“Il disco del mondo“

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Vita breve di Luca Flores, musicista

 

Il libro è abbinato ad un documentario –di 25 minuti- realizzato da Walter Veltroni  e  Roberto Malfatto, nato a Roma, nel 1960. Architetto, scenografo e regista. Ha ideato e realizzato numerosi eventi e filmati di carattere sociale e culturale.

E’ un bellissimo, poetico, esaltante e struggente libro che Walter Veltroni dedica alla musica, al suo amore per il jazz e, soprattutto, a Luca Flores, “un genio, grande artista travestito da orso”.

Luca Flores è nato a Palermo, nel 1956, da una “famiglia girovaga”, che discende da  militari arrivati dalla Catalogna in Sicilia, con Carlo III, con un antenato, Francesco, nominato da Francesco I custode della cassa privata del re di Napoli. Francesco Flores era sposato con Donna Vita Montalbano, nobile siciliana.

Il padre di Luca Flores, Giovanni, geologo e raffinato intellettuale, è stato impegnato a Cuba, in Belize, in Mozambico, a Londra, poi a Firenze, in Sicilia, a New York ecc.

La madre, Jolanda, bella ,austera, autorevole, con un sorriso raro e intenso, suonava la fisarmonica con destrezza, amava l’arte e le cose belle, è morta, come Isadora Duncan, in un drammatico incidente stradale, per la foratura di una gomma, con la gonna impigliata nella ruota dell’automobile che guidava. Stava portando Luca dal dentista. Da qui, il senso di colpa che il figlio ha avuto per tutta la vita. Luca ha un fratello (Paolo) e due sorelle (Heidi e Barbara). Costituiscono una famiglia serena, affiatata, felice. Luca è il più piccolo ed è coccolato da tutti, soprattutto dalla sorella Barbara.

Luca Flores, come ha scritto anche la rivista “All music guide”, è “un genio del piano, che oggi non viene ancora riconosciuto, un genio che gli ascoltatori non potranno più ascoltare” perchè, a soli 38 anni, il 29 marzo 1995, si è suicidato. Ma –scrive Veltroni- “ha lasciato la sua musica, che era la sua vita”, la sua musica “meravigliosa e la sua storia tenera e malinconica, dura e poetica. E’ stato sole e luna, giorno e notte. Come la vita. Come il mondo che sognava, sentendo Vivaldi, quel bambino geniale. Il mio amico Luca”.  Lo chiama amico, anche se Walter Veltroni non ha conosciuto Luca Flores. Lo ha scoperto, nel 2001, grazie ad un disco ricevuto in omaggio da un’architetta che lavora al Comune di Roma. Il brano è “Where extremes meet” ed ha dato inizio –confessa Veltroni- a “questa storia. E’ il primo che ho ascoltato, quello che mi ha fatto commuovere. Quando l’ho sentito non sapevo nulla di Luca. Nè della sua vita, nè della sua morte. Eppure in quelle note, in quei tempi, in quei silenzi, nella misura del tocco ci sono una malinconia, un dolore, un’angoscia, che arrivano diritti al cuore. E’ uno dei brani musicali più intensi che abbia mai sentito in vita mia. E’ un’esperienza, più che un pezzo di jazz. E’ il racconto di un addio. Qualcosa che finisce, non qualcosa che si spezza”

Da quel momento, Walter Veltroni ha voluto  conoscere, studiare, amare Luca Flores musicista e uomo. Il Sindaco di Roma è anche un sensibile e raffinato cultore di musica, di jazz in particolare e delle creazioni artistiche che , Veltroni, tra l’altro scrive, “all’inizio era il nulla e poi fu un quadro astratto, un film neorealista. Di quelle creazioni noi siamo i figli. Non saremmo ciò che siamo senza Caravaggio o Stravinskij, senzaProust o Fellini, senza Gershwin o Brunelleschi”.  Ma anche senza Baricco, Muzio Clementi, Mozart o il pittore Kandinsky, più volte presente nel libro di Veltroni, quel Kandinsky che “parla del suono delle immagini. E Luca ha pensato di coniugare suoni e colori, la musica e il movimento”

“Il disco del mondo” è un bellissimo, poetico, struggente ed esaltante libro-testimonianza su un genio della musica, Luca Flores, ma anche sul “linguaggio della musica” che è uno ed è “ quello dell’anima, là dove le parole ci ingannano con i mille significati”. Per Veltroni  “una delle poche, grandi, libere felicità che la vita gli ha consentito ( a Luca Flores)  è quella di creare musica essendo normale e non sembrandolo solamente” Veltroni, scrive ancora che “la musica è libera di volare in paradiso, di scendere nelle viscere dell’inferno o di starsene a galleggiare nel limbo. Io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l’ultima”  E suonare ogni nota come se fosse l’ultima è diventata l’ossessione di Luca Flores, per il quale valeva l’agghiacciante contraddizione “o vivere o suonare” Così che, il 29 marzo 1995, si è impiccato, nella sua casa di Montevarchi. Per Luca –ricorda la sorella Barbara- “ è stato molto difficile morire ma era stato ancora più difficile vivere”.

Il libro e il documentario “Il disco del mondo” (che per Luca Flores era “Le quattro stagioni” di Vivaldi nell’edizione suonata da “I Musici” con il solista Felix Ayo, disco che lo aveva sempre affascinato e che, più volte, ha ascoltato già da bambino) è un atto d’amore per il jazz, per la musica, per la grandezza e la sofferenza delle creazioni artistiche. E’ un atto d’amore per Luca Flores. “senza di loro –scrive ancora Veltroni-  il paesaggio del mondo, la grammatica delle nostre emozioni, i percorsi della nostra fantasia sarebbero diversi. La consapevolezza di noi stessi  sarebbe diversa. Un quadro, persino una luce sullo sfondo di un paesaggio; una musica, persino una semplice inquadratura possono entrare dentro di te, scoprirti, cambiarti. La ricchezza e la velocità della vita quotidiana,
il repentino sorgere e sparire delle cose concrete, il consumarsi degli odori, dei sapori, delle luci che il nostro tempo frenetico e bulimico ha provocato finiscono, in fondo, col restituire ai linguaggi della cultura il valore delle madeleines  della Ricerca del tempo perduto  di Proust”

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