Il Rinascimento e l’orologio a cucù

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""...le banconote asciugano le lacrime più velocemente di qualsiasi fazzoletto, fanno andare via i lividi, ripuliscono fedine penali,la stima e la considerazione della gente sono proporzionali al conto il banca"" articolo di Maria


Uno dei migliori film di tutti i tempi,uno dei miei prediletti, è Il terzo uomo, interpretato da Orson Welles, che giganteggia, per genialità allo stato puro, su attori del calibro di Joseph Cotten, Trevor Howard, Alida Valli.

Il suo Harry Lime, personaggio noir, nel suo immenso cinismo, ha una tale grandiosa cupezza da rimanere indimenticabile.

Ovviamente i passaggi televisivi di questo splendido film hanno una frequenza vicina allo zero.

A parte ciò, personaggio indimenticabile dicevo, e indimenticabili sono l’atmosfera,la musica,la sceneggiatura, ricca di frasi divenute leggendarie, fra le quali questa, di Harry Lime:

In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.

Per quanto cinica, come non trovarla geniale?

Ma, pur con il cuore pieno di patrio orgoglio, per la grandezza dei nostri illustri conterranei, è giusto riconoscere che è un po’ riduttiva e che, invece,  hanno prodotto molte altre cose, gli industriosi svizzeri. Non solo, hanno difeso la loro neutralità nelle guerre, hanno mantenuto sé stessi, la propria economia e la propria moneta, fuori dall’Europa; pur con i loro errori e con le loro abilità, diciamo che hanno saputo fare il loro interesse, meno malamente di altri e meno a spese degli altri. La loro disinvoltura nei confronti del denaro, di qualsiasi provenienza, è proverbiale e abusatissima… Eppure, anche da questi freddi banchieri, anche da questi pragmatici montanari, anche da questi amorali, absit iniuria verbo[1], affaristi, dove amorali non è un’offesa, ma una semplice constatazione, qualcosa la dovremmo imparare.

Ad esempio, come detto, a tenersi alla larga dall’Europa e dall’€uro, ad esempio a dire “No” alla costruzione di minareti; ad esempio a non fare differenze tra un turista qualsiasi e il figlio di Gheddafi,  fermato, nell’estate del 2008, con l’accusa di aver aggredito due domestici mentre si trovava in un hotel di lusso a Ginevra; ad esempio a stilare, (pur consapevoli che una simile azione non sarebbe stata indolore ed avrebbe avuto forti ripercussioni) una bella lista di persone considerate indesiderabili, colonnello Gheddafi compreso. Che, in effetti, una faccia proprio rassicurante non ce l’ha. 

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Le ripercussioni pronte e infuriate, non si sono fatte attendere: il taglio delle forniture di petrolio alla Svizzera, il ritiro dei capitali libici dalle banche, la chiusura della Swiss Air e la liquidazione di tutte le aziende svizzere operative in Libia, l’annullamento dei visti, etc.

Il tutto, nel più puro stile gheddafiano, con quotidiani aggiornamenti, a metà strada tra il comico e il terrificante, perché non c’è nulla di più pericoloso di chi si ritiene un “padreterno” e si comporta di conseguenza  e i dittatori, in ogni tempo, di ogni colore politico e qualunque religione professino, hanno la medesima inclinazione, in un delirio di onnipotenza che è comunque foriero di guai.

C’è poco da ridere, di fronte all’appello alla Jihad, lanciato contro lo stato elvetico per la questione del referendum sui minareti, non è divertente il duro monito contro gli Usa, per lo “sfottò” del portavoce Usa, Philip Crowley, che aveva ironizzato sull’appello alla ‘guerra Santa’ contro la Svizzera lanciato nei giorni scorsi dal leader libico, come non lo è che la compagnia petrolifera di Stato libica Noc abbia convocato i dirigenti delle imprese americane operanti colà nel settore degli idrocarburi, per dare un avvertimento, neppure velato, sulle conseguenze che le ironie Usa sul colonnello Muammar Gheddafi potrebbero avere, ‘un impatto negativo’ per la precisione, sugli interessi americani in Libia. I dittatori mancano di senso dell’umorismo, perché altrimenti si accorgerebbero di quello, involontario, che li circonda. Anche nella vita normale, non c’è nulla di più pericoloso di una persona ridicola che si prenda tremendamente sul serio, figuriamoci se a prendersi terribilmente sul serio è un tronfio dittatore. E’ problematico come alleato, come partner commerciale, come ospite, in generale come interlocutore. Perché alla minima contrarietà, invece del dialogo arriva l’invito alla guerra santa, e poi l’embargo, e poi  il blocco delle frontiere, incurante dei patti e delle conseguenze. E’ tipico di chi ha torto, alzare la voce, inalberarsi, prendere cappello, come si suol dire, e Gheddafi non fa differenza.

Eppure, bisogna “”tenerselo buono””.

Ora, le domande legittime che si possono fare sono: quanto conta davvero il petrolio libico, fino a che punto, in nome della real politik è giusto piegarsi alle prepotenti velleità di un dittatore e, infine, quale linea prevarrà nell’Unione Europea, quella a favore della Libia o quella a favore della Svizzera…

Si potrebbe estendere il discorso anche alle conseguenze non immediate, ma alla distanza, di eventuali scelte di campo. Chi non vuole intendere ragioni, chi è convinto di essere infallibile e pontifica senza consentire il dialogo, tantomeno accetta di essere contraddetto, è sicuramente un personaggio scomodo come interlocutore, soprattutto quando si ha bisogno di lui.

Ed è anche vero che le banconote asciugano le lacrime più velocemente di qualsiasi fazzoletto, fanno andare via i lividi, ripuliscono fedine penali, e indubbiamente il recupero dell’immagine di chiunque è accelerato dalla solvibilità, la stima e la considerazione della gente sono proporzionali al conto il banca, come pure la credibilità delle affermazioni, l’attendibilità delle promesse.

Con ogni probabilità gli altri Stati, compatti, convinceranno la Svizzera a scendere a più miti pretese. Una sconfitta, ma almeno la Svizzera ci avrà provato.

Nella vita, per le nazioni come per le singole persone, anche quando non si riesce ad ottenere giustizia, questo conta: almeno averci provato.

Maria

 

 

 



[1] La locuzione latina absit iniuria verbis (lett. “”sia lontana l’ingiuria dalle parole””) è una versione alterata di una frase di Tito Livio, che risulta originariamente absit invidia verbo, cioè “”sia lontana l’ostilità dalla (mia) parola”” (Ab Urbe condita, IX, 19, 15).

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