Il ricamo

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La mente torna mentre parole disegnano pensieri

Un bimbo di due, forse tre anni, guardava la sua mamma come solo i bimbi di quell’età sanno fare: due occhi spalancati che esprimevano l’amore, un amore che le parole scritte o pronunciate non possono descrivere. La mamma, assisa su una poltroncina, teneva d’occhio il suo bimbo, e, nel contempo, ricamava. Annodava con maestria fili variopinti, passava sopra e sotto il tessuto con l’ago, talvolta tagliava il filo. Il bimbo però era piccolo, e, dal basso, con i suoi occhioni spalancati, vedeva solo la parte sotto del ricamo, il rovescio: s’intuiva qualcosa del lavoro eseguito con l’ago, tuttavia, nel complesso l’opera appariva confusa, in taluni punti interrotta, i fili erano spesso spezzati e i colori parevano un brutto guazzabuglio. Il tempo trascorse, prima lentamente e poi sempre più in fretta: il bimbo divenne ragazzo, poi adolescente, infine quando fu adulto la mamma se ne andò per sempre. Un giorno, quanto tempo era passato nessuno lo può dire, il figliolo, alla ricerca di un fazzoletto per asciugare una lacrima, trovò un meraviglioso ricamo, con colori stupendi e un’immagine di una bellezza indescrivibile: lo rigirò fra le mani, lo ammirò estasiato, poi quasi fosse governato da una forza misteriosa, lo capovolse: l’immagine bruttina e scomposta del rovescio lo riportò improvvisamente alla tenera infanzia, a quel giorno in cui osservava con infinito amore la sua mamma che ricamava, senza comprendere il senso di quel disegno sfilacciato e brutto.

 

Dio faceva più bella figura se non c’era”.

Codesta frase, Maria [1] , non è solo sgrammaticata. Questo sarebbe il minore dei mali: se pronunciata consapevolmente sarebbe terribilmente superba. L’unica immensa attenuante risiede nel fatto che il dolore immenso obnubila la mente e fa dire cose senza senso.

 

Andando alla radice delle cose …”

Quanto alla semplicità, alla santità, come non essere d’accordo? Spesso però, anzi, quasi sempre, entrambe sono silenziose, schive: rifuggono dai riflettori; solo raramente e sempre attraverso le opere si manifestano con forza. Ben diversa, spesso, anzi, quasi sempre, è la sguaiata risonanza di certa teologia d’assalto, di certi chierici che strombettano dai microfoni, nelle piazze, talvolta nei luoghi di culto le loro elucubrazioni che di evangelico non hanno ormai quasi più nulla. Si tratta dell’ormai famigerata teologia fondata sul vangelo secondo Me, in auge da circa mezzo secolo.

Inoltre, a completamento del quadro, c’è anche la cosiddetta intellighenzia laicista che, ritenendosi depositaria del sapere assoluto, pretende di impartire lezioni al volgo e all’inclita.

Vi sono, a tal riguardo, giornalisti che, per aver fondato un giornale ed averlo fatto prosperare (con il determinante appoggio di schieramenti politici, ma questo è un dettaglio), si atteggiano a pontefici e pretendono di insegnare l’ortodossa lettura delle Scritture.

Scienziati della volta stellata che, affidandosi alla più sciocca delle discipline [2] , affermano l’esistenza di altri mondi abitati, illudendosi così con questi mezzucci di poter negare Dio.

Filosofi (o presunti tali), che dall’alto del loro monte di tracotante vanagloria pretendono di oscurare il sole di Platone con la fioca luce di qualche illuminista, positivista, materialista o semplicemente “ista” [3] . Un po’ come tentare di oscurare Euclide con il professor Pampurio.

Studiosi di logica matematica che per avere qualche conoscenza numerologica o geometrica ritengono di poter accantonare Aristotele sostituendolo, udite udite, con Crisippo e considerano poveri cretini (nel senso etimologico del termine, s’intende) coloro che credono in Cristo ed hanno fede in Dio.

E si potrebbe continuare a lungo.

Tutta brava gente, un po’ tronfia o, come dicono coloro che parlano bene in italiano, “autoreferenziata”, che se la canta e se la suona con la connivente complicità della strombazzante pletora dei mezzi di informazione, dei cosiddetti “media”.

Il silenzio nei loro confronti, quantunque possa apparire meritato, è alquanto pericoloso, soprattutto di questi tempi: occorre scendere sul loro terreno per rintuzzare e mettere a nudo le loro filastrocche. Il ricorso a termini dotti, a ragionamenti filosofici, è inevitabile, non tanto per ottenere una loro ammissione di errore (se non impossibile, assai improbabile), quanto perché non perseverino nel sedurre e fuorviare coloro che vivon sanza infamia e sanza lodo, sempre pronti ad acquistare la merce dell’imbonitore che sa parlare bene, si presenta bene, sa essere convincente e sa piazzare bene la propria mercanzia.

 

Si dovrà pensare a questo allora, assistendo …”

Una preghiera, che ormai ricordano in pochi, diceva di una “valle di lacrime”…

Il Vangelo di Luca evoca la tragedia dei diciotto periti nel crollo della torre di Siloe [4]

E, sopra ogni altro esempio, la Madonna: Creatura prediletta da Dio, Immacolata, costretta ad assistere alla Passione ed alla Morte atroce dell’unico innocente Figlio. Avrebbe potuto chiamarLa a Sé prima di quello scempio disumano, avrebbe potuto risparmiarLe quella prova tremenda. Non lo ha fatto.

Gesù, alla fine del Padre Nostro, ci induce ad invocare Dio affinché “non ci metta alla prova” (quel “non ci indurre in tentazione”, se si legge il testo in greco, è quantomeno improprio).

Talvolta però il Padreterno non ascolta la nostra preghiera e ci mette alla prova. Duramente. La nostra logica non può comprendere il “perché” e non trova, non può trovare la risposta. Questa è l’esperienza più difficile, più dolorosa da accettare.

 

Un giorno però, come il bimbo divenuto adulto, ritroveremo la tela ricamata e potremo ammirare l’opera per il verso giusto, in tutta la sua bellezza.

 

La ringrazio, Maria, anche a nome di Renzo e Prissy, per gli auguri di buon anno.



[1] Commento di Maria intitolato “Dio si serve dei venti contrari” del 3 gennaio 2008 all’articolo Spe salvi.

[2] Il calcolo delle probabilità.

[3] Derivato di uno dei tanti “ismi”.

[4] Lc. 13, 4

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