Il Griso, i bravi ed il geniale taglialegna

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Riminiscenze manzoniane! Un percorso lineare, secondo Ugolino, che ci conduce fino a Romano Prodi.

“Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il Griso acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s’avviavan da quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. “Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo: così si va. Vergogna! Dietro a me, e uniti . [1]

 

Un boscaiolo taglialegna, che passa per essere dotato di un acume eccelso, si diverte a stupire i compagni e gli abitatori della foresta, suoi accalorati e lungimiranti fan, con una macchina apparentemente semplice che gli consente, tuttavia, effetti prodigiosi.

Si tratta, in parole povere, di una carrucola appesa all’ultimo ramo di un’altissima sequoia. Egli, fra lo stupore generale, si appende ad uno dei due canapi e comincia quasi magicamente a salire. Il motivo è semplice: appeso all’altro canapo, lassù in alto in alto, c’è un contrappeso che (e qui sta il colpo di genio del Genio per eccellenza) aumenta la sua forza di gravità grazie al trascorrere del tempo.

Sempre più in altooo”, scandiva un celebre slogan pubblicitario, strillato dall’intramontabile Mike.

Più in alto si sale, più rumoroso e definitivo sarà il tonfo della caduta”, è scritto in una raccolta di citazioni di quel brav’uomo di Mao Tse-tung[2], altrimenti nota come “libretto rosso di Mao”.

Sta di fatto che quanto più trascorre il tempo, tanto più la massa del contrappeso sembra aumentare e tanto più il taglialegna sale verso la vetta della sequoia.

Come e perché ciò avvenga (deliquio generalizzato, ipnosi collettiva, epidemia fulminante di imbecillità o altro), non è dato sapere. Tuttavia avviene.

L’entusiasmo, il delirio, gli applausi e gli schiamazzi dei fan del taglialegna, accomunati allo squittire delle pantegane ed allo stormir di fronde degli abitatori della foresta, si odono fino ai margini della stessa.

Giunto in corrispondenza di uno dei rami posti a circa metà della sequoia, il taglialegna si ferma e s’accomoda a cavalcioni sul ramo.

Con teatrale lentezza estrae dai calzoni e dalla giubba una sega e un’accetta innalzandole al cielo. Dall’alto guarda la folla attonita e, per esprimere compiacimento e soddisfazione per la genialità della sua superba invenzione del contrappeso temporale, sfodera il sorriso sesquipedale manubriato[3] che solo lui possiede.

Poscia, sicuro di sé, si mette a dar colpi d’accetta prima e a segare poi il ramo su cui è seduto.

La folla osannante, visto il lato del ramo che sta segando, improvvisamente si azzittisce. Qualcuno fra i più intelligenti, (lo sono tutti, ma alcuni lo sono di più) si passa una mano fra i capelli. Qualcun altro, che indossa la maglietta attillata con una scritta sul davanti e sul didietro[4], strilla qualcosa.

Il taglialegna, imperterrito, non sembra curarsene e proclama a gran voce:

– Decido io! –

e continua nella dimostrazione di sublime intelligenza.

Un colpo secco, il ramo si tronca e il taglialegna piomba al suolo, con il sorriso sesquipedale manubriato ancora scolpito sul faccione.

Gli abitatori della foresta del regno animale e vegetale: ciuchi, pantegane, topastri, querce, ulivi, margherite e fan in genere, costernati, si azzittiscono, mentre i ratti di piccole dimensioni fuggono squittendo nelle tane.

 

Un uomo politico, se ben ricordo appartenente allo schieramento opposto a quello del Genio di Scandiano, ha osato dire che il governo, di cui si piange con unanime strazio la dolorosa caduta in questi giorni, è stato il peggiore della storia repubblicana.

Duole constatare, onorevole Fini, come anche Lei, che ha ricoperto e ricopre posizioni di rilievo nell’ambiente politico e nella vita pubblica, ignori la Storia (badi bene: non si pretende l’ermeneutica storica, tanto cara a qualcuno fra i miei acculturati detrattori, ma si richiede almeno la conoscenza della mera successione storica dei fatti) della nostra sventurata ed ormai miseranda Nazione.

Ripassi, onorevole Fini, l’Historia d’Italia dal 1861 ad oggi, e scoprirà che un disfacimento siffatto non si è mai visto: nessun capo di governo, per quanto geniale, è stato capace di tanto, a partire dal periodo regio per giungere all’attuale fase repubblicana, transitando per l’odiato ventennio fascista (trascurando, solo ed ovviamente, la tragedia immane della guerra, soprattutto per ciò che ne è seguito dal 1943 in poi). Neppure Mussolini, infatti, che pur in fatto di sfacelo ne sapeva qualcosa, è riuscito a fare tanto in così poco tempo e su un fronte tanto ampio.

E non si è mai visto neppure nel Burkina Faso, il cui significato tradotto, ironia della sorte, è“Terra degli uomini onesti”.

Forse si trova qualcosa del genere in qualche ras dei paradisi comunisti. Mi viene in mente quel brav’uomo di Ceausescu, e anche qualcun altro.

Mi par di rammentare che un assiduo ed affezionato mio lettore si dilettasse, ai tempi del precedente governo, di gratificare l’Italia come “repubblica delle banane”. Chissà se ha ancora voglia di scherzare e chissà con quale altro frutto sostituirebbe le banane. Forse con il mango.

Io però commetto sempre il solito errore: dimentico che le loro signorie sono avvezze a mentire per la causa, anche negando l’evidenza solare.

Ad ogni buon conto ripeto per quelli della maglietta: la decomposizione, la putrefazione, il vergognoso sfacelo in cui il governo, di cui piangiamo la caduta, disperati, straziati e uniti nel dolore, ha precipitato questo sciagurato Paese nell’arco di soli venti mesi, è un primato che difficilmente potrà essere superato.   

La sintesi emblematica, lo stemma, il marchio di qualità da cucire ad imperitura memoria sulla banderuola di questo governo, è, per il diritto, l’immagine degli ignobili cumuli di immondizia di Napoli, mentre per il rovescio è rappresentato dal tragicomico, grottesco, immondo palleggio di responsabilità, dall’ignavia, dall’incapacità persistente e conclamata, a livello locale e centrale, ad affrontare e risolvere un problemino che in ogni altra regione d’Italia e nel resto del mondo civile è stato affrontato e pressoché risolto.

Giova forse ricordare a quelli della maglietta, ma anche a tutti noi semmai l’avessimo scordato, che un’avvisaglia solida e clamorosa della gravità della situazione si era già limpidamente manifestata l’estate scorsa, senza ovviamente far sortire alcun rimedio.

Il mondo intero, come tutti noi, ha visto quel marciume fetido e infame.

Il mondo intero, come tutti noi, sa valutare la capacità di chi doveva intervenire e risolvere.

Il mondo intero ha valutato, come tutti noi, che tale capacità è stata inversamente proporzionale al volume dell’immondizia accumulata: capacità tendente a zero per n (immondizia) tendente all’infinito. (Così facciamo felice anche il professorone Odifreddi[5]).

Il mondo intero ha osservato, come tutti noi, che nessuno ha avuto il microgrammo di dignità necessario per rassegnare le dimissioni e chiedere scusa.

Il modo intero, come tutti noi, ha constatato per conseguenza che l’inettitudine e l’indegnità delle loro signorie, tutte, è direttamente proporzionale al volume dell’immondizia accumulata.

Il mondo intero ha visto che gli Italiani (sì, perché alla fine identificano tutti noi in quella ignobile e putrida cloaca a cielo aperto) non sono capaci neppure di prendere a calci (eufemismo bonario) tutti i responsabili e gettarli nell’unico luogo dove meritano di stare: nelle fogne.

Lo dico con affabilità: tutti quanti nelle cloache: papaveri locali e centrali, presidenti, ministri, sottoministri, governatori, sottopresidenti, sindaci, sottosindaci, commissari, portaborse, impiegati dello Stato (avrebbero dovuto fare qualche indagine in tutti questi anni o sono troppo ingenuo per aver pensato una simile cosa?), verdolini, arcobaleni, pifferai, pantegane, topi e gaglioffi in genere.

Il resto, il campionario delle altre ignominiose prodezze che ha combinato codesta accozzaglia governativa, non serve ricordarlo, almeno per ora.

Di più è meglio non dire, per ora almeno.

Codesta compagine governativa ed il Genio che l’ha guidata godranno del raro, anzi, del singolare privilegio di passare alla Historia d’Italia come “il famigerato secondo governo Prodi”.

 

Dio, nella Sua infinita bontà, ci scampi dall’eventualità di un terzo siffatto pateracchio e ci liberi, in via definitiva, dal Griso e dai suoi bravi, ovvero dall’astutissimo, geniale taglialegna ed anche da buona parte degli abitatori della foresta.

Amen.

 

Ugolino


[1] I Promesi Sposi – Cap. VIII

[2] Mao Zedong

[3] Vogliate apprezzare il riferimento alla classicità del tardo Romano impero: il “sesquipedale manubriato” è un tegolone, un laterizio piatto, di smisurata grandezza (un piede e mezzo) di pietra priva di qualunque valore, se non di quello derivato dal peso. Con incredibile capacità premonitoria gli avi prefigurarono simbolicamente le tre narici. (Vedi l’articolo “Un sorriso che sprizza genialità” – n° 108bis di Dabicesidice)

[4] Io sono un co…one

[5] Piergiorgio Odifreddi (Cuneo, 13 luglio 1950) è un matematico, logico e scrittore italiano.

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