Il digiuno fa buona la politica

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Il digiunare sottende una rivoluzione che ridistribuisca il troppo dei ricchi per colmare il troppo poco dei poveri, dando così ad ognuno l’opportunità di vivere fra la propria gente e trasformando la migrazione in una scelta volontaria

 


“Non consiste forse il digiuno che voglio, nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” E’ il Signore che nella Bibbia parla per bocca del profeta Isaia, dalla lettura ascoltata domenica in chiesa. Capovolge il concetto di digiuno, dalla sofferenza della privazione alla gioia della condivisione.

Mi piace come concetto ma è dannatamente scomodo, perché, nel digiuno tradizionalmente inteso, l’infliggersi la pena del togliersi qualcosa che i nostri sensi reclamano, viene compensato da un maggiore benessere fisico e soprattutto da un appagamento spirituale, ma può rivelarsi un gesto di raffinato egoismo, quando è fine a se stesso. Aprire la porta (non tanto della propria casa, basta quella della propria comunità) è un digiuno che costa. Costa davvero! Perché fuori da quella porta c’è la gente in fila per entrare, così da dovere ripescare, sempre dai sacri testi, un’altra frase: “Siate semplici come colombe, prudenti come serpi”, che mi piace interpretare come “date razionalità al vostro cuore”.

Non c’è cuore, ma non c’è neanche razionalità in Trump e negli altri populisti di ogni continente, impegnati a costruire muri e a distruggere la solidarietà umana; c’è cuore ma non c’è razionalità nel modo di declinare la solidarietà attraverso la beneficenza e l’aiutino, quando vanno oltre la prima accoglienza e l’emergenza, per diventare sistema. Non può avere successo la permanenza, spesso illegale, di persone senza alcun progetto o speranza di diventare autosufficienti, creando sacche di emarginazioni, baraccopoli edilizie e di ceto sociale, nelle quali la criminalità è l’unico approdo e la condizione di sopravvivenza.

Il digiunare che, come scrive Isaia, “farà brillare fra le tenebre la tua luce; la tua tenebra sarà come il meriggio”, sottende una rivoluzione in grado di ridistribuire il troppo dei ricchi per colmare il troppo poco dei poveri, siano essi persone, comunità, nazioni dando così ad ognuno l’opportunità di vivere fra la propria gente e trasformando la migrazione in una scelta volontaria. Non serviranno muri allora, ma ponti. 

E qui si arriva all’apparente paradosso; per riuscire in questa rivoluzione epocale serve la politica e noi non ne  facciamo troppa, la facciamo male, la traviamo per interessi personale, economici oppure di visibilità e ruolo sociale. Per reazione abbracciamo l’antipolitica, affidandoci a gridatori e ducetti dello slogan, lobbie del pro domo mea e ne vediamo i risultati perché, dove si ritira la politica, arriva il business come unico peso e misura.

Alla fine di questo minimo ragionamento mi ritrovo a misurare la buona politica sui digiuni che la sostengono e non sugli appetiti che la impoveriscono. Buona settimana a tutti.  

 

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