spalle e lo colpisce con tre rivoltellate. Il commissario cade a terra, nello spazio fra la sua «500» e una “”Kadett”” azzurra parcheggiata di fianco, in una pozza di sangue.

….

http://www.informagiovani.it/Terrorismo/tercalab.htm

la fine di un simbolo

 

Diciannove Novembre 1969. Milano. Due manifestazioni: una operaia (un comizio sindacale al teatro «Lirico») e una politica (un corteo della sinistra extraparlamentare al quale partecipa anche qualche membro del movimento studentesco). All’uscita del teatro le due manifestazioni si «fondono» (voluto o fortuito?) e la Polizia, che seguiva il corteo, viene sottoposta ad una serie di provocazioni. Carica della «Celere», mentre i membri del corteo rispondono con lancio di tubolari «Innocenti», trafugati da un vicino cantiere edile. Uno di questi, scagliato a mo’ di giavellotto, colpisce alla tempia l’agente Antonio Annarumma, alla guida della sua jeep.

Dodici dicembre 1969. Milano. Agenzia della Banca Nazionale dell’Agricoltura, Piazza Fontana, ore 16,37. Uno scoppio. Bilancio: 16 morti e 87 feriti.

Quindici dicembre 1969. Questura di Milano. L’anarchico Giuseppe Pinelli è fermato e sottoposto ad interrogatorio, nel corso delle indagini sulla bomba di Piazza Fontana. Uno schianto. Pinelli cade dalla finestra della stanza dove si svolgeva l’interrogatorio e muore. Si afferma che è presente anche il commissario Luigi Calabresi.

Da quel giorno, per tre lunghi anni, il movimento «Lotta Continua», sotto la guida politica ed ideologica di Adriano Sofri, inizia una guerra psicologica e di disinformazione sulle pagine del giornale ufficiale del movimento.

«Lotta Continua», dopo che la Procura arresta il ballerino anarchico Pietro Valpreda, apre la caccia ai «veri colpevoli» (?!) della bomba ed agli «assassini» di Pinelli.

Nel mirino dell’opinione «collettiva» del movimento è inquadrato il commissario di polizia Luigi Calabresi, specializzato nel settore anarchico e che si dice abbia condotto l’interrogatorio del Pinelli, conclusosi tragicamente.

Da quel momento il ritornello del giornale «Lotta Continua» è che «Pinelli è stato suicidato» e che il colpevole è Calabresi. Articoli, vignette, canzoni, sul giornale esce di tutto per costringere il commissario alla reazione. Scopo di «Lotta Continua», portare sul banco degli imputati tutti gli uomini che si trovavano quel 15 dicembre nella stanza insieme al Pinelli e farli condannare come «assassini di Stato».

Luigi Calabresi, fedele servitore delle Istituzioni, stanco di quello stillicidio di false accuse, cade nella trappola e reagisce con la querela.

Nel 1971, si apre il processo che vede sul banco degli imputati poliziotti e carabinieri.

A seguito della ricusazione del giudice, accusato dall’avvocato difensore di Calabresi di aver espresso giudizi «di colpevolezza» contro il commissario, il processo s’interrompe.

A questo punto «Lotta Continua», sempre sotto la guida di Adriano Sofri si scatena in una selvaggia campagna di incitamento all’odio ed all’omicidio contro Calabresi.

La mattina del 17 maggio 1972, il commissario Luigi Calabresi è assassinato con tre colpi di pistola alle spalle, mentre esce dalla sua abitazione per recarsi al lavoro.

«Lotta Continua» sul suo giornale commenta: «È facile prevedere che si scateni ora tutta la rabbia repressiva dello stato contro le organizzazioni rivoluzionarie ed i loro militanti, ma questo non può essere una ragione per farci tacere … Non possiamo accettare un giudizio opportunista … Queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi».

 

Marco Pannella, in quei giorni, pubblica un articolo in ricordo di Calabresi, su «Notizie Radicali».

«Lo conoscevamo bene. Eravamo stati, per anni, sottopo­sti alle sue cure. Si ostentava amico. Alla prima, o seconda, marcia antimilitarista Milano-Vicenza, per alcune centinaia di metri, poco prima di Gorgonzola, si accompagnò con Pino Pinelli e con me. Risalì sulla macchina dell’ufficio politico quando un compagno pretese che indossasse anche lui un cartello-sandwich, se voleva continuare a camminare con noi …

«Ho personalmente, sempre, anche prima dell’uccisione di Pino, pensato che Calabresi fosse, per quel che conta, un uomo di “buona fede”.
Dove una sostanziale schizofrenia non poteva non instaurarsi, vittima anche lui, prima che boia, del sistema che doveva servire, delle istituzioni e dei metodi che doveva condividere, assumersi, affermare. Dove ricerca della verità spesso significa creare la verità che fa comodo esista o appaia esistere: dove l’inquisizione, nelle coscienze, nelle esistenze altrui, lega psicopaticamente, a volte, il torturatore al torturato: dove il demonio che si deve scovare o uccidere nell’altro finisce per essere il proprio, uno specchio di se stessi …

«Mi sembra di aver, anni fa, a più riprese, con alcuni colleghi giornalisti, fra i quali certamente Enzo Tortora, detto che v’era qualcosa di dostojevskiano in tono minore, in quell’uomo, che m’appariva “ossesso”, dietro la sua disin­volta maschera di poliziotto moderno e antico. La tragica conclusione della sua esistenza, oggi, me lo ha ricordato. Ma non sapevo, e a tutti lo aveva celato, stranamente, della sua scuola clericale, dei suoi rapporti con padre Virginio Rotondi, del suo essere antidivorzista. Né sapevo più nulla di lui, dopo l’uccisione di Pino. Non della moglie, né dei figli. Non sapevo, non davo per scontato, non m’interessava a livello individuale, nulla che lo riguardasse personalmente: in fondo aveva cessato d’essere pericoloso, perché era or­mai chiaro (anche a lui stesso, probabilmente) chi fosse. M’appariva, e m’appare, come corresponsabile delle peggiori, e appena intuite, cose cui abbiamo assistito in questi anni: dove la convivenza civile si degrada ogni ora, dove al dialogo, o a un minimo di lealtà e di onestà nel gioco delle parti, il potere sostituisce i più ignobili procedimenti di linciaggio, di violenza, di esasperazione dei conflitti e delle diversità. Ma senza odio, senza rancore; lo dicevo: con pe­na. Dove rancore e rabbia, invece, m’insidiano, è contro i suoi assassini perché avevamo tutti bisogno di Calabresi vivo; perché avevamo e abbiamo bisogno di verità e di civiltà, perché quali che essi siano (e io penso che siano gli stessi autori «neri» della continua strage di Stato di questi anni, ma non posso escludere che siano folli compagni che non sanno d’esser fascisti e magari credono d’esser rivoluzionari) sono loro, oggettivamente, i compagni degli assassini di Pino Pinelli, e non i suoi vendicatori.»

 

Queste parole fredde contro un servitore dello Stato, ucciso da compagni che sono «fascisti» proprio perché assassini, sono dello stesso uomo che in questi giorni ricatta lo Stato e la Legge. Attraverso l’arma della propria distruzione fisica, Pannella «violenta» la vita sociale del Paese e si allinea a quei terroristi islamici che, coltello alla gola di inermi ostaggi, ricatta l’Occidente, gli Stati Uniti e l’Italia affinché lascino l’Irak e «chiedano scusa».

Questo è lo stesso uomo che, nel 1995, rifiutò la richiesta di Sofri di candidarsi alle Europee, mentre ora recita la sua personale «tragedia buffa» per farlo uscire di galera. Che cosa ne torna, realmente, a Pannella?

 

Nel 1975 un nuovo processo termina con la condanna di LC per aver diffamato il commissario Calabresi.

Nel 1988, Sofri, Bompressi e Pietrostefani (gli altri due esponenti di LC, accusati di aver partecipato all’omicidio) sono arrestati a seguito della denuncia-confessione di Salvatore Marino, aderente all’organizzazione negli anni caldi.

Marino dichiara di aver guidato la macchina usata per l’omicidio ed indica in Bompressi l’autore materiale. Sofri e Pietrostefani sono chiamati in causa come mandanti morali, essendo allora i leader carismatici del movimento, coloro che dettavano gli ordini e indicavano la linea di condotta politica.

Dopo una serie di processi, nel corso dei quali la difesa  dei tre accusati è sempre stata sconfitta, si arriva alla sentenza definitiva della Cassazione: 22 anni per Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani ed Ovidio Bompressi.

Oggi, soltanto Sofri rimane in galera. Bompressi, come tutti i «combattenti comunisti» è scappato all’estero, mentre Pietrostefani è agli arresti domiciliari per motivi di salute.

Oggi esiste un divario fra l’opinione pubblica (la gente comune, contraria alla grazia) e l’opinione pubblicata (giornalisti e politici che vogliono Sofri libero, su grazia presidenziale).

La lobby trasversale dei favorevoli vede Giuliano Ferrara, ex comunista ora direttore di un giornale di proprietà della moglie di Berlusconi, primo fra i fautori della grazia. Egli sostiene: «[.] Che ancora non si riesca a tirare fuori di galera uno così, uno che non muove un dito per sé nel senso della banale convenienza, uno che si rispetta ma preferisce combattere a suo modo l’annientamento della propria esistenza piuttosto che concedere un centimetro del proprio senso dell’integrità, è davvero doloroso. Doloroso in senso civile, e molto frustrante».

Frustrante e doloroso: sentimento che si ritrova negli animi dei sopravvissuti alla stagione del terrorismo. Vedove, orfani, mutilati ed invalidi, sia civili che militari, tutti costoro sono frustrati ed addolorati nel vedere lo Stato ed i suoi alti rappresentanti discutere, ogni giorno, se liberare o meno colpevoli e mandanti della morte dei loro congiunti.

La stessa magistratura è messa in ridicolo. Sentenze inutili, le loro, tanto poi arriva la grazia «per meriti e
tici e morali».

 

Quello che, però, non tutti notano è una serie di incongruenze.

Da una parte, il grande accusatore, Salvatore Marino, vive in ristrettezze economiche e sottoposto al continuo linciaggio morale e politico da parte della stampa radical-chic e dei suoi ex compagni.

Dall’altra parte, abbiamo Adriano Sofri, in galera, ma anche collaboratore di autorevoli testate nazionali, scrittore di saggi e libri, ospite di frequenti trasmissioni televisive.

Luca Sofri, il figlio, giornalista, scrive sul Foglio, partecipa a trasmissioni televisive e radiofoniche delle quali è anche conduttore. Non dimentichiamo il sodalizio con Ferrara su LA7. Ha sposato Daria Bignardi, legando ancora di più le proprie fortune ad un certo mondo politico. Avrebbe fatto la stessa carriera se era un «figlio di nessuno»?

Gad Lerner, giornalista. Inizia la sua carriera nel 1976 a «Lotta Continua», del quale sarà vicedirettore fino 1979. Manifesto, L’Espresso, Rai, Televisione: la carriera del nostro «infedele Pinocchio» si è sviluppata nella maniera più vasta. Notare (anche lui!), il passaggio a LA7, in compagnia di Ferrara.

Paolo Liguori. Rivoluzionario entra nelle fila di «Lotta Continua», a cavallo delle contestazioni del ’68. Diventa un dirigente di «Lotta Continua» soprannominato Paolo il Bello (?). È attivista convinto, vive all’ombra di Adriano Sofri e Gad Lerner. Finita la rivoluzione, si trasforma in un anchor-man, all’interno di Mediaset. Anche lui!

Luigi Manconi, compagno di Bianca Berlinguer (figlia di Enrico Berlinguer) e Paolo Cento, ambedue verdi e parlamentari. Il secondo è tra i più strenui fautori della grazia presidenziale.

Marco Boato, parlamentare, uno tra i fondatori di «Lotta Continua» e relatore della proposta di legge ad hoc per la grazia a Sofri.

Potremmo parlare anche di altri «ex» come Santoro, Deaglio (ultimo direttore di «Lotta Continua» nel 1976, dopo lo scioglimento del movimento) e lo stesso Cacciari, che si muoveva all’interno di «Mondo operaio». Ma quello che veramente conta è lui, il Silvio Pellico della Seconda Repubblica, la coscienza sporca della giustizia liberticida del governo di centro-destra: Adriano Sofri.

 

L’ex capo di «Lotta Continua», in galera dal ’98, è da parecchio tempo al centro di una campagna mediatica tesa a fargli ottenere la grazia (contrari Lega e alcune frange di Alleanza Nazionale) senza che vi sia stata alcuna richiesta da parte del condannato. La famiglia Calabresi, in ogni caso, lega la propria autorizzazione alla richiesta di Sofri, implicito riconoscimento della condanna e, quindi , del delitto.

Sofri non esce di galera perché si reputa innocente. Anche lui ricatta lo Stato con la distruzione morale e fisica di se stesso, come Giacinto Pannella, detto «Marco».

Eppure egli potrebbe uscire anche adesso, senza bisogno d’alcuna grazia. Basta applicare l’articolo 21 del nostro Ordinamento Giudiziario. Egli potrebbe, come fanno in tanti, uscire la mattina, andare a lavorare e poi rientrare la sera per il contrappello.

Non basta. Egli potrebbe persino chiedere la semi-libertà. La mattina uscire, non solo per lavorare ma libero di fare ciò che gli pare, e la sera agli arresti domiciliari. Poi la libertà condizionale, con l’obbligo di segnalare il proprio recapito alle Autorità preposte.

Tutto ciò non ha bisogno della grazia. Richiede soltanto che il condannato firmi il modulo di richiesta. Questa procedura non sospende la pena, la fa scontare a casa, senza bisogno di aspettare la grazia dal Quirinale.

In fondo, è stato condannato a 22 anni per avere istigato, organizzato e premeditato la morte di un poliziotto, di un commissario di polizia. Ad un cittadino normale, magari analfabeta, gli davano l’ergastolo. A lui no.

Tutti gli animi nobili e liberali del Paese sostengono che l’uomo è innocente del crimine per il quale è stato condannato. Allora perché continua a fare la vittima? A chi è ancora utile Sofri in galera, a lui od a qualcuno che da tutto questo ci guadagna chissà che cosa?

Non bisogna dimenticare, infatti, che alla morte di Calabresi si brindò non soltanto nei locali di «Lotta Continua», ma anche in molte sezioni del PCI, fino alle stanze nobili delle Botteghe Oscure.

Soltanto con la morte di Guido Rossa (24 gennaio 1979), il PCI smise di considerare i terroristi «compagni che sbagliavano» e si allineò al patto sociale con la DC, nella lotta al terrorismo delle BR.

Sofri, con la sua presa di posizione, non riconosce la sua condanna e, implicitamente, non dà valore legale allo Stato ed alla sua Magistratura, che quella condanna ha emesso. Questa è la stessa filosofia delle Brigate Rosse, di quelli che non si pentono: non riconoscere le leggi dello Stato, per dare un senso a tutta una vita di criminalità politica.

La verità? È semplice. In galera Sofri è ancora il capo, l’ideologo di «Lotta Continua», maturato ed affinato nella conduzione di una filosofia di vita. I suoi uomini, inseriti nei settori più importanti della comunicazione e della politica italiana, ancora ballano al suono del suo piffero.

Nel momento stesso in cui le porte del carcere di Pisa si apriranno, per far uscire il condannato Adriano Sofri, tutto finirà. Rimarrà soltanto l’uomo, non più simbolo e bandiera, ma un passato da dimenticare e, se possibile, da seppellire.

[Alberto Spagna]  http://www.mariotedeschi.it/dal_nuovo_borghese/014_Anno_IV_Num_7_Marzo_2004_La_fine_di_un_simbolo.htm

 

 

14 maggio 2004. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi scandisce i loro nomi uno per uno: Luigi Calabresi, Giovanni Ceravolo, Giuseppe Ciotta, Antonino Custrà, Leonardo Falco, Salvatore Lanza, Federico Masarin, Antonio Niedda, Prisco Palumbo, Salvatore Porceddu. Vittime del terrorismo e della violenza politica degli anni Settanta.

Una scia di sangue che parte dal 17 maggio 1972.

Milano, sono le 9,15. Un suono acuto: è il ricevitore della centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della Questura. La voce giunge dalla radio di un equipaggio della squadra volante della polizia. “”C’è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini. È il commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola””. Il commissario Calabresi cade tra la sua 500 rossa e una Opel Kadett. “”Mandateci un’autoambulanza, fate presto””- strilla ancora l’agente dalla radio. Passano pochi minuti e il ferito viene trasportato al San Carlo da un auto della Croce Bianca. Calabresi muore alle 9,47.

http://www2.radio24.ilsole24ore.com/speciali1/speciale_gialloenero20032004_37.htm

 

 

Medaglia d’oro al merito civile alla memoria

Commissario Capo di P. S. Luigi Calabresi

Fatto oggetto di violenta ed insistente campagna denigratoria veniva barbaramente trucidato in un vile e proditorio attentato, mentre si recava sul posto di lavoro. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere.

Milano, 17 maggio 1972

 

http://www.poliziadistato.it/pds/primapagina/festa2004/onorificenze.htm

 

[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...

“Lei non sa chi  sono io”

Quando   qualcuno ritiene che gli siano  dovuti privilegi o cure speciali, impunità compresa, ricorre all’espressione  che ho scelto come titolo e che  può essere declinata

C’era una volta il medico di famiglia

Le decisioni del Governo per accorciare le liste d’attesa, se incideranno relativamente sulla loro lunghezza, sono almeno un segnale d’attenzione alla crisi della sanità italiana. Le opposizioni gridano

La Corsa più bella del mondo 

La Corsa più bella del mondo torna dall’11 al 15 giugno con una cavalcata di 2200 chilometri che le magnifiche vetture costruite fra il 1927 e il 1957 percorreranno in cinque tappe, come da format inaugurato lo