Il Papa, l’aids e il preservativo: attaccare la Chiesa e’ politically-correct.

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Come cattolico comincio a stancarmi di tutti gli attacchi strumentali perpetrati ai danni del Papa. L’ultimo in ordine di tempo, quasi fosse il momento principale del viaggio del Papa in Africa, quanto dichiarato da Benedetto XVI ai giornalisti prima ancora di arrivare a destinazione, ed ampiamente dibattuto sulla stampa nei giorni scorsi, in merito al diffondersi dell’Aids in Africa e al rimedio del profilattico “che rischia di aumentare il problema”.

Mi soffermo su quest’ultimo episodio perché in questa circostanza il Papa ha a che fare solo con se stesso: non può accusare nessun difetto di comunicazione. Mi confronto con le sue affermazioni, avidamente strappate e sapientemente rielaborate dai giornalisti, perché è da quelle che voglio partire per difendere il “mio” Papa e la Chiesa. Sulla base delle stesse, i governi europei e non solo, hanno ufficialmente criticato il pontefice in termini durissimi e Madrid, senza fare commenti, ha annunciato l’invio di un milione di preservativi in Africa. Tutti hanno parlato di “irresponsabilità” e di un Papa “che non vive nel ventunesimo secolo”. Condanne senza mezzi termini giungono dalla stampa internazionale: il New York Times scrive che il Papa si è messo “tristemente dalla parte del torto”, soprattutto per la sua affermazione che i preservativi “aumentano il problema”. L’accusa di fondo è che la Chiesa promuove la diffusione dell’Aids in Africa. Ma è proprio così? Eppure Benedetto XVI non ha detto che nelle relazioni sessuali promiscue è giusto non utilizzare il condom; ha proposto invece un ragionamento ampio, opportunamente “censurato” dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione. “La soluzione (al terribile flagello dell’Aids)” ha detto il Papa “può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo (…) una vera amicizia (…) per le persone sofferenti (…)”. Nessuna istigazione dunque al proliferare del contagio, quanto l’indicazione, non nuova per la Chiesa, che le armi migliori per combattere l’Aids, sono e restano la fedeltà, l’astinenza e la monogamia (problema particolarmente africano), e che bisogna “rinnovare l’uomo interiormente” educandolo al “vero” amore.

Il preservativo è una barriera, ma, dicono i medici, una barriera con limiti che molte volte vengono aggirati. Come mai infatti a Washington, dove i preservativi non mancano, la diffusione del male è pari a quella dell’Uganda? Non è la mancanza o il divieto dei preservativi a contare, ma evidentemente la promiscuità sessuale. E’ assurdo pertanto affermare che la possibilità offerta dal profilattico, dinanzi al problema del contagio, vada ad incentivare questa promiscuità aumentando il problema anziché risolverlo? Qual è stato l’errore del Papa? Ha forse sbagliato ad auspicare un’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità? Sbaglia nel riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia? O dietro a chi si straccia le vesti alle affermazioni del Papa vi sono mal celati interessi economici?

Illuminanti anche le parole dell’ex primo ministro francese Alain Juppè: “Questo Papa comincia a darci dei problemi”. C’è chi sostiene che tutte le Chiese, soprattutto le più organizzate, come quella cattolica, attuano una vera e propria dittatura culturale; vogliono impedire alla gente di ragionare con la propria testa, di fare libere scelte personali… E, aggiungo io, di seguire la pubblicità e tutti i falsi miti che ci vengono imposti dai media! Insomma la Chiesa dà fastidio al potere economico e politico tanto che Adriano Sofri su Repubblica del 19 marzo arriva a chiedersi se “bisogna augurarsi”, per il bene dell’Italia, “di ridurla allo stremo”.

Questo è il clima culturale in cui è costretto a muoversi questo Papa e la Chiesa tutta. E probabilmente è solo l’inizio.

“Volete andarvene anche voi?” chiese Gesù ai suoi apostoli che tentennavano dinanzi alla sue parole decise e difficili da accettare. Personalmente non ho dubbi: non intendo rinunciare all’uso dell’intelligenza, pertanto io resto con il “mio” Papa e con la Chiesa.

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