Il ponte è crollato. Ora cerchiamo di trarre le conclusioni

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Giunto al termine dell’inchiesta sulla scuola il direttore Alberto Broglia riassume, puntualizza e conclude.

… E del vecchio edificio scolastico non resta più niente: tutte le tegole al suolo, muri maestri e pilastri divelti dal bulldozer, mattoni in briciole, fango, poltiglia e, sopra l’immensa rovina, una fittissima nube di tenebra [1] .

e, sopra l’immensa rovina, una fittissima nube di tenebra: con questo cupo, metaforico sudario Pietro Citati depone, descrivendo la situazione a cui siamo giunti, una lastra di Nero Marquina sulla scuola.

I suoi colleghi letterati, gli esaminatori, gli studiosi di scienze matematiche, i docenti, ciascuno con sfumature diverse, concordano.

Ormai, nella disamina effettuata, tutti gli aggettivi e i sostantivi sono stati usati: catastrofe, macerie, sciagurate scelte, detriti, immensa rovina, etc.: ripetersi sarebbe ridondante e non gioverebbe a nulla. Cerchiamo di guardare in faccia la realtà nel modo più razionale possibile, senza farci trascinare dalla sacrosanta voglia di gettare tutto nelle “scoasse” [2] .

Supponiamo di esserci trovati, molto tempo fa, in una terra poco conosciuta. Giunti al proverbiale bivio siamo stati costretti ad imboccare una via che pareva essere più agevole, larga, ben pavimentata e in leggera discesa: interrogazioni di gruppo, ventisette politico per tutti, basta con la disciplina, con le punizioni, con l’ubbidienza, con i voti, con la fatica dello studio, con gli esami, con il merito, ridefinito sprezzantemente “meritocrazia”, con i libri di testo un po’ grigi, ma impegnativi, etc. etc. (Fu come invitare le oche a bere; ma non era acqua, si trattava di vodka). Cammina cammina ci siamo trovati prima in un acquitrino, con l’acqua limacciosa progressivamente giunta fino alla cintola. Poi l’acquitrino si è trasformato in palude estesa e davanti a noi un gorgo melmoso. Che si fa? Si torna indietro fino al bivio ove si fece quella “scelta” sciagurata e si imbocca l’altro sentiero, stretto, erto, certamente più faticoso, o si prosegue verso il gorgo?

In luogo dell’edificio caro al prof. Citati, immaginiamo un ponte. Un ponte vecchio di secoli che univa le due rive di un fiume largo ed impetuoso. Aveva sempre retto bene l’impeto della corrente, ma era troppo stretto e potevano passare solo i carri ed i veicoli più piccoli. Alcuni manovali, atteggiandosi a ingegneri, si impossessarono del ponte e degli argini; non sapevano nulla, non avevano la più pallida idea di come costruire un nuovo ponte, tuttavia, invece di ampliare quello vecchio, salvandone la struttura nel rispetto delle leggi di statica e dinamica che lo avevano fatto resistere per secoli, lo distrussero. Il prodotto degli improvvisati sedicenti ingegneri mostrò subito crepe e cedimenti strutturali. Alla prima ondata di piena si è sgretolato. Non poteva che essere così: il progetto era improvvisato, i calcoli infondati, le materie prime utilizzate marcescenti, l’armatura inesistente. Ora non c’è più alcun ponte, è rimasta solo una passerella di fortuna.

Metafore a parte, credo che sia indispensabile ed inevitabile ricostruire su stabili principi e su valori positivi tutto il ponte o, se preferite, l’edificio scolastico. Partendo dal culmine, dall’obiettivo di eccellenza: l’Università.

Se vogliamo che nella nuova generazione, da poco approdata nel mondo scolastico, l’Università torni a laureare studenti formati, preparati, colti, educati, nel senso etimologico del termine [3] , è necessario individuare un percorso scolastico che preveda serietà, impegno, voglia di faticare sui libri, intelligenza, senso del dovere, rispetto delle regole, riconoscimento del merito, selezione del demerito. “Occorre tagliare subito la strada ai pigri, futuri spostati” sosteneva Piero Gobetti nel 1919 [4] : sono trascorsi novant’anni, ma quell’inciso è ancora colmo di valore.

Questo per quanto concerne il primo vertice del triangolo che racchiude il mondo della scuola: i discenti.

Rimangono, in tutta la loro imponente carenza, gli altri due vertici: docenti e genitori.

È auspicabile che i primi sappiano ritrovare quell’autorevolezza che da troppo tempo e troppo spesso è inesistente, inoltre devono riacquistare la capacità di educare oltre che di istruire, con particolare allusione ai primi anni di scolarità. È in quegli anni, infatti, che si insegnano prevalentemente principi educativi e formativi; la conoscenza approfondita delle varie materie sarà acquisita, invece, negli anni successivi, a condizione che le basi educative acquisite si rivelino solide e vengano mantenute, non erose.

È ovvio e sottinteso che per i docenti, sia la conoscenza della materia di insegnamento, sia la cultura generale, devono essere di alto profilo: quando si manifestano carenze specifiche o penurie culturali non si ha a che fare con insegnanti, ma con persone sicuramente degne cui vanno però affidati compiti più consoni alle loro specifiche capacità.

Poi il ciclo si ripete all’infinito: pessimi professori universitari generano profes­sori di liceo ancora peggiori, e questi allevano studenti per i quali scrivere una pagina in italiano è molto più arduo che ascendere l’Himalaya [5] .

Qualsiasi funzione o attività che preveda attribuzione di responsabilità non può, per nessuna ragione, essere considerata acquisita in via definitiva: basti pensare al pilota di un aereo che diviene alcolizzato o ad un magistrato che inizia ad agire in modo indegno. Devono pertanto essere previsti, oltre ai corsi di aggiornamento, accertamenti periodici che garantiscano una valutazione obiettiva con conseguente remunerazione in funzione del merito, ma garantiscano anche l’allontanamento dalla cattedra di coloro che dimostrano di non possedere i requisiti necessari. Questo, fra l’altro, ritengo sia un passaggio obbligato per consentire ai docenti di ogni ordine e grado di riappropriarsi di quella autorevolezza che oggi sembra definitivamente perduta.

Ho la presunzione di credere che nessun risultato degno di nota potrà essere ottenuto nell’opera di ricostruzione dell’edificio (o del ponte) se il corpo docente non si rivelerà all’altezza del compito.

I genitori rappresentano l’anello più debole o, se preferite, l’angolo ottuso del triangolo. Le motivazioni sono molteplici e, alcune fra le più importanti, sono state egregiamente descritte nell’articolo di Maria “Ho caduto, son caduto, sempre a terra ho andato [6] . Ci sono ottime probabilità, peraltro, che una volta recuperata autorevolezza da parte dei docenti, soprattutto nelle scuole elementari e medie, si risolva in buona parte questo problema. I genitori degli studenti di oggi, credo di averlo già scritto, sono stati, a loro volta, in buona parte vittime inconsapevoli della rivoluzione “culturale”, come venne pomposamente chiamata, che si manifestò sul finire degli anni Sessanta: molti ne portano i segni indelebili, rari sono i casi di immunità dal morbo.

Tutto ciò che è stato compiuto da quegli anni in poi ha contribuito in maggiore o minore misura a demolire il vecchio ponte che consentiva ai ragazzi di lasciare alla spalle l’argine dell’ignoranza, della barbarie, dell’indisciplina, dell’anarchia, dell’inciviltà, della disubbidienza, dell’istigazione alla non osservanza di leggi e regolamenti, mentre offriva la possibilità a tutti, seppur con un angusto e faticoso passaggio, di approdare alla riva ove ognuno, in virtù delle proprie capacità e dell’impegno profuso, ovvero del merito, poteva mettere a frutto le conoscenze acquisite per esercitare il mestiere, l’arte o la professione prescelta, rispettando il prossimo, le leggi, la società.

In altre parole, i fermenti che agitarono gli anni Sessanta, con l’annichilazione viol
enta di valori essenziali ed immutabili da parte di una sparuta minoranza, hanno contribuito in misura non piccola alla nascita ed alla crescita abnorme dei non-valori che caratterizzano il mondo della scuola di oggi e, per inevitabile derivazione, della società. Mi riferisco ancora una volta, parlando di “non-valori”, al livello culturale infimo e al degrado generalizzato che caratterizza l’edificio scolastico.

Va da sé che non vi è una causa unica e non vi è un unico responsabile dell’attuale e della pregressa situazione scolastica: se, da un lato, sarebbe troppo semplicistico attribuire tutta la colpa ad un unico capro espiatorio, dall’altro significherebbe attribuire eccessiva importanza ai vari soggetti tribunizi, con o senza tonaca, che si sono alternati alla ribalta di quegli anni.

Ritengo invece che una larga porzione di responsabilità vada aggiudicata a coloro che, investiti in quel tempo del potere attribuito loro dalla popolazione attraverso regolari votazioni (ossia “democraticamente”, per usare un avverbio usato assai spesso a sproposito), per pusillanimità, incapacità o altro, vennero meno al dovere imprescindibile insito nella delega di potere loro affidata. Costoro si comportarono come il comandante e gli ufficiali imbarcati su un vascello che, durante una burrasca, invece di determinare la rotta e di impartire ordini all’equipaggio, codardi e infingardi se ne stanno in cabina a giocare a carte. Premio per i vincitori: le cabine più confortevoli, le portate più succulente della cena, oppure, nel caso in cui il vincitore fosse il comandante, una bella autostrada nuova nuova da Vicenza a Piovene Rocchette.

A distanza di quasi mezzo secolo e con i risultati spregevoli che abbiamo sotto agli occhi, si può affermare che, nell’insieme, quella sorta di rivoluzione “culturale”, cui ho accennato poc’anzi, riuscì solo a distruggere ciò che di non buono e di buono vi era, surrogando il livello culturale di quella scuola, che era un patrimonio invidiato da tutta l’Europa, con il vuoto desolante di pseudo-ideali molto schiamazzati, ma totalmente privi di contenuti. Pseudo-ideali che si diffusero e si consolidarono negli anni successivi, fino alla situazione attuale.

La scuola, è il caso di rammentarlo e di sottolinearlo ancora, è l’istituzione ove ieri si sono formati i cittadini di oggi e dove oggi si formano i cittadini di domani.

Proprio per questo è obbligatorio ricostruire il ponte e giungere all’altra riva ad ogni costo. Ci vorrà del tempo, si utilizzeranno materiali più nuovi, tecniche di costruzione più moderne, ma il progetto, la struttura, seppur più ampia, dovrà essere quella di un ponte progettato da ingegneri veri e costruito secondo consolidati criteri di statica e di dinamica.

Poco, anzi nulla, importa che, quand’anche fosse necessario, si debba tornare alla struttura ed alle arcate del passato: non risponde ad alcuna logica intelligente l’asserto che ciò che è venuto dopo sia necessariamente migliore di ciò che c’era prima.

Consentitemi un’ultima considerazione prima di concludere definitivamente.

Mi è  capitato di leggere ultimamente una serie di affermazioni, quantomeno discutibili ed in massima parte false, circa l’ubbidienza e la disciplina insegnate e applicate nella scuola precedente al ’68.

Che accadeva dunque di tanto terribile?

Gli insegnanti esigevano rispetto e dovevano essere rispettati. Gli allievi, spesso raccolti in classi di circa trenta ragazzi, dovevano mantenere un contegno educato. Tutto qui.

La similitudine con la disciplina militare (che ha una finalità ben diversa) è del tutto inventata ed è utile solo a camuffare la mancanza di altre argomentazioni degne di questo nome.

Chi ha inteso dipingere l’ubbidienza scolastica esistente allora come qualcosa di affine ai battaglioni di disciplina descritti da Sven Hassel [7] nei suoi libri, o ebbe la mente giovinetta sconvolta e traumatizzata dalla visione dello sceneggiato televisivo “Nicola Nickleby” [8] , o mente sapendo di mentire.



[1] La Repubblica (20 maggio 2008 pag. 47) L’università in guerra con Omero e Dante pag. 1 di Pietro Citati.

[2] Rüèra, rumenta, rusco, mondezza, insomma, la spazzatura.

[3] Dal lat. educere: condurre fuori. Il verbo era impiegato in origine per indicare l’azione di condurre fuori dal porto una nave, affinché potesse affrontare il mare aperto.

[4] Da: “Nota sulla crisi dell’insegnamento della matematica” del prof. Francesco Schembari.

[5] La Repubblica (20 maggio 2008 pag. 47) L’università in guerra con Omero e Dante pag. 1 di Pietro Citati.

[6] www.dabicesidice.it 133 in Agorà.

[7] Sven Hassel è uno scrittore danese, autore di romanzi di guerra basati su esperienze, forse autobiografiche, vissute durante la seconda guerra mondiale.

[8] Tratto dall’omonimo romanzo di Charles Dickens e trasmesso in Tv nel 1958 per la regia di Daniele D’Anza.

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