Il filosofo del nulla

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In un teatro di Monza una signora impellicciata e non priva di gioielli si alzò dicendo: “Professore[1], io l’adoro perché lei ha cambiato la mia vita!”

”E perché l’ha cambiata ?”, sussurrò trasecolato qualcuno tra il pubblico, seduto nei pressi.

“Perché grazie a lui ho capito la cosa più importante e cioè «che l’ente è»””. Rispose estasiata l’eterea signora, perfetto esemplare della genìa radical-chic.

C’ero quel giorno a Monza e quel “qualcuno trasecolato” ero io. Smarrito e sgomento dalla sicura e superna consapevolezza dell’impellicciata dama, mi sono sentito inferiore come un umile, ignorante zuccone plebeo.

Rientrato a casa, costernato e con un devastante senso di frustrazione, cercai nella mia modesta biblioteca l’opus princeps[2] del philosophiae praeclarus Magister e, trovatala, cominciai a concentrarmi nella lettura.

Dopo aver letto un numero indefinito di pagine, m’imbattei in questo periodo:

«””L’essere che non è””, quando non è, non è altro che l’essere identico al nulla, “”l’essere che è nulla””, il positivo che è negativo. “”L’essere non è”” significa precisamente che “”l’essere è il nulla””, che “”il positivo è il negativo””. Pensare “”quando l’essere non è””, pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l’essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturna dell’essere e del nulla. Ciò che l’opposizione dell’essere e del nulla rifiuta è appunto che ci sia un tempo in cui l’essere non sia, un tempo in cui il positivo sia il negativo »[3].

Ora, trattandosi di un pensiero sinistro, sì insomma, frutto dell’intelligenza superiore di un filosofo collocato culturalmente a sinistra (possono esservene non di sinistra di così profondi e illuminati?), ho cercato di sforzarmi, di far funzionare le mie povere ed insufficienti capacità logiche. Peggio che andar di notte: il buio totale.

Andai perfino a rovistare nei recessi della memoria e vi rinvenni un concetto espresso da uno dei più grandi fra i nostri poeti:

Pare che l’esser delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.”[4]

Logica implacabile e conseguente, ma del tutto inservibile per cogliere il senso dell’”essere che non è, quando non è …”

Di certo, mi sono detto, non possiedo l’acume logico dell’esimio Oddifreddi prof. Piergiorgio: l’intelligentone che ritiene di servirsi di Crisippo per svellere Aristotele.

L’avvilimento stava per avere il sopravvento, quando, improvvisa, si accese una luce che rischiarò prepotentemente il magistrale periodo e l’inesistenza del suo significato.

Ne scaturì una certezza marmorea, riassumibile in questo semplice enunciato: fra l’osannato Magister philosophiae e me stesso, l’imbecille[5] non sono io.

Il Magister philosophiae è stato peraltro considerato da un illustre sindaco para-filosofo (ossia para-cultore di storia della filosofia ed es
pressione a sua volta della quintessenza della sinistra cultura): “un genio, un gigante, l’unico filosofo che nel Novecento si possa contrapporre a Heidegger[6].

Lo sconsiderato estensore del celestiale giudizio non si è reso conto di avere offeso mortalmente l’unico originale, autentico Genio in circolazione: il Genio di Scandiano. Ma questi saranno problemi suoi, dell’esimio sindaco intendo.

Ora, se non siete riusciti a capire, a penetrare, a raggiungere la vetta del significato nullo del sublime pensiero del Magister philosophiae, se il desiderio di arrendervi vi attanaglia la gola e vi soffoca, non perdetevi d’animo! Coraggio!

Per tentare di cogliere la nullità del significato racchiusa nell’eccelsa meditazione occorre rimboccarsi le maniche, studiare, impegnarsi, cominciando dall’inizio.

Per una volta, e una solamente, proverò dunque a guidarvi per gli impervi sentieri della Logica aristotelica (quella di Crisippo, francamente, mi pare destinata solo alle mongolfiere dal pensiero debole).

La prima lezione, in aperta contraddizione con l’enunciato “ad personam” è, dunque in realtà, rivolta, “ad hircinam plebem”.

Partiamo dal più elementare dei ragionamenti logici: il sillogismo categorico[7].

 

Esempio 1.

Premessa:

Tutti gli uomini sono mortali.

Tutti i Greci sono uomini.

Conclusione:

Dunque tutti i Greci sono mortali.

 

Esempio 2.

Premessa:

Mio zio fuma.

Il camino fuma.

Conclusione:

Dunque, mio zio è un camino.

 

Esercizio:

In che differiscono i due sillogismi? Perché il primo ci pare sensato, ed il secondo non molto?



[1] Severino prof. Emanuele.

[2] Ritornare a Parmenide.

[3] Espressione sublime del pensiero eccelso del philosophiae praeclarus Magister. Occorre chiedersi come mai non sia ancora stato insignito del Premio Nobel in Logica matematica. In fondo, se hanno insignito dell’agognato premio il Signor Fo Dario in Letteratura … Forse solo perché il Premio Nobel in Logica matematica non esiste.

[4] G. Leopardi, dalle Operette Morali: Cantico del gallo silvestre.

[5] Absit iniuria verbis: da in negativo e un derivato di baculus: bastone: privo di bastone, malfermo. Talvolta utilizzato in senso metaforico.

[6] Il peana è del Cacciari prof. Massimo, sindaco della città di Venezia ed esimio esponente della Kültüra autentica, quella con la K maiuscola.

[7] Argomentazione logica in cui, poste due premesse, ne deriva di necessità una deduzione.

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