Il Presidente della Repubblica che vorrei…

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di Alberto Venturi

Il Presidente della Repubblica che vorrei…

 

Il Presidente della Repubblica che vorrei è… Romano Prodi, perché lo ritengo un fedele servitore delle istituzioni, conosciuto e apprezzato all’estero, capace di una visione internazionale e non vincolato alle beghe di cortile della nostra politica, emiliano e perciò un idealista pragmatico, uomo del fare, non dello ‘strappare’, fondatore dell’Ulivo, l’unica vera rivoluzione possibile: unire cattolici e progressisti per disegnare il futuro di una nazione che oggi contrappone poteri, non progetti politici.

Ma non sarà così; dalla sua discesa in campo nel 1996, gli avversari hanno sempre più anticipato le mosse per bloccarlo. Si è passati dalle bruciature ‘post’ incarico che hanno interrotto il suo primo governo nel 1998 (merito del trio Bertinotti, D’Alema, Marini) e il secondo nel 2008 (merito di Clemente Mastella e Lamberto Dini), alle stroncature ‘durante’, come l’agguato dei cento Giuda alle presidenziali del 2013 fino a quelle ‘ante’ che vedono protagonista Matteo Renzi.

Rendere pubblico in anticipo il nome di un possibile candidato alla Presidenza della Repubblica, significa bruciarlo perché lo si sottopone per settimane alla graticola mediatica; sarà un caso che il primo ministro, dopo mesi di era glaciale nei rapporti, lo inviti ad un incontro che lo pone al centro dell’occhio di bue della stampa e delle televisioni, come del stesto sarà un caso che Prodi risulti indigesto a Silvio Berlusconi, perciò inadatto ad ogni mediazione del Nazareno o di un giuringiurello qualsiasi. Meglio toglierlo di mezzo subito, con tutti gli onori, piuttosto che tendere un agguato dell’ultimo momento, con alti prezzi di immagine da pagare: il Giudashow del Pd, in occasione delle presidenziali, è stata una mazzata per la credibilità del partito non più sanata, ancora dolorosa e purulenta.

Ovviamente Prodi non è l’unico degno candidato a sostituire Napolitano, ma pochi uniscono esperienza internazionale, frequentazione dei cortili politici,  credibilità verso le associazioni di categoria e le forze sindacali, esperienza internazionale ai più alti livelli. Forse il suo maggiore difetto è la difficoltà a confrontarsi con il Pd, perché inevitabilmente si pone come ‘alternativa’ e non ‘avversario’ della leadership attuale, impersonificata nel gran capo fiorentino, a cui fanno coorte crescenti eserciti di dirigenti ed eletti. Unire i cattolici progressisti e l’anima socialista va in direzione opposta alla contrapposizione quotidiana a cui stiamo assistendo, a base di infantili equazioni sul vecchio e il nuovo, rivolte tra l’altro alle persone e non ai fatti concreti. 

di Gianni Galeotti

Il Presidente della Repubblica che vorrei….forse deve ancora nascere.

 

Quella che per me si è trasformata nella Repubblica di Re Giorgio, fondata sul potere straordinario di un capo dello Stato che in 3 anni è riuscito a farci dimenticare che cos’è la sovranità popolare, sancendo la nascita ed il fallimento di 3 governi non eletti dal Popolo ma da lui avvallati, sta volgendo al termine. E lo fa, purtroppo, nel peggiore dei modi. Lo fa in maniera stanca e disillusa, che riflette i segni di un Paese altrettanto stanco e disilluso da altri tre anni di promesse senza risultati, o meglio, come vedremo, dai risultati disastrosi.

 

Il fallimento dei 3 ultimi Governi (Monti-Letta-Renzi), che dovevano dare al Paese quel pacchetto di riforme e quella sferzata necessaria per rispondere e reagire alla crisi, economica, occupazionale, sociale, debitoria, non fanno altro che certificare anche il mancato raggiungimento degli obiettivi indicati come fondamentali nella fase di proroga del mandato Presidenziale che lo stesso Napolitano aveva accettato (dopo averla negata), con mille riserve.

 

Napolitano, ricordiamo, accettò con grande sforzo di responsabilità, la proroga del mandato, al solo fine di garantire sostanzialmente quella stabilità e quella governabilità che non sarebbero state presumibilmente garantite dalla legge elettorale in vigore e soprattutto dallo sfacelo del sistema dei partiti. Ebbene, da quel giorno, non solo non è cambiato nulla, ma anzi, tutto è peggiorato. La nuova legge elettorale non è mai nata, e dai governi da lui avvallati non sono nate le riforme attese, necessarie ed auspicate. Purtroppo, perdere altro tempo in un momento in cui (come diceva e non dice più Renzi), non ci si poteva permettere di perdere altro tempo, è costato caro. Oggi il Governo Renzi taglia il traguardo di quei 300 giorni oltre ai quali Letta non andò, con un bilancio a dire poco desolante e fortemente preoccupante. La situazione economica ed occupazionale da Letta a Renzi è ulteriormente peggiorata. Il rapporto deficit/pil è peggiorato, incrementando la spirale recessiva; è aumentata la disoccupazione ed è calata ulteriormente la già bassa produzione industriale; sono aumentati per contro i decreti attuativi inevasi (senza i quali le leggi non hanno valore). Insomma gli auspici lanciati e le condizioni poste alla fine dello scorso anno anche dal Presidente della Repubblica, sono stati tutti disattesi, con grave danno per tutto il Paese. Se da un lato va dato atto al Presidente della Repubblica di avere tenuto il timone in un fase politico-istituzionale davvero critica per l’Italia, non si possono nascondere le responsabilità legate a quelle che a tutti gli effetti si sono dimostrate scelte sbagliate per il Paese. “”Se non ci fosse stato lui – ha affermato Renzi riferendosi a Napolitano – nulla di quello che abbiamo fatto in questi mesi sarebbe stato possibile””. Figuriamoci se non ci fosse stato, viene da chiedersi! Visto che più di ciò che è stato fatto oggi siamo obbligati a parlare di ciò che non è stato fatto per arginare e frenare il peggioramento di tutti gli indicatori, oltreché per garantire la governabilità auspicata.

 

E’ chiaro che individuare un nome adatto a ricoprire la prima carica dello Stato in un tale contesto istituzionale e politico, si prospetta come un’impresa alquanto difficile, se non impossibile. Lasciando ad altri i toto-nomi, questa mattina, guardando la rassegna stampa, ho fatto però due più due mettendo insieme da un lato l’apertura di Berlusconi per la corsa al Quirinale ad un nome PD, e dall’altro l’intenzione di Napolit
ano di dare soluzione all’imbarazzante questione Marò. E questa semplice operazione mi ha portato nuovamente al nome, già balzato e rimbalzato, dell’attuale Ministro della Difesa Barbara Pinotti, donna giovane, PCI e poi PD ma non troppo e dalla statura fisica tale da non farla sfigurare nemmeno di fianco ai corazzieri del Quirinale. Una possibile candidata che ha però il suo tallone d’achille nel venire automaticamente associata all’incapacità di non avere risolto, lei, come Ministro della Difesa, la questione Marò. Tolta questa macchia, una convergenza su di lei potrebbe soddisfare di certo la smania di novità e di parità a tutti i costi anche di chi vorrebbe per la prima volta un Presidente donna. Comunque vada, nel mio piccolo, non vedo comunque nessuno all’orizzonte in possesso di capacità tali da prendere in mano la guida dello Stato in queste condizioni, senza prima avere varato la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Napolitano, negli ultimi anni, pur di mantenere la governabilità, ha dovuto esercitare e spingere davvero oltre, come nessuno aveva mai fatto, i suoi poteri. Napolitano, oltre al Capo dello Stato, è stato e continua a muoversi come super Capo del Governo, in una continua emergenza istituzionale. E questo non va bene. Una cosa è certa. In queste condizioni, non credo ci sia nessuno capace, oggi, di tenere in mano il timone e di esercitare tali straordinarie funzioni. Per questo, prima dei nomi, sarà importante se non necessario approvare preliminarmente quegli strumenti, fondamentali, che dovevano già essere stati approvati, per ritornare ad una situazione di normalità, per garantire governabilità e stabilità al sistema, al di la e ancora prima del Presidente che sarà eletto, e per riportare nel lungo periodo le funzioni del Presidente della Repubblica da quelle di super-Premier a quelle di un capo dello Stato garante dei principi costituzionali. Un’auspicio che si scontra, oggi, con i ritardi e la ristrettezza dei tempi. Anche se Renzi trovasse la quadra e desse quell’accellerata che fino ad ora non c’è stata quelle riforme vedrebbero la luce non prima di maggio e nessuno ormai scommette che Re Giorgio possa prorogare ancora, anche solo di sei mesi, il suo mandato.

 

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