Il doggy bag che gli italiani faticano a sfruttare

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Diverse nazioni in Europa hanno normato il diritto a sfruttare il doggy bag; in Italia è un’abitudine che comincia a diffondersi adesso, con soltanto un italiano su due favorevole al suo utilizzo.

Mara Bizzotto della Lega e Giandiego Gatta di Forza Italia, in due disegni di legge prevedono l’obbligo di fornire ai clienti dei ristoranti la possibilità del ‘doggy bag’, cioè di portare a casa il cibo e le bevande avanzati.

Questa possibilità, nata per combattere gli sprechi alimentari, che rappresentano uno dei mali del consumismo contemporaneo, sembra sia nata negli Stati Uniti, con i contadini che conservavano gli avanzi per nutrire il bestiame e poi a San Francisco hanno cominciato a fornire ai clienti dei pet packet (pacchetti per animali domestici).

Diverse nazioni in Europa hanno normato il diritto a sfruttare il doggy bag; in Italia è un’abitudine che comincia a diffondersi adesso, con soltanto un italiano su due favorevole al suo utilizzo.

Non so se sia necessaria una legge o piuttosto una diversa consapevolezza culturale sul valore del cibo e sulla necessità di ordinare quanto si riesca a mangiare, ma anche di mangiare ciò che si è ordinato. In particolare, i bambini, al ristorante, chiedono e pretendono piatti dai quali, se va bene, spiluccano qualche boccone.

In parte la fatica del doggy bag ad imporsi è attribuibile all’imbarazzo; per una ricerca di Confcommercio e Comieco solo il 15% degli Italiani non si vergogna a chiedere il sacchetto da asportare, pur ritenendola una pratica giusta.

Ci sono situazioni di obiettiva difficoltà, non tanto quando si esce con la famiglia, ma per una cena romantica con la propria ragazza, oppure con colleghi d’ufficio, per non parlare di grandi pranzi nuziali o di associazioni e gruppi. Influisce allo stesso modo l’impossibilità di utilizzare il doggy bag quando si è in viaggio e si pernotta in albergo; quando il pasto è una pausa per poi tornare al lavoro. C’è anche un crescente numero di persone che mangia in casa poche volte e anche questo è un paradosso; siamo invasi di programmi televisivi di cucina, di siti e pagine web , di chef e contro chef mentre sempre meno nelle case si accendono i fornelli.

Infine c’è la diffidenza verso gli avanzi domestici, con tegamini abbandonati in frigorifero a cui dedicare uno sguardo poco interessato e ripetere: “Lo mangiamo domani”.

Nel passato non succedeva perché le generazioni cresciute con le cinghia tirata e buchi periodicamente aggiunti, quelle insomma che hanno vissuto la guerra, hanno sempre avuto per il cibo un rispetto totale e non esistevano sprechi. Gli avanzi, se non riproposti tale e quali, subivano evoluzioni in cucina diventando polpette, frittelle di riso, pasta pasticciata, carne lessa quale ingrediente di un insalatone. Ma ci vuole tempo: prima per procurarsi gli ingredienti, poi per cucinare e infine per lavare e riordinare.

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