Il grande Airone ha chiuso le ali

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano”Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

A. B.

 

Il grande Airone ha chiuso le ali

 

II grande airone ha chiuso le ali. Quante volte Fausto Coppi evocò in noi l’immagine di un grande airone lanciato in volo con il battere delle lunghe ali e sfiorare valli e monti, spiagge e nevai? Fortissimo e fragile al tempo stesso, qualche volta la stanchezza o la sfortuna lo abbattevano e lo facevano crollare a terra, sul ciglio di una strada o sull’erba del prato di un velodromo; la sua figura sembrava spezzarsi in una strana geometria, come quella di un pantografo, e una volta di più suscitava l’immagine di un airone ferito. Altre volte, era l’immagine di una tragica conclusione di caccia. Quante volte, di lui affranto per la stanchezza sull’erba, a pochi metri da un traguardo, sentimmo dire: “Sembra un cervo moribondo!”. L’occhio galleggiava immobile con la pupilla arrovesciata al limite della palpebra: le guance erano scavate, le labbra anelanti per l’amara fatica: le lunghe braccia, le lunghe gambe come buttate là, senza più armonia, scompostamente, in una stanchezza mortale.

La fragilità fu la compagna sinistra di quest’uomo che per tanti anni sembrò un ragazzo, il ragazzo più forte di tutti, sostenuto da una energia quasi magica, una forza da racconto delle fate. Il trittico su cui poggiava il misterioso “sistema” delle sue capacità fisiche – cuore, polmoni, muscoli – nascondeva, quasi invisibile, un punto di estrema vulnerabilità. Questa era la vulnerabilità dei ragazzi. Coppi era rimasto tale; sembrava si fosse fermato al gradino dei sedici anni: ossa troppo leggere – dicevano: “uno scheletro di canna…” – nervi troppo scoperti, un ingenuo palpitare di sentimenti, un difficile equilibrio fra l’animo del ragazzetto di campagna che egli era stato e l’uomo che la vita l’aveva costretto a diventare. Un abulico che poteva scatenare fulminei scatti di lampeggiante volontà: un uomo rimasto per tutta la vita stranamente melanconico; favorito dalla natura, perseguitato – bisogna dirlo anche se toccò le soglie della più alta fortuna – perseguitato, ripeto, dalla sorte.

Ora che le ali del “campionissimo” si sono chiuse, non si può non ricordare quante volte la sua carriera e la sua vita stessa corsero il rischio di essere spezzate da quello che si chiama abitualmente un “banale incidente”: una caduta come un ragazzo ne fa a centinaia, cavandosela con una sbucciatura ad un gomito o ad un ginocchio. Non mai nella forsennata vertigine della corsa, quando la ruota della bicicletta va saettando a disegnare il filo sospeso fra la vita e la morte sul ciglio di un burrone: ma a metà di una pedalata senza storia, a passo di carovana, a passo di trasferta.

Anche oggi, è un piccolo, misterioso, atroce ed imponderabile intervento del fato – dicono l’insidia invincibile di un “virus” tropicale, o la funesta chimica organica di una per ora inesplicabile intossicazione – quello che colloca l’angosciosa parola della fine al romanzo della sua vita. Ricordate? Non meno rapido fu il “banale incidente” che, una decina di anni or sono, fece morire, dopo due o tre ore di agonia, suo fratello Serse. I due fratelli in “bianco-celeste” avevano finito di correre sulle strade sferzate dalla pioggia il giro del Piemonte. La gara si era conclusa sull’anello di cemento del velodromo torinese. Tra la folla che si assiepava sul viale di periferia e all’uscita della pista, Fausto aveva cercato un rifugio – troppi applausi, troppi abbracci, troppo clamore – sull’automobile della casa. Serse, che poteva passare tra la folla inosservato, aveva preferito risalire in bicicletta, per andarsene all’albergo al piccolo passo. Non pioveva più, l’asfalto si asciugava. Bastò un piccolo scarto della ruota. Serse cadde, toccò appena con la tempia sul cordone di un marciapiede. Non sentì che un piccolo colpo: le dita non trovarono nemmeno una goccia di sangue. Rimontò in sella, fece senza altri pensieri il percorso sul lungo viale che portava all’albergo: salì alla sua camera senza attendere l’ascensore, si spogliò della maglia fangosa, andò subito alla doccia, si coricò sul letto in attesa del massaggio. Quando il “masseur” girò la maniglia della porta, la stanza era al buio: Serse pareva addormentato. Invece, era già in agonia.

La stessa cosa, senza nemmeno la spiegazione di una piccola caduta, è avvenuta adesso, nel doloroso Capodanno di Novi Ligure, al ritorno da una “tournée” sulle strade equatoriali del Centro Africa, piccole corse da “kermesse” alternate con le quattro schioppettate di qualche partita di caccia grossa.

Fausto è andato a ritrovare Serse. La loro mamma piange due figli: Serse l’oscuro, Fausto il lampeggiante. Nella stessa corsia d’ospedale piangono due donne, diversamente e tragicamente uscite dalla sua storia d’uomo, in quel romanzo d’amore che fece tanto e così triste clamore e che ebbe anch’esso – ci sembra di poterlo dire ora – la sigla del destino di un ragazzo inquieto condannato dalla stessa fragilità dei suoi nervi agli errori di coloro la cui adolescenza non sa concludersi.

Inutile dire che l’atleta appartenne alla ristrettissima schiera dei “fenomeni”, come Paavo Nurmi, come Carpent
ier, come Ladoumègue, come Zatopek. Egli – nella lunga stagione che enumerò i nomi dei Ganna, dei Girardengo, dei Binda, dei Guerra, dei Bartali, tanto per nominare solamente gli italiani – fu veramente “l’atleta del secolo”. In altre sedi agonistiche – penso alla Spagna e agli uragani d’entusiasmo delle Plazas de Toros – i suoi “gemelli” potevano essere i grandi espada come Juan Belmonte.

Sua mamma è forse la sola che lo ricorda ragazzino, ai tempi della sua prima bicicletta, la vecchia bicicletta di suo padre contadino. Quale sarebbe stato il suo avvenire? Quale il mestiere a cui si sarebbe avviato? Viver sempre tra le siepi, le stalle, le nebbie della piatta campagna? Allora Tortona sembrò la “metropoli” dove il ragazzino Fausto avrebbe potuto trovare il sentiero di una nuova vita. Era un ragazzo gentile, timido, riservato. Sembrò una fortuna che egli trovasse un “posto” come garzoncello di salumeria: portava i pacchetti a domicilio, imparava la manovra dell’affettatrice automatica, abituava l’occhio a misurare l’etto e mezzo o i due etti di formaggio. Sono molte le donne di Tortona che lo ricordano quando, ventitré, venticinque anni fa, con il grembiule bianco avvolto alla cintola, Fausto arrivava di gran carriera sulla rugginosa bicicletta di suo padre e suonava un colpetto timido di campanello. E la storia umile, quasi crepuscolare, di un ragazzetto di campagna che portava ogni tanto a sua madre il gruzzolo delle piccole mance.

La sua prima vittoria, a vent’anni, sull’Abetone, quando “scavalcò” sotto la pioggia di una tappa del giro d’Italia il “solitario delle Dolomiti” e suo caposquadra Gino Bartali. Una ragazzata, un atto di quasi fanciullesca indisciplina… L’airone di Castellania aveva aperto all’improvviso le ali in confronto al “gallo cedrone” di Ponte a Ema. Lo ricordo mentre andava su – pareva che addirittura corresse fischiettando – su per le svolte delle salite, sulla strada sparsa degli “aghi” degli abeti, sferzata dal taglio gelido della pioggia. La gente ai lati della strada si accucciava sotto gli ombrelli, cercando di leggere il numero stampato sul telaio, cercava nel giornale il nome che corrispondeva a quel numero… Coppi: un ignoto… Fausto, nome ancora più ignoto… Fausto vinse sempre senza mai sorridere, quasi non credendo mai totalmente in se stesso. Sembrava sempre soprappensiero, come stranamente e fissamente in ascolto di una qualche voce interna che gli andasse mormorando dentro una incomprensibile parola.

Quella parola segreta non era: “fortuna…”. La “guigne”, vecchia parola dei tempi lontanissimi delle antiche corse su strada, ha spezzato il filo della sua vita fragilissima come un piccolo soffio di vento spezza il filo di una tela di ragno coperta di brina, là, sulle siepi invernali del suo paese di campagna. Restano una mamma desolata e due donne diversamente ma ugualmente infelici: una bambina che non lo vedeva da anni, un fanciulletto che, come lui, si chiama Fausto. Desolata mattina del 2 gennaio…

Orio Vergani

(da «Corriere d’Informazione 2 gennaio 1960»)

 

 

tratto da: Giornalisti grandi firme Eugenio Marcucci ed. Rubettino pag. 482

 

Orio Vergani non poteva sapere che «l’insidia invincibile di un “virus” tropicale, o la funesta chimica organica di una per ora inesplicabile intossicazione» erano solo insensate farneticazioni di medici tanto insipienti quanto superbi.

L’articolo riporta alla luce dopo mezzo secolo una vicenda amara, caratterizzata da due gravi assenze: l’assenza della conoscenza (nonché della saggezza che deriva dalla cognizione dei propri limiti) e l’assenza di umiltà. La prima forma di assenza prende il nome di “saccenteria”, la seconda di “presunzione”.

Un pizzico di conoscenza specifica della medicina in più avrebbe potuto far sorgere almeno il dubbio, in quei medici che ebbero in cura Fausto Coppi, che l’invincibile virus tropicale potesse essere semplicemente un protozoo, un plasmodio estremamente diffuso proprio nella fascia tropicale.

Un pizzico di presunzione in meno avrebbe consentito una minore noncuranza per le parole del fratello e della moglie di Raphael Geminiani, compagno di quel viaggio nell’Alto Volta: egli era afflitto dagli stessi sintomi ed essi regalarono ai medici di Alessandria su un piatto d’argento la diagnosi: malaria [1] .

La superbia, denominatore comune delle due assenze, ha fatto il resto, condannando a morte Fausto Coppi.

Sarebbero bastate molta vanagloriosa saccenteria in meno, poche compresse di chinino e l’Airone non avrebbe chiuso le ali.

                                                                                         Alberto Broglia

 

 

 

 

 

Domenica del Corriere:
“La fine di un Campione. Stroncato da un terribile male, contratto in Africa, un male contro cui la scienza non ha potuto apportare resistenza, si è spento Fausto Coppi…”


 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Raphael Geminiani

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