Il domani che verrà

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Non commettiamo l’errore di Catone il Censore. La maggioranza del popolo russo non lo merita.

 


Andare controcorrente in certe situazioni, non è facile. Tuttavia, una voce fuori dal coro, ci vuole. Fermo restando la massima solidarietà verso il popolo ucraino, si deve avere anche un’idea chiara di cosa fare nell’immediato dopo guerra e degli scenari che si verranno a creare. Sì, perché nel bailamme di notizie che ci sono propinate giornalmente, poco, o anzi niente, se ne parla. Molta aria esce dalla bocca d’improvvisati opinionisti che sanno in modo approssimativo, se non addirittura nullo, ciò che sta accadendo, ma che si muovono con grande disinvoltura mettendo il loro dito, i più scafati la penna allungabile, sulla carta geografica (salvo i militari e gli esperti del settore). In effetti, capire cosa voglia fare il nuovo Stalin del Cremlino (per favore non chiamiamolo Zar: è offendere la memoria di un uomo e della sua famiglia fra cui un bambino di soli 14 anni assassinati a Ekaterinburg, città degli Urali) non è facile. Io che ho una discreta biblioteca di storia militare, mi trovo spiazzato su com’è stata condotta questa invasione. Il professor Raimondo Luraghi, uno dei nostri massimi storici, autore della monumentale Storia della Guerra Civile Americana, scriveva di un generale confederato (sudista), dicendo che era un “ottimo generale, ma non certo uno stratega”. In effetti, non si capisce bene, dove Putin voglia andare a parare. Sicuramente “l’uomo forte” vuole il riconoscimento delle due repubbliche in questione a uso e somiglianza della Bielorussia, oltre alla Crimea, per non parlare del divieto d’ingresso nella Nato della confinante Ucraina. Cosa confermata stamattina (ieri per chi legge) dal portavoce del Cremlino aggiungendo che le ostilità, in caso di accettazione, cesserebbero immediatamente (ndr). Altre velleità non sono conosciute. Tornando al titolo, preoccupiamoci oggi dei profughi e di assicurare velocemente un cessate, il fuoco e un ritiro delle truppe che hanno invaso l’Ucraina. Poi, e qui devono intervenire le cancellerie dell’UE per non rendere ancora più pesanti le condizioni di un popolo che ha già pagato le sue colpe prima sotto il comunismo e dopo la caduta del muro di Berlino. Per ultimo, non facciamoci illusioni. L’invio di armi (si parla addirittura di aerei) non è una soluzione. Serve solo a innalzare i toni e dare ragione al dittatore russo. Non dimentichiamo, inoltre, l’aspetto economico. Le sanzioni che hanno colpito e dovrebbero sanzionare ulteriormente la Russia, non faranno del male solo a loro. Anche le nostre aziende che lavorano in quel paese subiranno notevoli ricadute negative per non parlare di quelle in Italia che esportavano e che già erano state colpite dalle precedenti sanzioni. A tutto ciò aggiungiamo l’acuirsi della crisi energetica dovuta alla nostra dipendenza da fonti energetiche non difficilmente sostituibili nel breve termine. Termino con una nota lieta. Il nostro Ministro degli Esteri, sì Giggino, sta volando da uno Stato all’altro, tra quelli che esportano gas e petrolio, alla ricerca di nuovi fornitori per sopperire al nostro fabbisogno. Che cosa dire? Meglio tardi che mai.   

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