Il grande merito dei nostri politici: farci rimpiangere i loro predecessori

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di Alberto Venturi

Nei vent’anni della Seconda Repubblica, se mai è stata davvero qualcosa d’altro dalla prima e non la sua prosecuzione degenerativa, gli Italiani hanno schizofrenicamente cercato l’uomo della provvidenza a destra, al centro e a sinistra, fra politici di professione, imprenditori, bocconiani, giovani rampanti e gente di spettacolo, con fiammate d’entusiasmo improvvise, subito scemate, incrementando soltanto il numero di persone a cui dovere garantire congrui vitalizi. A loro e alle loro corti.

Non è una questione di persone ed è ormai palese, neanche di sistema elettorale e di finanziamento dei partiti. Le riforme delle istituzioni servirebbero, ma non raffazzonate come l’attuale abolizione delle Province e il ruolo nuovo del Senato: fanno acqua da tutte le parti e annullano il voto dei cittadini, dando potere a chi potere ha già con un accumulo di ruoli inefficace e pericoloso. Anche su questi fronti non ci siamo fatti mancare niente, senza ottenere alcun miglioramento.

Risalendo la corrente degli anni non si vede un taglio netto fra seconda e prima repubblica e il Craxi colpito dal lancio di monetine è sì l’istantanea che passerà alla storia, ma il prima e il dopo costituiscono un unico fiume, dove i difetti e i peccati della politica italiana hanno continuato a scorrere: costruzione del consenso caricando il debito pubblico, lottizzazione, contiguità con la criminalità organizzata, incapacità di riformare lo stato disegnato dai padri istituzionali, trionfo della burocrazia e dello statalismo inefficiente, disonestà.

La differenza maggiore fra le due repubbliche è nella preparazione e nella consapevolezza dei politici. Il percorso di formazione e di studio al quale obbligavano tutti i principali partiti, utile anche ad una selezione dei quadri, è completamente abolito. Al contrario, è meritoria l’assoluta estraneità a qualsiasi attività politico-istituzionale.

Basta frequentare i consigli comunali per rendersi conto di come un alto numero dei suoi componenti siano probi cittadini, animati da buona volontà, ma in grado di rappresentare soltanto le proprie istanze e non di proporsi come portavoce del loro elettorato in un confronto permanente che i partiti strutturati garantivano.

Avremmo dovuto capire che qualcosa non andava dietro l’insegna ‘seconda Repubblica’, vedendo che i gestori erano sempre gli stessi (e alcuni ancora lo sono, ovviamente anagrafe permettendo), graziati in mille modi dalle vicende giudiziarie e rientrati nuovamente in pista. Non possiamo perciò rimpiangere i predecessori degli attuali governanti; in realtà stiamo ancora aspettando i successori perché arriveranno quando gli Italiani capiranno che il bene comune, basati su diritti e doveri,  porta frutti per tutti, mentre il favore personale funziona una volta, le altre novantanove si viene deprivati di diritti  (quando il favore premia un altro). 

di Gianni Galeotti

Correva il 1992 quando l’inchiesta denominata ‘tangentopoli’ scosse il panorama e l’assetto politico ed istituzionale del nostro Paese. La prima Repubblica, quella degli scandali del PSI e della DC, dei Craxi e dei Forlani, dei Cirino Pomicino e dei D’Alema, era finita. Per la prima volta la magistratura sembrò intaccare un sistema di apparentemente intoccabili, fatto di tangenti e corruzione.

 Un’intera classe politica e di governo, con i suoi intrecci perversi con la finanza, l’economia ed i poteri forti, fu spazzata via, sulla carta e con manette. Sembrò una rivoluzione. Sembrò che tutto non sarebbe più stato come prima e che da quel momento si sarebbero aperte le porte alla seconda repubblica, libera dai mali della prima. Oggi, a quasi quindici anni di distanza, non è cambiato nulla. I grandi scandali dell’Expo, del Mose, di Roma Capitale, hanno nuovamente fatto emergere un malaffare strutturato e con le stesse caratteristiche rispetto a quello del 1992, con addirittura anche stessi nomi come il celeberrimo compagno G. Ciò che è cambiato è cambiato in peggio: la politica ha perso il suo primato, anche nel malaffare. Se una volta si rubava per il partito, oggi si lo si fa per sé stessi, per il proprio gruppo di potere. Se una volta per essere ministro era necessario conoscere le istituzioni e la politica, oggi basta molto, ma molto meno. A destra ed a sinistra, il problema ha perso il proprio primato. Da un lato il Berlusconi politico e capo di governo ha eliminato di fatto dal parlamento anche quella quota teste pensanti, testimoni di quella cultura liberale e conservatore di centro destra, che aveva incarnato la maggioranza moderata del Paese e che controbilanciava la quota di veline ed olgettine; dall’altro la sinistra ed in particolare il Pcd-Pds-Ds-Pd, ha smesso di farsi anche scuola politica, saltando di fatto due o tre generazioni di politici di professione e facendo arrivare allo scranno parlamentare o addirittura di ministro persone che quindici anni fa, nel vecchio partito e nel vecchio sistema, avrebbero al massimo potuto aspirare ad un mandato da consigliere comunale. Una valutazione che non si può applicare a quei movimenti, diventate forse parlamentari che hanno fatto dell’antisistema e dell’antipolitica il proprio programma elettorale. Forze parlamentari che proprio per questo difficilmente potranno diventare, se non a costo di rinnegare sé stesse, anche forze di governo. Sta di fatto che soprattutto sul fronte dell’esecutivo, oggi nessuno può minimamente reggere al paragone con i grandi del passato, da Andreotti ad Almirante, da Berlinguer a Moro. I protagonisti della prima repubblica nel bene e nel male sembrano dei giganti di fronte ai personaggi della mai nata seconda repubblica. E non poteva essere altro. Questi sono semplicemente lo specchio di un panorama e di un sistema politico che a quindici anni da tangentopoli non ha saputo rinnovarsi e sviluppare quegli anticorpi necessari per aprire e costruire una fase davvero nuova. Ed è questo stesso vecchio sistema incancrenito ed involuto su sé stesso, che sopravvive tutt’oggi. Un sistema forte e radicato, in cui è naufragata la rivoluzione liberale berlusconiana e che, più di recente, ha fatto naufragare la spinta rottamatrice Renziana, vittima anch’essa di logiche da prima Repubblica e schemi che sotto l’immediatezza dei tweet, richiamano i metodi e dinamiche lente ed obsoleti da vecchia DC. I politici di oggi non solo non hanno la cultura politica ed istituzionale dei loro predecessori ma nemmeno l’orgoglio del primato della politica, quella con la P maiuscola di cui solo la Prima Repubblica, nel bene nel male, era ed è rimasta espressione.

 

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