Il mito del federalismo

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Vittorio Feltri ci regala su Libero un bellissimo editoriale: “” Il grave peso del Mezzogiorno””. Secondo il pluridirettore di quotidiani illustri si fa un gran parlare di Federalismo senza testarne la fattibilità reale. Non è un mistero che alcuni ( molti sì ma non la maggioranza degli italiani!) sperano che il Federalismo sia la panacea universale che ci affranchi dal dover versare pesanti tasse a Roma permettendo al Nord di tenersi i suoi sudati euri e di investirli in servizi efficienti, obbligando in tal modo il Sud a diventare autonomo o quantomeno a darsi una mossa per sopperire al mancato assistenzialismo. Ma chi lo voterebbe un siffatto federalismo? Le due camere attuali, composte per due terzi da meridionali eletti nei propri collegi? E, anche se per assurdo fosse possibile, ve lo immaginate la reazione del Mezzogiorno? Una generale rivoluzione popolare! Si scatenerebbe una tale battaglia fra le due Italie ( o fra l’Italia e la Padania, come direbbe il Senatur ) da far saltare il governo e l’intero Parlamento.

Ma ipotizziamo che la legge passi, che la votino anche deputati e senatori meridionali (la maggioranza): immediatamente scatterebbe il Referendum, subito accettato dalle varie corti. Escluse alcune regioni, dove il voto sarebbe positivo la massimo al 60%, dall’EmiliaRomagna in giù boccerebbero la legge con il 90% dei voti! Risultato finale: abrogazione immediata del Federalismo fiscale ed ennesima uscita dal governo della Lega Nord. A meno che…siccome questo Federalismo fiscale sembra essere il collante che tiene unita la CdL e che Berlusconi intende restare al governo per l’intero mandato, non risulti che questo tanto menato Federalismo in buona sostanza si riveli all’acqua di rose, un provvedimento omeopatico che non rappresenterà nessuna minaccia per il poderoso apparato assistenziale finanziato dal Nord e fonte eterna di sostentamento per il Sud. Convengo con l’ottimo Feltri, lui sì vero “”animale”” politico: anche questa volta il Nord se lo piglierà in saccoccia. Quello che più mi rode dentro è che dovrò nuovamente constatare come un movimento politico prettamente territoriale, nato cavalcando le rivendicazioni e i sogni di quel territorio, abbia potuto illudere così il suo elettorato per vent’anni senza raggiungere un solo risultato del suo fantasioso programma elettorale se non le poltrone nelle istituzioni per gli eletti. Nonostante le capriole e i salti mortali della sua dirigenza, il suo elettorato si ritrova nelle medesime condizioni di partenza: a rincorrere i miraggi con il meridione a mò di zaino in spalla.

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