Il PIL ci rappresenta?

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Siamo sensibilissimi alle variazioni del Pil e su quel dato siamo stati abituati a misurare per conseguenza diretta il nostro benessere. 

 


Due settimane fa La Repubblica approfondiva altri indicatori che non fossero soltanto il valore di mercato delle merci e dei servizi prodotti, ma nulla spiega la limitatezza del Pil meglio delle parole di Robert Kennedy, pronunciate mezzo secolo fa e sembra che da allora, sul tema dei sistemi di misurazione della qualità della vita, non abbiamo saputo fare molti passi avanti. Disse: “Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarete”, “Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari”,”Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né nell’equità nei rapporti tra di noi. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Il problema è sentito da molto tempo ed esiste perfino uno schema di decreto del Ministero dell’Economia, basato sullo studio pluriennale di Istat e Cnel, che individua dodici ‘indicatori di benessere equo e sostenibile’: indice di abusivismo edilizio, indice di disuguaglianza, indice di povertà assoluta, indice di speranza di vita in salute, indice di occupazione femminile, reddito medio pro capite, sovrappeso e obesità, uscita precoce dall’istruzione, criminalità predatoria, efficienza della giustizia civile, emissioni di CO2, tasso mancanza di lavoro.

Giuseppe De Rita, del Censis, è convinto dell’utilità del Pil e, in fondo, della sua insostituibilità, arrivando a concludere: “Negli ultimi anni sono stati pubblicati tanti studi e classifiche pieni di paragoni internazionali su chi è più felice, ma non può diventare un criterio di impostazione delle politiche. Mettere il benessere potenziale come target del governo potrebbe essere giusto, ma il rischio è che poi il giudizio, la valutazione, diventino di tipo socio-economico, addirittura antropologico”.  E perché no, visto che l’antropologia studia l’essere umano sotto i profili sociale, culturale, morfologico, psicoevolutivo, artistico-espressivo, filosofico-religioso, dei suoi comportamenti all’interno di una società, ovvero studia l’uomo mentre l’economia che viene indicizzata nel Pil studia soltanto il suo portafoglio, quello che complessivamente abbiamo in tasca come nazione, senza tenere conto di chi ha le tasche vuote, le tasche con i buchi, il portamonete o i portafogli.

Non ho niente contro il Pil; è in effetti un indicatore utile e attraverso i suoi più e i suoi meno si possono leggere in controluce molte informazioni della società in cui viviamo e delle sue dinamiche, ma più è totalizzante il suo valore e maggiormente viviamo temi in cui conta solo la ricchezza derivante dalla produzione e dai consumi, mentre avremmo bisogno di produrre in base ai bisogni, quindi meno e nel futuro la crescita sarà direttamente proporzionale alla decrescita dei consumi, a parità sostanziale di benessere.

 

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