Il mondo arabo e islamico è debole, gli atteggiamenti più appariscenti, sono movimenti suicidi.

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Zouhir Louassini, di origine marocchina, è giornalista di Rai Med e Rai News 24. Avvicinato da Bice ci ha rilasciato il suo punto di vista sulla religione di Maometto e i suoi credenti.

Editore è membro del gruppo di ricerca sul mondo arabo contemporaneo dell’Università di Granada, Spagna. Ha pubblicato, tra l’altro, La identidad del Teatro marroqui, Granada, Università di Granada 1992, e Qatl al-arabi, Tangeri, Shira, 1998, sull’immagine degli arabi nei mass media occidentali.   

 

Qual è il rapporto tra vita secolare e Corano per un musulmano moderno? È vero che la religione è un punto di riferimento non solo per un praticante ma per chiunque senta un’appartenenza culturale al mondo musulmano?

 

In un certo senso è così: in generale il mondo musulmano vive la vita sulla base del Corano. È la società stessa che orienta verso una vita religiosa: la religione è molto importante. Stiamo parlando di società in cui non c’è libertà di espressione, libertà di credo, libertà di circolazione di voci diverse. Sono società che hanno la religione islamica al primo articolo della Costituzione. Unica eccezione la Turchia che è un paese costituzionalmente laico.

 

E chi vive in quei paesi come fa?

 

Chi vive in quei paesi non ha scelta: è obbligato a seguire le regole dell’Islam. Certamente ci sono molte persone che lo fanno volentieri perché ci credono, ma quelli che non credono – e non potremo mai sapere quanti sono perché è vietato – sono obbligati ad adeguarsi per non avere guai.

In occidente molti si convertono all’Islam, ma nei paesi islamici la conversione a un’altra religione sarebbe assolutamente impossibile, perché ci sono leggi che lo vietano e che alcune volte condannano a morte chi abbandona la religione.

 

Per molti di noi è difficile immaginare una situazione di questo genere

Penso che il mondo occidentale dovrebbe capire tre elementi che caratterizzano il mondo islamico, altrimenti si ripetono sempre le stesse cose senza rendersi conto di qual è il vero problema.

Numero uno: la società araba, o la società islamica più in generale, è una società in cui ci sono voci che a livello sociale sono rivoluzionarie, ma a livello ideologico sono reazionarie. Intendo dire che esistono fermenti verso un cambiamento, che però è diretto verso il passato: verso un Islam più puro risalente all’epoca del profeta Maometto, ovvero a quattordici secoli fa. è chiaro che si tratta di un modello che non appartiene al presente e nemmeno al futuro.

Il secondo punto da tenere presente è che il mondo islamico conosce la modernità e la democrazia, ma le interpreta male, perché ha conosciuto entrambe attraverso la colonizzazione o le guerre. E quindi rifiuta entrambe perché sono state imposte e non si sono sviluppate dall’interno. Questi due elementi spiegano il terzo, ovvero il fatto che il mondo islamico è presentato in occidente come un mondo violento, come un pericolo.

Se poi veramente i primi due elementi spieghino il terzo, oppure sia il terzo a spiegare i primi due, io veramente non lo so. Sto esponendo un ragionamento che è iniziato solo adesso.

 

Ma, secondo lei, il mondo islamico è veramente un pericolo?

 

Il mondo arabo e islamico è debole, debolissimo, non può essere pericoloso per nessuno – se vogliamo, può essere un pericolo per se stesso e basta. I movimenti che vediamo, gli atteggiamenti più appariscenti, sono movimenti e atteggiamenti suicidi. Sono simbolici di una società che trova risposte in un discorso di morte, suicida. Normalmente il suicidio, anche a livello psicologico, è un momento di malattia, non di cura o di cambiamento: è un gesto estremo che nasce da una frustrazione enorme e da una mancanza di speranza.

La società islamica è una società malata, psicologicamente malata, che trova risposte o nel passato o nel suicidio. Mi sembra evidente che non sia un pericolo.

 

Cosa pensa della legge islamica, la shari’a, intesa come punto di riferimento sia morale sia normativo nella vita moderna?

 

Onestamente so che quello che dirò potrà offendere qualcuno, spero di no e se offendo qualcuno chiedo scusa fin da ora.

La shari’a non è più una legge che può dare risposte nel mondo attuale, moderno, globalizzato, e rispondere alle esigenze del presente: appartiene a un’altra epoca storica. Sicuramente nel contesto storico in cui è nata poteva rappresentare una rivoluzione: era una opzione di cambiamento. In quel contesto era una legge all’avanguardia, ma nel 2003 non è più valida.

Bisogna avere il coraggio di dirlo, bisognerebbe iniziare un dibattito su questo tema, ma ci vorrebbero pagine e pagine per spiegare perché non è più valida, soprattutto quando la shari’a è interpretata in un modo che è al di fuori di ogni logica moderna: come succede per tutte le leggi, non è solo la legge in sé che conta, ma l’interpretazione che noi diamo. Coloro che si autodefiniscono musulmani o teologi di questa religione, quando iniziano a interpretare arrivano a conclusioni che sono totalmente in contraddizione con il mondo moderno.

 

Non contiene neppure indicazioni morali?

 

Questo è un altro discorso, fino adesso ho parlato della legge. Quando la legge è applicata in un certo modo può non essere giusta anche a livello costituzionale: ad esempio quando tratta in modo diseguale l’uomo e la donna. Certamente il discorso religioso coranico ha molti aspetti positivi, come tutte le religioni, ma insisto sul problema dell’interpretazione.

Ognuno di noi interpreta la religione partendo da se stesso: se uno è aperto, vede nella religione apertura, vede un modo per avvicinarsi agli altri. Se uno è chiuso, vede nella religione la chiusura, vede solo la legge. Mi piace moltissimo un passaggio del Nuovo Testamento, che dice: «La legge è nata per gli esseri umani, o gli esseri umani sono nati per la legge?».

Io credo che la legge sia nata per gli esseri umani e che noi dovremmo interpretarla per vivere meglio: c’è differenza tra discorso e messaggio. Il discorso si ferma al testo: «Il Corano dice questo» e ci si ferma lì. Invece secondo me i musulmani dovrebbero andare verso il messaggio, che arriva dal Corano nel suo complesso, e che poi è quello di tutte le religioni: essere giusti con gli altri, cercare di rispettare gli altri, cercare di essere onesti, non fare agli altri quello che non ti piacerebbe fosse fatto a te. Basta un po’ di saggezza umana per arrivare a questa conclusione.

 

Ci sono stati esempi di musulmani che sono andati verso quello che lei chiama messaggio?

 

Nell’Islam ci sono personaggi come Ibn Arabi di Mursia: era un sufi, un mistico arabo andaluso. In una poesia dice: «Prima odiavo il mio vicino perché non credeva in ciò in cui io credevo. Adesso il mio cuore è un tempio, una chiesa, una sinagoga», e finisce con questa frase: «La mia religione è l’amore, e dove c’è l’amore ci sono io».

Una religione venduta e presentata come aggressiva ha dato anche dei personaggi, soprattutto i mistici, che hanno visto nel discorso religioso un messaggio di amore, di fratellanza… a partire dallo stesso testo! Dipende dalla persona. Spero di non essere troppo buddista con questa frase.

 

Quali sono i punti di forza della religione islamica ?

 

Un punto di forza dell’Islam è questo, nel bene e nel male: non c’è nessun intermediario tra l’essere umano e Dio. Questo è molto importante, perché è l’individuo che è giudicato, è l’individuo che deve trovare la sua strada. Si tratta di un principio assolutamente all’avanguardia se è interpretato bene, nel senso che ognuno di noi è responsabile di quello che fa, ognuno di noi ha la responsabilità di entrare in dialogo con Dio in modo diretto, non ha bisogno di nessuno che si metta in mezzo. Purtroppo molti musulmani si dimenticano di questo, non si rendono conto che l’Islam è un fatto personale, individuale. Questo è un elemento che deve essere sottolineato. È un punto di forza ma anche un punto di debolezza.

Molte volte penso che l’Islam crei tre tipi di relazione: con noi stessi, con Dio – un rapporto diretto, che nessuno può giudicare – e tra noi esseri umani. La cosa bella del Corano è che Dio ti giudica e ti condanna esclusivamente per quanto riguarda il terzo rapporto, quello con gli altri.

Nell’Islam Dio ti perdona anche per le cose che fai contro di lui, ma alcune volte non ti perdona per cose che fai contro altre persone. È un discorso molto importante: alla fine, nell’Islam, ciò che conta è come noi trattiamo gli altri. Forse questo è un punto in comune con il Buddismo.

 

E un fedele come si accorge di non essere stato perdonato da Dio?

 

Noi siamo in rapporto diretto con Dio, quindi si tratta di una consapevolezza interna. Tu puoi ingannare chi ti pare, puoi ingannare anche te stesso, ma questa forza è vigile su un aspetto della tua vita: come tratti le altre persone. Dio è grande, generoso, ti perdona tutto, ma non ti perdona quando tu ti comporti male con gli altri. È un discorso che mi sembra assolutamente universale, di una grande bellezza.

 

Cosa direbbe a qualcuno che non sa quasi nulla dell’Islam per fargli conoscere il cuore più autentico di questa religione, e fargli superare eventuali preconcetti?

 

Credo che non sia vero che la gente non conosce l’Islam. Se uno vuole analizzare una religione vede coloro che la praticano: esistono i musulmani, i cristiani, gli ebrei, i buddisti… L’Islam in senso astratto non significa niente. La religione, in generale, purtroppo ha in sé un elemento che secondo me può causare moltissimi problemi: quello di considerarsi detentrice della “verità”: questo porta un gruppo di persone a pensare che la propria verità sia più importante di quella degli altri. Da qui a imporre la propria verità agli altri il passo è breve. Sicuramente ci sono musulmani fanatici, dobbiamo riconoscerlo, ci sono musulmani chiusi che non vogliono vedere come il mondo stia cambiando, ma ci sono integralisti anche nelle altre religioni.

 

Oggi quando si parla di Islam il pensiero vola subito al terrorismo…

 

È vero. In questo momento di paura, di incertezze, si è creata l’idea di un Islam che è quasi sinonimo di terrorismo, di fanatismo, di odio. Una parte di verità c’è, non è tutto inventato, però non è tutta la verità sull’Islam. La maggior parte dei musulmani è fatta di persone pacifiche, che adorano vivere.

Spesso in realtà la violenza è reciproca, nel senso che esiste sia la violenza della realtà che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, ma anche la violenza dell’immagine che noi creiamo intorno all’Islam. Pensare che tutti i musulmani siano terroristi è violento rispetto ai musulmani. La violenza di chi butta bombe contro innocenti danneggia più o meno allo stesso modo di una visione che vuole mettere tutti i musulmani sullo stesso piano. Questo è molto pericoloso perché crea una spirale di paura che porta anche quelli che non sono né fanatici né terroristi a chiudersi tra di loro, creando un ghetto dentro la società italiana. E questo sì che è un pericolo.

 

Cosa si dovrebbe fare?

 

Dobbiamo lavorare per l’integrazione e soprattutto per la convivenza tra tutte le comunità. Credo che a una società come quella nostra italiana sia sufficiente porgere uno sguardo illuminato, intelligente, alla sua Costituzione per rendersi conto che abbiamo tutti lo spazio sufficiente per vivere bene insieme.

 

Johan Galtung parla di giornalismo di pace e giornalismo di guerra. È possibile, secondo lei, oggi fare giornalismo di pace?

 

Sì, si può fare, ma chi lo fa sarà sempre una minoranza, e perderà soldi. Il giornalismo, purtroppo, è all’interno di un mercato: se vendi puoi continuare, se non vendi stai ai margini. L’immagine che “vende” normalmente è quella che rispetta gli stereotipi vigenti, e se esci dagli stereotipi rischi. Le persone, dopo la morte di qualcuno, vogliono vedere gente che piange, vogliono vedere l’arabo musulmano fanatico in televisione, perché risponde all’immaginario che ha dentro e che normalmente è anche funzionale alla realtà. Infatti l’immagine ha una sua funzione: definendo extracomunitaria una persona, le sto dando un ruolo nella società, per cui va da sé che debba fare il cameriere, o il badante… ma nel momento in cui faccio uscire questa persona dalla categoria di extracomunitaria allora diventa un concorrente per il mio lavoro. Tra italiani abbiamo già tante difficoltà per il lavoro, se aggiungiamo pure gli extracomunitari…

Però io non credo che saranno i mass media a cambiare le cose, sarà la società stessa con il tempo a cambiare le cose, perché questi gruppi, che adesso sono deboli e con poca presenza nelle strutture della società, pian piano cominceranno a essere sempre più presenti e a cercare strumenti per difendere i loro interessi. E un loro interesse, sicuramente, sarà anche quello di avere mass media.

 

Secondo lei quindi il ruolo dei mass media per trasformare l’immagine negativa dell’Islam non è poi così centrale…

 

tti noi cerchiamo di stare attenti al modo di veicolare le notizie, l’informazione, ma alla fine basta un programma con una forte audience, per esempio sul tema del crocifisso nelle scuole, che ti distrugge tutto il lavoro che hai fatto. Ma questo non significa che ci dobbiamo fermare.

La società, quando ci sarà una nuova comunità che diventerà appetibile per il mercato, da sola si renderà conto che dovrà trattarla con rispetto, altrimenti non comprerà i suoi prodotti. In Francia è successo così: i mass media francesi per esempio fanno molta attenzione a quello che dicono, anche perché ci sono cinque milioni di persone che votano e trattarli male significherebbe perdere il loro voto.

 

Il mercato quindi è alla fine sempre più forte del cuore, dell’anima.

 

Purtroppo il nostro mestiere è condannato a questo, non c’è altra scelta, ma ciò non significa che alcune persone non devono continuare a fare quello che fanno: io nel mio piccolo cerco di difendere una logica di convivenza.

Rai News 24 è un canale dove questa logica è rispettata: qui tutti noi cerchiamo di lavorare nella prospettiva di una società basata sulla convivenza, su un progetto multiculturale, su una società proiettata verso il futuro.

Però siamo un’eccezione nella realtà giornalistica italiana.

 

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